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Merkavah: la visione di Ezechiele

merkavah

Come l’aspetto dell’arcobaleno nella nuvola in un giorno di pioggia, così era l’aspetto di quello splendore lì intorno. Quella era un’apparizione dell’immagine della gloria di Hashem (Ezechiele 1:28).

Il Maasè Merkavah (letteralmente “Opera del Carro”), la maestosa visione descritta all’inizio del libro di Ezechiele (Yechezkel), è il brano biblico fondamentale per il misticismo ebraico, che fin dai tempi antichi vede nel misterioso carro celeste una sorta di emblema delle realtà spirituali più eccelse e inaccessibili.

Secondo ciò che il testo tramanda, Ezechiele vide una nube incandescente apparire in cielo con grande splendore mentre egli si trovava con altri esuli presso il fiume Kebar. In mezzo al fuoco, egli scorse quattro creature con il corpo composto da un miscuglio di sembianze di varie specie viventi. Accanto ad ognuna delle creature si muovevano strane ruote dotate di occhi, mentre in alto si estendeva una volta su cui poggiava un trono “che sembrava come una pietra di zaffiro, e su questa specie di trono, in alto su di esso, stava una figura dalle sembianze di uomo” (1:26).
L’autore del testo fa un ampio uso di metafore e similitudini, come colto dall’incapacità di esprimere verbalmente le forme incredibili che ha visto, o più probabilmente con l’intento di fornire ai lettori una serie di immagini evocative da decodificare, piuttosto che una descrizione realistica.

Secondo i Maestri del Talmud (Chagigah 13a), la visione contiene molti segreti e nozioni metafisiche che non è lecito divulgare in pubblico, ma che possono essere studiati soltanto dagli uomini più saggi e spiritualmente elevati. Non è nostra intenzione indagare su tali segreti, né fornire una spiegazione di questo capitolo basata su tradizioni mistiche. Ci interessa invece occuparci del p’shat, il senso letterale del testo, seguendo i segnali che Ezechiele stesso ha incluso nel proprio libro.

Benché i sostenitori di stravaganti teorie fantascientifiche abbiano proposto interpretazioni del brano in chiave ufologica, la Merkavah si fonda in realtà su un preciso simbolismo religioso già noto ai popoli mesopotamici e cananei (prima fra tutte, l’immagine della nube come “carro dell Divinità”), rielaborato dalle Scritture ebraiche per trasmettere un messaggio coerente con il monoteismo della fede d’Israele.
Non potendo analizzare qui ogni singolo dettaglio della visione, ci concentreremo in particolare su alcuni elementi che legano implicitamente la Merkavah a un’altra importante immagine biblica: quella del Giardino dell’Eden.

Nel primo capitolo, le quattro creature apparse dentro la nube infuocata sono chiamate da Ezechiele con il nome molto generico di chayòt (esseri viventi). In seguito, nel capitolo 10, il profeta assiste all’apparizione dello stesso carro celeste (cfr. 10:15); tuttavia, in questa occasione, le quattro creature sono definite Keruvim (Cherubini), un termine che, nella Bibbia, compare per la prima volta nel racconto dell’espulsione dell’uomo dal Giardino dell’Eden:

Così Egli scacciò l’uomo e pose ad est del Giardino di Eden i Keruvim, e la spada fiammeggiante che roteava tutt’intorno, per custodire la via dell’albero della vita (Genesi 3:24).

Le immagini di due Cherubini furono poi poste sulla copertura d’oro dell’Arca del Patto, all’interno del Santuario (Esodo 25:18-20), e, successivamente, altre due furono fatte scolpire da Salomone per essere poste nel Tempio di Gerusalemme (1Re 6:23).
Il fatto che i Keruvim compaiano sia nell’Eden che nel Santuario non è affatto casuale: come abbiamo già spiegato nell’articolo intitolato “Il Santuario e il ritorno all’Eden“, la Bibbia traccia un interessante parallelismo tra il Tempio e l’antico Giardino, come se le tavole dei Dieci Comandamenti contenute nell’Arca fossero il nuovo “albero della vita”, protetto dagli stessi guardiani angelici e situato proprio nel luogo più sacro del Tabernacolo, il luogo in cui si realizza quell’unione tra Dio e l’uomo che la cacciata dall’Eden aveva compromesso. La condizione spirituale ideale del mondo delle origini può dunque essere restaurata tramite il Santuario e l’osservanza dei precetti della Torah.
Questo parallelismo è fondamentale per comprendere alcune immagini allegoriche presentate proprio da Ezechiele, il quale, in un’altra visione, descrive fonti di acqua viva che sgorgano dal Tempio ricostruito (Ezechiele 47:1-12), e parla della Terra d’Israele che fiorisce “come il Giardino dell’Eden” (36:35).

La nube della Merkavah sprigiona un fuoco che “si avvolgeva su se stesso” (1:4). Secondo Rav Yitzchak Twersky, questo elemento ci riporta ai Keruvim menzionati in Genesi e alla loro spada di fuoco roteante, come si evince anche dal fatto che, nella parabola dell’incendio che brucia la foresta narrata in Ezechiele 21:1-4, il testo pone una corrispondenza tra la metafora del fuoco e quella della spada che si scaglia contro Gerusalemme (21:8).

La nube, come il profeta afferma già al versetto 1:28, rappresenta la “gloria (kavod) di Hashem”, espressione biblica che indica una manifestazione visibile della Presenza di Dio, la Sua maestosità rivelata attraverso fenomeni tangibili. Nel racconto dell’Esodo, la Torah identifica la gloria di Hashem con la nuvola che discese sul Monte Sinai (Esodo 24:17), la stessa che in seguito ricoprì il Taberncolo nel deserto dopo la sua consacrazione (Esodo 40:34).
Ezechiele, secondo la visione del capitolo 10, vide la nube gloriosa abbandonare il Tempio poco prima che esso fosse distrutto dai Babilonesi:

La gloria di Hashem uscì dalla soglia del Tempio e si fermò sui Keruvim. I Keruvim spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del Tempio, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro (Ezechiele 10:18-20).

Con la profanazione di Gerusalemme e la distruzione del Tempio, il sogno di restaurare l’unione tra Dio e l’uomo sembra sgretolarsi tragicamente: la Presenza del Creatore si ritira dal luogo sacro che ormai sta per essere devastato. Come Adamo, anche gli Israeliti sperimentano quindi un doloroso esilio dal loro Eden faticosamente costruito.

In questo contesto si può comprendere il significato di alcuni dettagli oscuri della visione della Merkavah:

  • L’aspetto dei Keruvim, con le facce di uomo, leone, bue e aquila, indica la sovranità di Dio che regna sull’intera Creazione anche quando le sorti di Israele e del Tempio sembrano compromesse e il popolo non confida più nel Creatore. Ciascuna delle quattro specie menzionate, infatti, possiede il dominio nel proprio regno: l’uomo domina su tutte le creature, il leone sulle bestie selvatiche, il bue su quelle domestiche e l’aquila sui volatili. Sopra di loro è posto il trono della gloria, che domina sull’universo intero.
  • Le ruote che si muovono accanto ai quattro esseri viventi (1:14-16), e che possono volgersi in qualsiasi direzione (1:17), costituiscono un’immagine di piena mobilità: la gloria di Dio non è fissa, non risiede eternamente in un luogo prestabilito. In questo modo il testo si contrappone alle parole ingannevoli dei falsi profeti, secondo i quali il Tempio era la dimora definitiva di Dio, e in quanto tale non poteva essere distrutto.
  • Gli occhi posti sopra le ruote (1:18) smentiscono l’opinione degli Israeliti che in preda allo sconforto affermavano: “Hashem ha abbandonato il paese, Hashem non vede” (9:9).

Da un lato, il messaggio di Ezechiele è aspro e drammatico: non c’è più speranza per il Tempio, Gerusalemme sta per essere distrutta e la Presenza di Dio si allontana dal Santuario. Il Creatore regna ancora sulla natura, ma Egli stesso ha decretato di abbandonare la dimora edificata da Israele e di mandare il popolo in esilio. D’altro canto, però, il profeta insegna anche che Dio, pur in mancanza del Tempio, non resterà completamente inaccessibile agli Israeliti dispersi, ma li seguirà nel loro esilio come un mikdash me’at (“piccolo santuario”):

Così dice il Signore, Hashem: Benché io li abbia allontanati fra le nazioni e li abbia dispersi in paesi stranieri, io sarò per loro come un piccolo santuario nei paesi dove sono andati (11:16).

E all’afflizione dell’esilio seguirà, in futuro, un ritorno nella terra dei padri, come dichiara il versetto seguente:

Così dice il Signore, Hashem: Vi raccoglierò fra i popoli, vi radunerò dai paesi in cui siete stati dispersi e vi darò la Terra d’Israele (11:17).

Coerentemente con questa speranza, nella sezione conclusiva del suo libro, Ezechiele racconta di aver visto nuovamente il carro celeste, questa volta nel corso di una visione sul futuro messianico di Gerusalemme:

Ed ecco, la gloria del Dio d’Israele veniva dall’est. La sua voce era come il rumore di molte acque e la terra risplendeva della sua gloria. […] E la gloria di Hashem entrò nel Tempio per la porta che guarda a est. E lo spirito mi levò in alto e mi portò nel cortile interno; ed ecco, la gloria di Hashem riempiva il Tempio (43:2-5).

Il messaggio profetico possiede una caratteristica costante, qui confermata ancora una volta: quella di essere severo e sgradevole al principio, ma lieto e confortante se appreso fino in fondo. Per chi sa andare oltre il dolore, la durezza e la condanna dei profeti si trasformano a poco a poco in una luce rasserenante. È forse proprio questo che Dio voleva far comprendere a Ezechiele quando gli disse, presentandogli una richiesta curiosa ma dal grande significato metaforico: “Mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele” (3:1). Il rotolo su cui erano scritti “lamenti, gemiti e guai” (2:9), che non doveva apparire per nulla piacevole da ingerire, si rivelò invece, inaspettatamente, “dolce come il miele” (3:3).

Caino e Abele: figli dell’Eden

Kayin

La Torah si apre con il Libro di Bereshit (“In Principio”), la Genesi, il testo che narra l’inizio del mondo, dell’umanità, delle nazioni, ma anche della ribellione, della violenza e del dolore. L’universo ideale e ordinato descritto nel racconto della Creazione ha una vita piuttosto breve: nel giro di pochissimi capitoli tutto decade, e l’ombra del peccato si allarga sempre di più fra le pagine della Bibbia. Continua a leggere

Il Santuario e il ritorno all’Eden

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La descrizione del Tabernacolo (Mishkan), della sua costruzione, dei suoi arredi e dei riti che in esso si svolgevano, occupa nella Torah uno spazio davvero molto ampio. Dietro i dettagli minuziosi e i particolari apparentemente non essenziali, si nascondono significati arcani che poco hanno a che fare con i semplici aspetti artistici ed architettonici della struttura del Santuario. Fra questi significati, uno dei più noti nella tradizione ebraica è quello della correlazione tra il Mishkan e la Creazione del mondo, che ci rimanda al Libro della Genesi e che si coglie soprattutto attraverso parallelismi testuali.

Al termine del racconto della Creazione si legge:
“E Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. […]  E il settimo giorno, Dio terminò l’opera (melakhah) che aveva fatto, e nel settimo giorno cessò da tutta l’opera che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò” (Genesi 1:31 – 2:3).

Il Libro dell’Esodo, per narrare la costruzione del Tabernacolo, riprende la stessa terminologia impiegata nella Genesi:
“E Moshè vide tutta l’opera (melakhah); ed ecco, essi l’avevano eseguita come Hashem aveva ordinato: essi l’avevano compiuta così. E Moshè li benedisse“ (Esodo 39:43).

In entrambi i brani l’opera compiuta è definita con il termine melakhah; essa viene esaminata dal suo autore (Dio, nel primo caso, Moshè nel secondo) e infine benedetta.

Riferendosi a Betzalel, l’artista che diresse i lavori del Tabernacolo, Dio dichiara:
“Io l’ho riempito dello Spirito di Dio, di sapienza (chochmah), di intelligenza (tebunah), di conoscenza (da’at) e di ogni abilità” (Esodo 31:3).
I tre termini chochmah, tebunah e da’at, ricompaiono nello stesso ordine nel libro dei Proverbi (Mishlei 3:19-20), proprio in riferimento alla Creazione :
“Con la sapienza Hashem fondò la terra e con l’intelligenza stabilì i cieli. Per la sua conoscenza gli abissi furono aperti”.

Il legame tra la Creazione e il Tabernacolo è sottolineato in modo evidente nella tradizione rabbinica. Il Midrash Tanchuma, ad esempio, propone una corrispondenza tra ciascuno dei sei giorni creativi della Genesi e le diverse fasi dell’edificazione del Santuario. Da questo legame i Maestri derivano l’idea secondo cui il Tabernacolo rappresenta l’adempimento della missione dell’essere umano nell’universo. Come Dio decise di creare un mondo in cui l’uomo potesse abitare, allo stesso modo l’uomo ha il compito di costruire un luogo per far risiedere la Presenza del Creatore:
“Rabbi Tarfon ha detto: Dio non pose la Sua Presenza su Israele finché [gli Israeliti] non si misero all’opera, come è scritto: ‘Essi mi facciano un Santuario, ed Io abiterò in mezzo a loro’ (Avot de-Rabbi Natan, 11).

Alcuni elementi essenziali del Tabernacolo, tuttavia, sembrano rievocare un altro celebre racconto della Genesi: quello del Giardino dell’Eden, come si evince da alcuni interessanti parallelismi:

  1. Dopo l’espulsione dell’uomo dal Giardino dell’Eden, due Keruvim (Cherubini) furono posti a guardia dell’albero della vita (Genesi 3:24). L’Arca dell’Alleanza, situata nell’area più sacra del Tabernacolo, era sormontata da una copertura d’oro (Kapporet) su cui erano poste le immagini scolpite di due Keruvim (vedi Esodo 25:18-20).
  2. La Torah, in Genesi 2:15, ci narra che l’uomo fu posto nel Giardino dell’Eden “affinché lo lavorasse (le-ovdah) e lo custodisse (le-shomrah)”. Questi due verbi descrivono anche gli obblighi dei sacerdoti del Tabernacolo (vedi Numeri 3:8; 8:26; 18:4).
  3. Sia nell’Eden che nel Santuario, la manifestazione di Dio è descritta con il medesimo verbo: “Essi udirono il suono del Signore Dio che camminava (mitalekh) nel Giardino” (Genesi 3:8); “Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi rigetterò. Camminerò (hitalakhti) tra voi e sarò il vostro Dio” (Levitico 26:11-12).
  4. Nel Giardino, Dio veste Adamo ed Eva con delle tuniche (kutnot). Lo stesso compito è affidato a Moshè durante l’inaugurazione del Tabernacolo: “E per i figli di Aaron farai delle tuniche (kutnot)” (Esodo 28:40).

Il profeta Yechezkel (Ezechiele) elabora ulteriormente questo parallelismo parlando di acque che sgorgheranno dal Santuario nell’epoca messianica, proprio come i fiumi che avevano la loro fonte nel Giardino dell’Eden secondo il racconto biblico. L’immagine profetica preannuncia la fioritura di un nuovo Eden rigoglioso nella Terra d’Israele:
“Egli mi condusse nuovamente all’ingresso del Tempio, ed ecco delle acque uscivano da sotto la soglia del Tempio […]. Lungo il fiume, su entrambe le sue sponde, crescerà ogni specie di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno e il cui frutto non verrà mai meno (Ezechiele 47:1-12).

Il fatto che l’Arca dell’Alleanza, con le Tavole dei Dieci Comandamenti e i due Cherubini, sia posta nel cuore del Tabernacolo, proprio nel punto focale del Santuario e della vita religiosa degli Israeliti, sta a significare che l’osservanza della Torah è ciò che permette all’uomo di elevarsi fino a raggiungere quella condizione spirituale rappresentata dall’antico Giardino.
Ma se nell’Eden originario l’umanità era ancora priva della conoscenza del bene e del male, e le benedizioni non richiedevano alcuno sforzo, ora la situazione è radicalmente diversa. L’incontro tra Dio e le Sue creature può avvenire solo attraverso l’impegno umano, con l’edificazione del Tabernacolo e l’osservanza dei precetti:

“Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; perciò oggi io ti comando di amare Hashem, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, i suoi statuti e i suoi decreti, affinché tu viva e ti moltiplichi” (Deuteronomio 30:15).
Vita, morte, bene e male, quattro concetti chiave della vicenda di Adamo ed Eva, che riemergono tutti insieme nell’imperativo divino ad agire secondo la Torah. E nel caso in cui Israele fallisca ad adempiere tale imperativo, la pena preannunciata è identica a quella subita dalla prima coppia nell’Eden: l’esilio e la morte:
“…Io vi dichiaro oggi che certamente perirete, che non prolungherete i vostri giorni nel paese, che state per entrare ad occupare, attraversando il Giordano” (Deut. 30:18).
Dunque non è forse un caso che Geremia, piangendo la distruzione di Gerusalemme, si esprima in questi termini: “Egli ha devastato il Suo Tabernacolo come un giardino, ha distrutto il luogo dell’assemblea” (Lamentazioni 2:6); e che Isaia, annunciando la Redenzione futura, scelga di curare lo sconforto del popolo impiegando l’antica immagine del ritorno alla purezza originaria:
“Hashem sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine, renderà il suo deserto come l’Eden e la sua solitudine come il giardino di Hashem. Gioia ed allegrezza si troveranno in lei, ringraziamento e suono di canti. Prestami attenzione, o popolo mio, ascoltami, o mia nazione, perché da me procederà la Legge e stabilirò il mio diritto come luce dei popoli” (Isaia 51:3-4).

La Torah e i Profeti insegnano così che l’uomo non è stato bandito per sempre dal mondo idilliaco dell’Eden. Quel mondo, che è in fondo una condizione spirituale ideale, può rinascere grazie alla costruzione del Tabernacolo, e può essere raggiunto da coloro che mettono in pratica i precetti. La Torah, d’altronde, come afferma il libro dei Proverbi (3:18), “è un albero di vita per coloro che l’afferrano, e chi la possiede è beato”.

Quello che non vi hanno mai detto su Adamo ed Eva

GanEden

E il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. E il Signore Dio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e i cui frutti erano buoni da mangiare. In mezzo al giardino vi erano anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2:8-9).

La vicenda di Adamo ed Eva è considerata una storia notissima, come le favole che tutti abbiamo ascoltato fin da piccoli e che ci appaiono perciò banali e persino irrilevanti. Ma cosa sappiamo veramente di questo racconto? Molti sarebbero sorpresi nel constatare che il testo della Genesi non parla affatto di una mela, del diavolo, del “peccato originale” e neppure della corruzione della natura umana. Numerosi elementi associati al racconto dell’Eden provengono in realtà da varie tradizioni e da culture differenti che spesso costituiscono un ostacolo alla comprensione della storia biblica e del suo messaggio originale. Cerchiamo allora di accostarci al misterioso giardino e ai suoi abitanti primordiali nel tentativo di apprendere ciò che la Torah intende davvero trasmettere ai suoi lettori. Continua a leggere