Il mistero del serpente di rame

E HaShem mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono (Numeri 21:6).

Nel nostro ultimo commento alla Parashah di Chukkat, abbiamo visto come gli Israeliti, a causa del loro sprezzante rifiuto del piano divino della Redenzione, siano divenuti vittime dell’attacco dei nechashìm serafìm, ossia i “serpenti ardenti” del deserto. In questo articolo proseguiremo l’analisi della vicenda per soffermarci su ciò che accade nel momento in cui Dio concede al popolo sofferente un rimedio alla terribile piaga.

E il popolo venne da Moshè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro HaShem e contro di te; prega HaShem che allontani da noi questi serpenti!». E Moshè pregò per il popolo. HaShem disse quindi a Moshè: «Fa’ un [serpente] ardente e mettilo sopra un’asta. E avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, vivrà». E Moshè fece un serpente di rame e lo mise sopra un’asta. E avvenne che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, viveva (Numeri 21:7-9).

Questi versi hanno senza dubbio suscitato grande perplessità nei lettori di ogni epoca. Sembra infatti che la Torah, in apparente contraddizione con il severo divieto di realizzare immagini sacre e di venerarle, attribuisca un potere miracoloso a un oggetto molto simile a un idolo. La repulsione biblica verso ogni rappresentazione idolatrica di “tutto ciò che è lassù nel cielo e di tutto ciò che è quaggiù sulla terra” (Esodo 20:4) rischia di perdere il suo vigore a causa di questo brano in cui Dio stesso comanda a Moshè di scolpire l’immagine di una creatura e di innalzarla, proprio come un totem, affinché tutto il popolo possa vederla.

In effetti, come narra il Libro dei Re, il serpente di rame (nechash nechoshet, chiaro gioco di parole) divenne per gli Israeliti un oggetto di culto. Per questo motivo, il re Chizkyahu (Ezechia), nell’ambito della sua riforma contro l’idolatria dilagante, si trovò costretto ad applicare misure molto drastiche:

Egli (Chizkyahu) eliminò le alture e frantumò le stele, abbatté i pali sacri e fece a pezzi il serpente di rame, eretto da Moshè, poiché fino a quel tempo gli Israeliti gli bruciavano incenso e lo chiamavano Nechushtan (2 Re 18:4).

Questa vicenda non può far altro che avvalorare la nostra perplessità, mostrandoci come l’antica immagine del serpente abbia costituito realmente un rischio per il monoteismo ebraico. Non sorprende dunque che i Maestri del Talmud, consapevoli della problematicità del racconto, abbiano trasmesso un insegnamento volto a dissipare ogni dubbio:

“Poteva forse il serpente far morire o mantenere in vita? Piuttosto, quando i figli d’Israele volgevano in alto i loro occhi e si sottomettevano nei loro cuori al Padre che è in cielo, essi guarivano. Altrimenti, essi perivano” (Rosh Hashanah 29a).

I Maestri intendono dunque il serpente di rame come un semplice strumento in grado di far volgere il pensiero degli Ebrei verso il Creatore, ovvero come una sorta di simbolo privo di qualsiasi potere intrinseco. Ciò tuttavia non spiega il motivo per cui Dio abbia scelto uno strumento tanto insolito e controverso (praticamente indistinguibile da un idolo) per elargire la sua misericordia. Se Ibn Ezra, con una certa prudenza reverenziale, dichiara che “non spetta a noi indagare sul motivo per cui [la cura] arrivò nella forma di un serpente”, Nachmanide, al contrario, propone una spiegazione piuttosto elaborata:

“È noto, in base a un principio medico, che ogni persona che sia stata morsa da una creatura velenosa diviene gravemente malata se vede [tale creatura] o se vede una forma che vi assomigli. […] Infatti, la sua mente potrebbe attaccarsi al pensiero [di quella creatura] e non distogliersi da essa fino a causare la morte. […] Ma il Santo Benedetto comandò a Moshè di realizzare l’immagine di un serpente ardente […] e quando una persona fissava intensamente il serpente di rame, che assomigliava alla causa dell’offesa, quella persona viveva. In questo modo essi potevano comprendere che Dio è colui che ‘fa morire e fa vivere'”.

Nachmanide, basandosi sul sapere medico della sua epoca, riflette quindi sulla natura paradossale del rimedio concesso da Dio: il fatto che la figura di un serpente possa curare coloro che sono stati morsi da tali animali è qualcosa di impensabile dal punto di vista razionale, per cui un simile rimedio ha la funzione di amplificare la portata del miracolo per magnificare il potere del Creatore dinanzi agli Israeliti.

Da quando l’archeologia ci ha permesso di fare luce sulle culture del Vicino Oriente antico, spiegazioni come quelle di Nachmanide non possono più essere ritenute convincenti. Oggi sappiamo infatti che l’idea di adoperare l’immagine di un serpente come strumento di cura non era considerata per nulla paradossale o illogica nell’ambiente culturale esistente ai tempi dell’Esodo. All’opposto, come scriveva Karen R. Joines in un articolo del 1968, “nel Vicino Oriente antico, il serpente era associato alla restaurazione della vita” e inoltre “gli Egiziani usavano spesso difendersi dal serpente tramite la sua immagine”.
Nel suo commentario al Pentateuco, Robert Alter nota a questo proposito che a Timnah, non lontano dall’area geografica in cui è ambientato l’episodio biblico, gli archeologi hanno rinvenuto un serpente di rame di piccole dimensioni, probabilmente non molto diverso da quello di cui parla il Libro dei Numeri. Sembra dunque che la Torah non presenti qualcosa di completamente nuovo, ma faccia riferimento a una pratica comune presso i popoli vicini.

Per cercare di fare chiarezza, proviamo allora a considerare un’altra vicenda biblica che presenta alcuni elementi in comune con l’episodio in questione:

Moshè fece levare l’accampamento di Israele dal Mar Rosso ed essi avanzarono verso il deserto di Shur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Marah, ma non potevano bere le acque di Marah, perché erano amare. […] Allora il popolo mormorò contro Moshè: «Cosa berremo?». Egli invocò HaShem, che gli indicò un albero. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce (Esodo 15:22-25).

Anche in questo caso, il popolo si lamenta per la mancanza d’acqua nel deserto (proprio come in Numeri 21:5) e mormora contro Moshè. Benché qui non si parli di alcuna punizione divina, tuttavia anche in questo racconto il problema che affligge gli Israeliti (l’acqua amara) viene risolto attraverso un rimedio indicato espressamente da Dio: un albero, o “legno” (etz). Umberto Cassuto, nel suo commentario al Libro dell’Esodo, spiega:

“Il Signore gli mostrò un particolare albero, la cui natura è quella di assorbire il sale presente nell’acqua per renderla dolce. Tale proprietà appartiene, secondo le testimonianze di alcuni viaggiatori, a una certa varietà locale di roveto”.

Il commento di Cassuto risulta illuminante in quanto ci illustra una concezione dei miracoli e degli interventi divini diversa da quella tradizionale. Spesso si pensa infatti ai miracoli come a eventi soprannaturali del tutto estranei alla logica e alle leggi della fisica. Questa idea, però, talvolta non si accorda al meglio con quanto la Bibbia racconta.

Spiegare i prodigi biblici attraverso la scienza non significa sminuirli: secondo la Torah, la natura è pur sempre una creazione di Dio, e nessuno più del Creatore sa impiegare i fenomeni naturali per adempiere i propri piani nei modi più grandiosi e sorprendenti.

Se accettiamo l’idea che, nel caso delle acque amare, il rimedio divino sia di tipo “scientifico” o almeno “naturale”, forse allora potremmo dire lo stesso anche del serpente di rame. Considerando la potenza curativa attribuita nell’antichità ai serpenti e alla loro immagine, oltre che le ben note proprietà terapeutiche del rame, non è per nulla assurdo ricondurre il nechash nechoshet a una curiosa pratica medica dell’epoca dell’Esodo, un’epoca in cui il confine tra scienza e magia non era ben definito. Non a caso, l’immagine del serpente attorcigliato su un bastone, nota nell’antica Grecia come “bastone di Asclepio“, è ancora oggi ampiamente utilizzata come simbolo della medicina.

Secondo questa ipotesi, parlando del serpente di rame, la Torah farebbe dunque riferimento a uno strumento curativo già noto, non a un idolo né a un talismano. Il fatto che questo tipo di immagine avesse anche e soprattutto un significato religioso e magico presso i popoli vicini non costituisce una difficoltà insormontabile: nella Toseftà (Shabbat, 7), gli antichi Maestri pongono una distinzione tra gli usi denominati derekh haemorì (“la via degli Emorei”), cioè le pratiche pagane prive di una spiegazione logica, e le usanze che invece, pur essendo adottate dagli idolatri, hanno un’efficacia dovuta alla loro fondatezza scientifica e sono perciò considerate lecite.

La Torah presenta quindi il serpente di rame senza divinizzarlo, ma riconoscendolo in quanto strumento di cura. Quando il confine sottile tra efficacia naturale e idolatria non fu più percepito, e il nechash nechoshet finì per diventare agli occhi del popolo una nuova versione del vitello d’oro, l’intervento del re Chizkyahu condannò questo enigmatico oggetto del passato al suo misero destino.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...