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Mishpatim: La logica della Legge

E questi sono gli statuti che tu porrai dinanzi a loro (Esodo 21:1).

La Parashah di Mishpatìm, la porzione del Libro dell’Esodo subito successiva al racconto della Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, presenta una serie di leggi civili, sociali e religiose che rappresentano il primo nucleo dell’ordinamento giuridico che il popolo d’Israele è chiamato ad adottare come conseguenza dell’accettazione del Patto divino.
Ad alcune di queste leggi, come le norme sulla schiavitù e il tanto discusso “occhio per occhio, dente per dente“, abbiamo già dedicato degli articoli in passato. Questa volta vogliamo invece concentrarci sulle leggi relative al risarcimento dei danni inflitti alle persone e ai beni materiali. Continua a leggere

La Torah contro il Codice di Hammurabi

Hammurabi

Quale grande nazione ha statuti e decreti giusti come tutta questa Legge che oggi vi metto davanti? (Deuteronomio 4:8).

Quello contenuto nella Bibbia ebraica non è stato il primo codice di leggi a comparire nella storia dell’umanità. Al tempo della liberazione degli Ebrei dall’Egitto, altri ordinamenti legislativi erano già stati messi per iscritto e accettati come autorevoli presso le grandi nazioni del Medio Oriente antico. La raccolta più celebre e ampia è costituita dal codice babilonese promulgato dal re Hammurabi, il cui testo è stato riportato alla luce dall’archeologia all’inizio del Novecento, dopo millenni di totale oblio.
La Torah non ignora l’esistenza delle legislazioni precedenti, anzi, ne riprende in alcuni casi il linguaggio e le categorie giuridiche, spesso ponendosi tuttavia in contrasto con gli ordinamenti degli altri popoli, nei confronti dei quali la legge biblica, per la sua origine divina, è proclamata superiore. Secondo il Deuteronomio, Mosè dichiarò infatti rivolgendosi agli Israeliti:
“Ecco, io vi ho insegnato statuti e decreti, come il Signore, il mio Dio, mi ha ordinato, affinché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Li osserverete dunque e li metterete in pratica, poiché questa sarà la vostra sapienza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutti questi statuti, diranno: «Questa grande nazione è un popolo saggio e intelligente!» (Deut. 4:5-6).

In cosa consiste esattamente questa superiorità della Torah rispetto alle altre raccolte di leggi? I grandi Maestri e commentatori biblici del passato non hanno potuto rispondere a questa domanda, poiché, nella loro epoca, il codice di Hammurabi, le leggi degli Assiri e quelle degli Ittiti erano da tempo perdute e sepolte fra le sabbie dei deserti. Oggi, in seguito alle scoperte archeologiche dell’ultimo secolo, un confronto tra la Bibbia e le antiche leggi è divenuto non solo possibile ed interessante, ma anche fondamentale, poiché ci consente di cogliere a pieno l’autentico valore storico della Torah e la sua natura profondamente rivoluzionaria. Continua a leggere

La schiavitù nella Bibbia

Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me, cosa farò, quando Dio si alzerà, e quando mi chiederà conto, cosa risponderò? Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto forse anche lui? Non fu lo stesso Dio a formarci nel grembo? (Giobbe 31:13-15).

schiavitù

La sezione della Torah dedicata alle norme che regolano la società si apre con le leggi relative all’eved ivrì, il servo ebreo. Questa priorità ha un suo significato preciso: per un popolo di schiavi, divenuto libero da poco tempo, è essenziale fondare la propria identità di nazione sulla dolorosa esperienza del passato. E così gli Israeliti, prima di ogni altra cosa, devono sapere come comportarsi con gli schiavi.

La Torah condanna l’ingiustizia dell’oppressione a cui erano soggetti gli Ebrei in Egitto, eppure non comanda al popolo di abolire del tutto la schiavitù, ma solo di limitarla e di gestirla secondo un’etica sconosciuta alle nazioni vicine.
Prima della rivoluzione industriale, soprattutto nelle società basate sull’agricoltura, la schiavitù ricopriva un’enorme importanza nell’economia, al punto che la mancanza di schiavi poteva mettere a rischio la sopravvivenza di intere popolazioni. Inoltre, per le moltitudini di famiglie povere incapaci di provvedere ai propri bisogni più elementari, la possibilità di mettersi al servizio di un padrone appariva spesso l’unica via per scampare alla fame. All’interno di questo contesto storico, ciò che la Torah stabilisce è una forma di schiavitù molto diversa da quella consueta, priva dei suoi aspetti inumani e degradanti. Continua a leggere

Mishpatim: “Occhio per occhio”

Tutti conoscono la frase biblica “vita per vita, occhio per occhio, dente per dente” (Esodo 21:23-25), spesso citata come espressione di una giustizia arcaica fondata sulla vendetta. Non abbastanza noto è invece il modo in cui la tradizione rabbinica ha sempre inteso questo principio tanto controverso. Secondo i Maestri del Talmud, la legge denominata“occhio per occhio” (ayin tachat ayin) si riferisce in realtà a un risarcimento in denaro che il colpevole deve fornire alla vittima in misura proporzionata alla gravità dell’offesa. La normativa ebraica non prevede quindi una punizione corporale, ma un semplice rimborso economico da fissare in base alle valutazioni del Tribunale.

La logica ci spinge a chiederci se tale interpretazione sia frutto di una rielaborazione rabbinica volta a prendere le distanze da un’usanza brutale, oppure se essa trovi un riscontro effettivo nel testo biblico.
Esiste un caso esplicito, all’interno delle leggi della Torah, in cui la frase “vita per vita” (nefesh tachat nefesh) è impiegata chiaramente per alludere ad un risarcimento monetario:
“Chi percuote a morte un animale dovrà risarcire, vita per vita” (Levitico 24:18).
Il confronto con il versetto 21 dello stesso capitolo non lascia spazio a dubbi: qui “vita per vita” indica un rimborso proporzionato alla perdita della vita dell’animale.

Un altro caso da considerare si trova in Esodo 21:18-19:
“Se due uomini litigano e uno colpisce l’altro con una pietra o con un pugno e quello non muore, ma deve mettersi a letto, se poi si rialza ed esce a camminare con il suo bastone, chi lo ha colpito sarà assolto; lo risarcirà soltanto del tempo perduto e gli fornirà le cure”.
È evidente che la pena a cui l’aggressore viene sottoposto è soltanto di natura economica. Nell’analizzare questo caso concreto, la Torah non menziona alcuna punizione corporale da infliggere al colpevole.

Perché allora il testo utilizza l’espressione “occhio per occhio”, che richiama l’idea di una mutilazione fisica?
Secondo una linea interpretativa seguita da studiosi come Benno Jacob e Pinchas Lapide (e nell’ambito rabbinico classico, da Saadia Gaon e Ibn Ezra), siamo davanti a un semplice errore di traduzione. Il termine tachat nella Bibbia indica infatti qualcosa che subentra in sostituzione di qualcos’altro, come nel caso di un re che sale al trono al posto di suo padre (vedi 1Re 1:30), o di una persona che si offre di sostituirne un’altra (vedi Genesi 44:3). Sulla base di tali osservazioni, la frase Ayin tachat ayin dovrebbe perciò essere intesa nel senso di: “il valore di un occhio in sostituzione di un occhio”, una parafrasi che appare tuttavia piuttosto forzata. Coloro che adottano questo punto di vista tendono dunque a giustificare l’interpretazione del Talmud della norma biblica anche sul piano strettamente letterale del testo.

Altri commentatori scelgono invece un approccio diverso, avvalorato anche dagli antichissimi codici giuridici nei quali è contenuta la Legge del taglione. Secondo Maimonide, ciò a cui la Torah allude realmente è proprio una punizione corporale, ma soltanto sul piano teorico: un aggressore, in base ai principi di una giustizia ideale ed assoluta, meriterebbe davvero di subire un danno analogo a quello che egli stesso ha inflitto; tuttavia, nella pratica, la Legge impone di trasferire la punizione fisica sul piano economico. A conferma di tutto ciò, Maimonide cita un verso della Torah in cui si parla dell’unico crimine la cui pena non può essere mutuata attraverso un pagamento in denaro, cioè il caso dell’omicidio volontario:
“Non accetterai un prezzo di riscatto per la vita di un omicida, reo di morte, perché dovrà essere messo a morte” (Numeri 35:31).
Per quanto riguarda invece i casi di danni non letali, come abbiamo visto in precedenza, il risarcimento monetario subentra al posto della punizione corporale.