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Metzorà: acqua, sangue, uccelli e purificazione

La Parashah di Metzorà (Levitico 14:1 – 15:33) prosegue il discorso sulle leggi di purità rituale affrontando il tema della tzaraat, una strana malattia della pelle la cui identificazione è tuttora controversa, ma che storicamente è stata spesso intesa come la lebbra o come altre patologie cutanee.

Secondo Ralbag e Abravanel, la tzaraat era una malattia diffusa nei tempi biblici, della quale in epoche successive si è persa la conoscenza. Molti commentatori rabbinici, tuttavia, hanno attribuito a questa piaga un’origine e una natura prevalentemente spirituale. Secondo questa interpretazione, la tzaraat sarebbe dunque la manifestazione fisica di una problematica interiore sorta a causa delle azioni negative della persona affetta.

Ciò su cui vogliamo concentrarci ora, a prescindere dai diversi approcci sull’identificazione della tzaraat, è il bizzarro rituale di purificazione che la Torah prescrive per colui che è guarito da questa patologia Continua a leggere

L’amore che genera la vita

Tazria

 

Tratto da un articolo di Rabbi Jonathan Sacks dal titolo: La santità e il parto.

I brani di Tazrìa e Metzorà (Levitico 12:1 – 15:33) contengono alcune leggi fra le più difficili da comprendere di tutta la Torah. Si tratta delle regole di “impurità”, derivate dalla nostra condizione di creature fisiche che ci rende esposti a ciò che Amleto chiama “i mille tumulti naturali di cui è erede la carne”.
Nonostante il nostro desiderio di vivere per sempre, la mortalità appartiene all’esistenza umana come a tutto ciò che possiede la vita. Come spiega Rambam (Guida dei Perplessi, III:13), essere dotati di un corpo di carne ed ossa significa inevitabilmente subire l’influenza della materia e della natura esterna.

L’approccio ebraico si è sempre distinto nettamente sia dell’edonismo (la filosofia che pone il piacere fisico al centro della vita) che dell’ascetismo (un modello di vita basato sulla rinuncia a tutti i piaceri carnali). La Torah comanda infatti di santificare la materia (attraverso il nutrimento, il sesso e il riposo) per far risiedere la Presenza divina nella realtà fisica del corpo.

I brani che leggiamo questa settimana ci offrono un esempio evidente di tutto ciò:

Se una donna è rimasta incinta e partorisce un maschio, sarà teme’ah (impura) per sette giorni, come nei giorni delle sue mestruazioni. […] Poi ella resterà ancora trentatré giorni a purificarsi del sangue: non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel Santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Se invece partorisce una bambina, sarà teme’ah per due settimane, come al tempo delle sue mestruazioni; e resterà sessantasei giorni a purificarsi del sangue (Levitico 12:2-5).

Per compiere la purificazione, la donna deve poi presentare alcune offerte sacrificali da bruciare sull’altare. Ma qual è il significato di queste leggi? Per quale motivo il parto rende la madre teme’ah (termine tradotto con “impura”, ma che si riferisce più precisamente a una condizione che impedisce o esonera dal contatto diretto con ciò che è sacro)? E perché il periodo di impurità ha una durata doppia nel caso in cui il neonato sia una femmina?
È facile cedere alla tentazione di considerare queste leggi come inaccessibili alla comprensione umana, che è infatti quanto alcune fonti rabbiniche sembrano affermare. Di fatto, però, come sottolinea Maimonide, non è così. Anche se non potremo mai sapere con certezza quale interpretazione dei concetti di santità e purità rituale sia più corretta, ciò non dovrebbe spingerci ad abbandonare la nostra ricerca e a rinunciare a formulare spiegazioni che siano almeno ipotetiche.

Il primo principio essenziale per comprendere le leggi di purità rituale è l’affermazione secondo cui Dio è vita. L’Ebraismo proclama un rifiuto assoluto dei culti, sia antichi che moderni, che glorificano la morte. Le grandi piramidi d’Egitto erano maestosi monumenti funebri. Arthur Koestler scriveva che senza la morte “le cattedrali crollano e le piramidi si dissolvono nella sabbia”. Freud utilizzò il termine thanatos per descrivere la pulsione umana orientata verso la morte.

L’Ebraismo è una protesta contro le culture incentrate sulla morte. “Non sono i morti che lodano il Signore, né coloro che scendono nel silenzio” (Salmi 115:17); “Che profitto darà il mio sangue, se scendo giù nella fossa? Può forse la polvere celebrarti, o proclamare la tua verità?” (Salmi 30:9). “Tutti voi che rimaneste fedeli al Signore, oggi siete tutti in vita” (Deuteronomio 4:4).  La Torah è definita “un albero di vita” (Proverbi 3:18). Dio è il Dio della vita. Mosè ha riassunto tutto ciò in una sola espressione: “Scegliete la vita” (Deuteronomio 30:19).

Ne deriva dunque che la kedushah (santità), essendo un punto nello spazio o nel tempo in cui ci troviamo dinanzi alla Presenza di Dio, comporta una consapevolezza suprema della vita. Questo ci aiuta a capire il motivo per cui nella Bibbia il caso esemplare di impurità è quello causato dal contatto con un cadavere. Gli altri tipi di impurità riguardano le malattie o le emissioni corporee che ci ricordano la nostra mortalità. Dio non può essere associato con tali manifestazioni dell’esistenza della morte, e dunque chi ha contratto un’impurità non può accostarsi al Santuario. Yehuda HaLevì, nella sua opera nota come Kuzarì, spiega le leggi relative alla purità in questi termini:

“Un corpo morto rappresenta il più alto grado della perdita della vita, e un arto colpito dalla lebbra appare come se fosse morto. La stessa cosa vale per la perdita del seme, poiché esso è dotato di forza vitale, capace di generare un essere umano” (Kuzari II:60).

Le leggi di purità, come sostiene Yehuda HaLevì, si applicano solo a Israele, proprio perché l’Ebraismo è la religione della vita, e i suoi membri sono perciò estremamente sensibili alle più sottili manifestazioni del confine tra vita e morte.

Un altro principio di grande importanza è la particolare attenzione che l’Ebraismo riserva alla nascita di un figlio. Nulla è più naturale della procreazione: ogni essere vivente si riproduce. Eppure, nella Torah è posta molta enfasi sul fatto che molte eroine bibliche (fra cui Sarah, Rebecca, Rachele, Anna e la Sunnamita) fossero sterili, e riuscirono ad avere figli solo attraverso un miracolo. Il messaggio della Torah è chiaro: essere Ebrei significa sapere che la sopravvivenza non è solo una questione biologica; ciò che altre culture percepiscono in modo puramente naturale è per noi un dono di Dio. Nessuna fede ha mai attribuito tanta importanza ai bambini e all’educazione delle nuove generazioni. Diventare genitori è la cosa che ci rende più vicini a Dio stesso. Questo è il motivo per cui la donna è considerata più vicina a Dio. Al contrario degli uomini, le donne sanno cosa significa dare alla luce una nuova vita. L’idea è ben espressa nel verso in cui Adamo si rivolge a sua moglie e la chiama Chavah “poiché ella è la madre di tutti i viventi” (Genesi 3:20).

Ora possiamo tornare a riflettere sulle leggi relative alla purificazione dopo il parto. Una madre che genera un figlio, oltre ad andare incontro a un grave rischio (fino a tempi non molto lontani il parto era una frequente causa di morte sia per le madri che per i bambini), sperimenta anche la separazione da qualcosa che prima appariva come una parte del suo corpo, mentre ora diviene una persona indipendente. Se questo vale per un figlio maschio, è doppiamente valido per la nascita di una femmina, la quale potrà divenire a sua volta, dopo molti anni, portatrice di una nuova vita attraverso la gravidanza.

Le leggi di purità suggeriscono anche un concetto più profondo. Secondo un principio halachico, “Chi è occupato a compiere un precetto è esente da altri precetti” (Talmud, Sukkah 26a). Nel caso dell’impurità derivata dal parto, è come se Dio dicesse alla madre che ha dato alla luce un figlio: Per quaranta giorni nel caso di un neonato maschio, e il doppio per una figlia femmina, sei esentata dal presentarti al mio cospetto nel Santuario, perché sei impegnata in uno dei compiti più sacri che esistano, quello di nutrire ed accudire il tuo bambino. A differenza degli altri, tu non hai bisogno di venire al Tempio per sperimentare l’unione con la fonte della  vita e con il suo splendore. Tu stai già vivendo questa unione, in modo diretto e con ogni fibra del tuo essere. Tra alcuni giorni tornerai al Santuario per rendere grazie alla mia Presenza, e a presentare le tue offerte per aver superato un momento di pericolo; ma per ora, ammira il prodigio della nascita di tuo figlio, poiché hai la possibilità di intravedere un grande segreto noto soltanto a Dio.

Il parto esonera la madre dal culto del Tempio in quanto la sua nuova esperienza è già sufficiente ad adempiere la funzione del Santuario. In questo modo, la donna impara cosa sia l’amore che genera la vita e cosa significhi essere toccata da un assaggio di immortalità nella sua natura mortale.

Articolo originale: http://www.rabbisacks.org/covenant-conversation-5772-tazria-metzorah-holiness-and-childbirth