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Esaù ci insegna come leggere la Genesi

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Il Libro della Genesi (Berehshìt) si presenta in gran parte come l’avvicendarsi di storie di individui e di nuclei familiari che vivono eventi a volte drammatici (violenze, inganni, rivalità), a volte grandiosi (miracoli, rivelazioni divine), ma anche apparentemente ordinari (matrimoni, migrazioni). L’idea che dietro queste storie si celino significati profondi, insegnamenti morali o persino concetti esoterici è condivisa da molti lettori della Bibbia. Ma come dovremmo interpretare i racconti dei patriarchi e delle loro famiglie? Quali indizi ci fornisce il testo per vedere nelle loro vicende qualcosa in più di semplici  (per quanto singolari) biografie di uomini del passato? In questo articolo vogliamo proporvi una chiave di lettura illuminante concentrandoci in particolare su un personaggio che, nonostante non possa essere considerato uno dei protagonisti principali della Genesi, non ha di certo un ruolo marginale. Stiamo parlando di Esàv (Esaù), il fratello gemello del patriarca Yaakòv (Giacobbe). Continua a leggere

Toledot: cronache di una benedizione sottratta

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Esav diede un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio!». Ma egli rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione» (Genesi 27:34-35).

Le storie dei patriarchi narrate nel Libro della Genesi sollevano spesso dilemmi morali e presentano molti aspetti controversi. L’episodio del “furto della benedizione” da parte di Yaakòv (Giacobbe) ai danni di suo fratello Esàv (Esaù) è senza dubbio uno degli esempi più problematici.
La Torah ci racconta che Esav, il figlio maggiore di Yitzchak (Isacco), era stato designato dal padre a ricevere la benedizione e a diventare quindi il principale depositario delle promesse divine accordate ad Abramo. Ma Yaakov, il fratello minore, seguendo il piano architettato dalla madre Rivkà (Rebecca), utilizza dei peli di capretto per camuffarsi e riesce a ingannare il padre anziano e cieco per ottenere l’ambita benedizione al posto di Esav.

Ma era davvero necessario ricorrere a questo stratagemma? Come si dovrebbero giudicare le azioni di chi ha raggirato il proprio padre? Un simile operato si addice forse a uno dei fondatori di una nazione eletta da Dio? Facendo tesoro delle osservazioni riportate in un articolo di Rav Yair Kahn, proveremo a rispondere a queste e ad altre domande sul brano in analisi.

– Esav e la primogenitura 

I Maestri del Midrash e i commentatori classici dell’Ebraismo hanno da sempre fatto notare che il vero ingannatore di Yitzchak fu in realtà Esav:

“Yitzchak amava Esav, perché la cacciagione era di suo gusto (letteralmente: la sua caccia era nella sua bocca), mentre Rivkà amava Giacobbe” (Genesi 25:28).

Il Midrash Tanchuma (citato da Rashi) commenta questo verso spiegando che Esav attirava la benevolenza del padre attraverso le sue illusioni. La grande abilità di Esav nella caccia (che per i Maestri ha anche un significato metaforico legato all’astuzia e alla violenza), in contrapposizione alla sedentarietà di Yaakov, è ciò che impedisce all’anziano Yitzchak di riconoscere il vero carattere del suo figlio prediletto.

Molto prima della vicenda della benedizione, Esav aveva disprezzato la primogenitura, vendendola a Yaakov per acquistare una minestra rossa (Genesi 25:29-34). Nell’antico contesto culturale dei patriarchi, il primogenito era il figlio consacrato per svolgere le funzioni di culto in rappresentanza dell’intera famiglia, un compito importantissimo che Esav non era idoneo a ricoprire. La sua indole e le sue occupazioni lo rendevano infatti un uomo dalla mentalità materialista, come si evince da quanto egli stesso dichiara a Yaakov: “Ecco, io vado a morire, a cosa mi serve la primogenitura?” (Genesi 27:32), una frase che ha il suo eco nelle parole che il profeta Isaia attribuisce agli empi: “Mangiamo e beviamo, poiché domani moriremo!” (Isaia 22:13).  Da notare inoltre che, in ebraico, la parola bechorah (primogenitura) differisce da berachah (benedizione) solo per l’ordine delle lettere. Il rifiuto della prima presagisce chiaramente la privazione della seconda.

L’inadeguatezza di Esav a ricevere l’eredità di Abramo si rivela anche nella sua scelta di sposare due donne cananee, delle quali il testo biblico ci dice che “esse furono causa di profonda amarezza per Yitzchak e Rivkà” (Genesi 26:34).

Rivkà, al contrario di suo marito, sapeva fin dall’inizio che il figlio minore era destinato a prevalere sul maggiore (vedi Genesi 25:23). Il fatto che ella non avesse discusso di ciò con Yitzchak ci fa comprendere che alla base dell’intera discordia ci sia soprattutto la mancanza di dialogo tra i due coniugi.  Per evitare che l’investitura sacra sia impartita a un uomo indegno come Esav, Rivkà e Yaakov scelgono la via del raggiro, ma agiscono per il bene del futuro del popolo ebraico e della missione abramitica. Anche Yitzchak, poco dopo l’inganno, sembra arrivare a comprendere e ad accettare il destino di Yaakov, il quale viene benedetto nuovamente dal padre (Genesi 28:1-5).
Per alcuni, la questione può ritenersi già chiarita e risolta con quanto abbiamo appena spiegato. Ma la Torah ci mostra che non è così, e che la strana vicenda del furto della benedizione possiede un’altra dimensione morale da approfondire.

– Le conseguenze dell’inganno

Se da un lato abbiamo fatto luce sui veri intenti di Yaakov e di sua madre, dall’altro è comunque innegabile che il futuro padre delle dodici tribù di Israele abbia conquistato il suo primato ingannando il padre cieco, compiendo un’azione tutt’altro che nobile, oltre che non strettamente necessaria. La Torah insegna forse che il fine giustifica i mezzi ad ogni costo?

Da una lettura molto superficiale sembrerebbe che la Bibbia si schieri interamente dalla parte di Yaakov, e che il suo imbroglio non venga per nulla condannato, mentre ad Esav rimane soltanto la compassione dei lettori più critici. La verità è tuttavia molto più complessa e affascinante.

Sappiamo che Yaakov, a causa dell’ira di Esav, è costretto a fuggire dalla casa paterna e a recarsi da suo zio Lavàn, al quale egli chiede in sposa la figlia Rachèl. Ma dopo sette anni, al momento del tanto atteso matrimonio con la donna amata, Yaakov viene ingannato nel buio quando, per iniziativa del furbo Lavàn, a Rachèl si sostituisce segretamente Leà, la sorella maggiore. Ricevendo in sposa la donna sbagliata, Yaakov vive un’esperienza estremamente simile al raggiro che egli stesso aveva attuato ai danni del padre. La truffa del camuffamento si rivolta contro di lui.

Allora Yaakov disse a Lavàn: «Cosa mi hai fatto? Non è forse per Rachèl che ti ho servito? Perché dunque mi hai ingannato?». Lavàn rispose: «Non si usa fare così nel nostro paese, dare cioè la minore prima della maggiore» (Genesi 29:25-26).
Nella risposta di Lavàn, il testo racchiude una sorta di ironia subdola: dare il “minore” al posto del “maggiore” è esattamente ciò che Yaakov aveva compiuto sette anni prima.

Dopo aver subito lo stesso tipo di inganno inflitto a suo padre, Yaakov continua la sua espiazione nel momento in cui incontra, a distanza di vent’anni, il fratello Esav. A lui Yaakov invia numerosi doni (che rappresentano l’adempimento della benedizione paterna sulla prosperità), lo chiama “mio signore” (Genesi 32:19) e si prostra sette volte ai suoi piedi (Genesi 33:3). Yaakov si sottomette comportandosi come se la benedizione e la primogenitura fossero tornate nelle mani di Esav, e grazie a questa umiltà si dimostra realmente meritevole di essere l’erede autentico del Patto di Dio.

Il riscatto sembra avvenuto, il percorso di formazione appare concluso, le colpe del passato non esistono più. Eppure, sorprendentemente, il patriarca subisce un nuovo inganno che rievoca ancora una volta il suo antico camuffamento. I figli dell’ormai anziano Yaakov mostrano al padre la tunica del loro fratello Yosef (Giuseppe), macchiata con il sangue di un capro, che non a caso è lo stesso animale di cui lo stesso Yaakov si era servito per fingersi peloso quanto Esav:

Presero allora la tunica di Yosef, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi essi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: «L’abbiamo trovata; verifica se è o no la tunica di tuo figlio». Egli la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Yosef è stato sbranato» (Genesi 37:32-33).

Dopo questo evento, per molti anni, il patriarca vivrà nella tragica convinzione che il suo figlio prediletto non sia in più in vita. Tutto ciò scaturisce forse da un altro errore di Yaakov: quello di non aver imparato la lezione dalla discordia dei suoi genitori, e di aver quindi favorito un figlio a discapito degli altri, facendo sì che la gelosia inquinasse anche la sua famiglia.

Secondo Rav Yair Kahn, la dolorosa esperienza della perdita di Yosef ha anche la funzione di permettere a Yaakov di espiare un’altra sua colpa, stavolta di carattere religioso: quella di aver creduto che, per compiere il suo destino, fosse necessario attuare un inganno, come se Dio non avesse potuto realizzare le Sue promesse senza che egli ricorresse a stratagemmi umani e immorali. Sarebbe infatti assurdo pensare che, senza l’azione disonesta di Yaakov, l’investitura sacra sarebbe stata davvero trasmessa a Esav,  con la conseguente rovina del nascente popolo ebraico. Certamente il Sovrano dell’universo avrebbe fatto adempiere in altri modi la profezia rivelata a Rivkà, secondo cui: “Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore” (Genesi 25:23).
L’errore di Yaakov è come un seme che fa nascere nuove sciagure. I figli del patriarca, infatti, decidono di liberarsi del loro odiato fratello nell’illusione di riuscire così a non far compiere il sogno profetico di Yosef, che vedeva tutta la famiglia inchinarsi davanti al figlio minore, e che alla fine si realizzerà anch’esso.

Tra i vari insegnamenti trasmessi dalle storie della Genesi ne abbiamo trovato dunque uno spesso trascurato, probabilmente a causa della tendenza comune a concentrarsi sulla santità dei patriarchi senza guardare alle loro umane imperfezioni: non è lecito abbandonare l’etica per tentare di interferire nelle trame del destino.

Toledot: Il potere delle benedizioni

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Nella Parashah di Toledot (Genesi 25:19 – 28:9) compare un tema controverso che può risultare di difficile comprensione ai lettori moderni: quello delle benedizioni e delle maledizioni pronunciate dagli esseri umani. La seguente spiegazione, tratta dal Commentario biblico di Umberto Cassuto  (1883 – 1951), chiarisce alcuni aspetti di questo complesso argomento.

Nell’antico Oriente esisteva una credenza molto diffusa secondo cui le benedizioni e le maledizioni, una volta pronunciate dagli uomini, si adempissero da sole grazie al potere magico delle parole. Se però un’altra forza vi si opponeva, allora il potere di questi incantesimi poteva essere annullato. Ciò spiega il motivo per cui nelle religioni orientali, in particolare nei culti dei popoli mesopotamici e degli Ittiti,  fosse riservata tanta importanza alle formule magiche dei sacerdoti, il cui scopo era quello di neutralizzare i poteri degli anatemi lanciati dalle divinità e degli esseri umani.

Le credenze basate sul potere delle benedizioni e delle maledizioni erano comuni anche nel popolo d’Israele, non solo nel periodo biblico ma anche in epoca talmudica (vedi ad esempio Megillah 15a), e si sono protratte fino al tempo presente. La Bibbia attribuisce queste convinzioni popolari ai pagani, come nel caso del re di Moab, che credeva nel potere magico delle imprecazioni di Bilaam (Numeri 22:6: Poiché io so che colui che tu benedici è benedetto, e colui che tu maledici è maledetto), ma anche, in alcuni casi, agli stessi Israeliti. Ad esempio, la madre di Micah, che aveva maledetto colui che le aveva rubato una somma di denaro, dopo aver udito che il ladro era in realtà suo figlio, si affrettò ad annullare l’effetto della maledizione tramite una benedizione: Benedetto sia mio figlio dal Signore (Giudici 17:2). Allo stesso modo, quando Giacobbe temeva che suo padre lo maledisse dopo aver scoperto che si era presentato da lui spacciandosi per suo fratello, fu rassicurato immediatamente da Rebecca, che gli disse: Questa maledizione ricada su di me, figlio mio! (Genesi 27:13), in maniera da attirare l’effetto negativo su sé stessa invece che sul proprio figlio.
I casi appena citati riguardano soltanto singoli individui del popolo ebraico. Nel raccontare le loro vicende, la Bibbia riporta le loro credenze, che erano comuni tra la gente dell’epoca, ma che tuttavia non rispecchiano la vera fede d’Israele. Dal punto di vista della Torah, infatti, sarebbe impossibile immaginare che la parola di un essere umano possa avere un potere indipendente dalla Volontà di Dio, poiché nella concezione biblica il bene e il male derivano unicamente dal Creatore. Le benedizioni degli uomini sono da considerarsi, secondo la Torah, soltanto come auspici e preghiere espressi nella speranza che Dio voglia realizzarli. Anche le imprecazioni umane, quando non sono parole inique, rappresentano in realtà delle preghiere affinché Dio agisca in una determinata maniera. Il Creatore, ovviamente, può non esaudire le richieste delle persone che benedicono o maledicono, a seconda del proposito della Sua Volontà, come è scritto nei Salmi: Essi malediranno, ma tu benedirai; quando si innalzeranno, resteranno confusi, ma il tuo servo si rallegrerà (Salmi 109:28).

La grande differenza tra le superstizioni popolari e i principi basilari della Torah è dimostrata anche dalla formulazione con cui nella Bibbia vengono espresse le benedizioni e le maledizioni; in essa infatti i verbi appaiono molto spesso in una forma che nelle lingue semitiche indica un desiderio, una richiesta o una supplica. Inoltre, nel contesto delle benedizioni e delle maledizioni, il bene e il male sono attribuiti principalmente a Dio, come è evidente dalle parole di Isacco:
Dio ti dia la rugiada dei cieli e la fertilità della terra e abbondanza di frumento e di vino (Genesi 27:28).

In questo e in molti altri casi, siamo davanti a una semplice preghiera espressa da un uomo giusto, che proprio in virtù della sua giustizia si esprime in accordo con la Volontà del Giudice della terra, e le sue parole vengono perciò realizzate.

Toledot: Il primato morale

Commento di Rav Riccardo Pacifici.

Tutto il perno della contesa fra Esaù e Giacobbe si aggira attorno alla questione della primogenitura e alla benedizione paterna che ne consegue. Il primogenito che nell’antica società ebraica, era destinato a diventare, dopo la morte del padre, il capo spirituale e sacerdote della famiglia, riceveva, dal padre benedicente, l’investitura della sua missione.

Qui, nel caso di Esaù e Giacobbe, era Esaù quello che, uscito per primo alla luce della vita, sembrava essere designato al rango di primogenito; ma ne era egli degno? poteva il retaggio della missione abramitica essere affidato alle sue mani? O non aveva egli disprezzato e persino fatto mercimonio di quella primogenitura che doveva essere il suo bene più prezioso e il suo ideale più caro? Così era; ma il padre Isacco era stato ingannato dalle astute apparenze del figlio: o fosse la predilezione e il gusto che egli aveva per la cacciagione che il figlio gli procurava, o forse, come acutamente osservava il Midrash, perché l’astuto giovane “cacciava”, con le sue arti e i suoi raggiri, l’ingenua mentalità del padre, fatto sta che questi si preparava a impartire al figlio Esaù quella benedizione che doveva dargli una posizione spirituale superiore al fratello. Ma ciò non poteva, né doveva avvenire, non solo per una legge di naturale equità, ma anche perché Esaù aveva ormai dichiarato di rinunciare a quella primogenitura che, come dimostra l’episodio della vendita di essa al fratello, era ai suoi occhi strumento di interessi e non simbolo di vita ideale. Ecco perché si attua il disegno di Dio, sia pure attraverso l’intreccio delle azioni degli uomini, ecco perché Giacobbe viene riconfermato in quel grado di preminenza al quale la volontà di Dio, prima che quella degli uomini, lo aveva destinato.

Leggi l’intero commento dal sito Torah.it

Vedi anche:

– Testo della Parashah commentato da Rashbam 

– Commento di Rav Jonathan Pacifici

– Commento di Rav Shlomo Riskin