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Servi e padroni: due prospettive

Il quinto libro della Torah, chiamato in ebraico Devarim (“Parole”), è più noto con il suo nome greco di “Deuteronomio”, che significa “seconda Legge”. All’epoca dei Maestri del Talmud, esso era anche chiamato Mishneh Torah, cioè “ripetizione della Torah”, un altro nome che sembra esprimere l’idea secondo cui questo libro sarebbe una sorta di compendio volto a riproporre e a sintetizzare leggi già note, ripetendo e riconfermando il messaggio dei quattro libri precedenti[1].

Questa concezione del Deuteronomio appare però fortemente riduttiva, oltre che spesso non corrispondente alla realtà. Se da un lato è innegabile che molti dei precetti esposti nel libro erano già stati rivelati  nell’Esodo e nel Levitico, è tuttavia anche vero che tali precetti non vengono semplicemente “ripetuti” o “riconfermati”. Piuttosto, il Deuteronomio presenta le leggi già note in una nuova forma, talvolta rielaborandole o aggiungendo alcuni particolari nuovi alle formulazioni precedenti Continua a leggere

La schiavitù nella Bibbia

Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me, cosa farò, quando Dio si alzerà, e quando mi chiederà conto, cosa risponderò? Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto forse anche lui? Non fu lo stesso Dio a formarci nel grembo? (Giobbe 31:13-15).

schiavitù

La sezione della Torah dedicata alle norme che regolano la società si apre con le leggi relative all’eved ivrì, il servo ebreo. Questa priorità ha un suo significato preciso: per un popolo di schiavi, divenuto libero da poco tempo, è essenziale fondare la propria identità di nazione sulla dolorosa esperienza del passato. E così gli Israeliti, prima di ogni altra cosa, devono sapere come comportarsi con gli schiavi.

La Torah condanna l’ingiustizia dell’oppressione a cui erano soggetti gli Ebrei in Egitto, eppure non comanda al popolo di abolire del tutto la schiavitù, ma solo di limitarla e di gestirla secondo un’etica sconosciuta alle nazioni vicine.
Prima della rivoluzione industriale, soprattutto nelle società basate sull’agricoltura, la schiavitù ricopriva un’enorme importanza nell’economia, al punto che la mancanza di schiavi poteva mettere a rischio la sopravvivenza di intere popolazioni. Inoltre, per le moltitudini di famiglie povere incapaci di provvedere ai propri bisogni più elementari, la possibilità di mettersi al servizio di un padrone appariva spesso l’unica via per scampare alla fame. All’interno di questo contesto storico, ciò che la Torah stabilisce è una forma di schiavitù molto diversa da quella consueta, priva dei suoi aspetti inumani e degradanti. Continua a leggere