La celebre frase “Lascia andare il mio popolo”, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.
La celebre frase “Lascia andare il mio popolo”, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.
Come tutte le storie bibliche più famose, raccontate ai bambini nella forma di fiabe e divenute oggetto di suggestive rappresentazioni cinematografiche, anche la vicenda della nascita di Moshè (e della sua adozione da parte della figlia del Faraone) si rivela in realtà molto più complessa e ricca di significati di quanto spesso si pensi.
Fra i principali arredi sacri che la Torah comanda di costruire per la realizzazione del Santuario, oltre all’Arca del Patto, alla Menorah (candelabro a sette bracci), e
Tutti conoscono Mosè come colui che ricevette la rivelazione di Dio presso il roveto ardente e che divenne il liberatore degli Israeliti schiavi in Egitto, ma non molti ricordano lo strano episodio in cui “il Signore lo incontrò e cercò di ucciderlo” (Esodo 4:24). L’episodio più misterioso della Torah, come vedremo, potrebbe nascondere significati affascinanti legati alle vicende successive dell’Esodo.
Coloro che sono abituati a pensare alla Divinità come a un essere trascendente, spirituale e privo di un corpo fisico, potrebbero rimanere estremamente perplessi dinanzi a ciò che è narrato nel Libro dell’Esodo.
La descrizione del Tabernacolo (Mishkan), della sua costruzione, dei suoi arredi e dei riti che in esso si svolgevano, occupa nella Torah uno spazio davvero