Come interpretare la Bibbia – Le parole guida

Nei nostri articoli dedicati allo studio della Bibbia, di solito partiamo da un brano specifico per poi procedere con l’interpretazione, servendoci di vari strumenti e del contributo dei commentatori tradizionali e contemporanei. Questa volta, però, vogliamo fare l’opposto: inizieremo da un certo metodo interpretativo per mostrare poi come esso possa essere applicato concretamente nella comprensione del testo biblico.

Parleremo infatti del fenomeno della milàh manchàh, cioè “parola chiave“, o meglio “parola guida” (in tedesco Leitwort), e del suo ruolo in alcune narrazioni della Torah.

“Parola guida”: che cos’è

Il filosofo e teologo ebreo Martin Buber ha elaborato la seguente definizione del termine Leitwort:

Una parola o una radice linguistica che ricorre all’interno di un testo, una serie di testi o un brano, in maniera estremamente significativa in modo che, quando si indaga su tali ripetizioni, il significato del testo viene spiegato o diviene chiaro al lettore, o almeno è rivelato in misura molto superiore (M. Buber, Darko shel Mikra, p. 284).

Come spiega il Prof. Prof. Yonatan Grossman, questo uso letterario appare particolarmente importante perché “ci dimostra come la Scrittura possa trasmettere messaggi nascosti tramite l’utilizzo di ripetizioni di una certa parola”.

Individuare la parola guida all’interno di un racconto può talvolta essere fondamentale per comprendere il tema della narrazione, il suo scopo e il suo messaggio implicito, come scopriremo tra poco.

Carestia e abbondanza

Un esempio molto semplice del fenomeno di cui parliamo può essere rintracciato nella storia della discesa di Avram (Abramo) in Egitto narrata nella Genesi:

E vi fu una carestia nel paese, e Avram discese verso l’Egitto per soggiornarvi, perché la carestia era grave (kavèd) nel paese (Genesi 12:10).

Poco dopo, Avram viene privato di sua moglie Sarai e si ritrova faccia a faccia con il Faraone. Tutto però si risolve per il meglio, e al termine della pericolosa vicenda il testo dichiara:

E Avram [era] molto carico (kavèd) di armenti, argento e oro (13:2).

Il termine kaved (alla lettera “pesante”) era stato impiegato inizialmente per definire la carestia, che era appunto “grave” o “pesante”. In seguito, è invece Avram a essere definito kavèd, ora nel senso di “carico” o “ricco”. Attraverso la ripetizione della stessa parola, la Torah evidenzia come le sorti del patriarca si siano capovolte: egli non deve sopportare più il “peso” della carestia, ma quello ben più lieto delle ricchezze che ha accumulato in Egitto.

La prima volta, la parola kaved compare al momento della “discesa” di Avram in Egitto, per poi ricomparire proprio quando il racconto ci dice che “Avram salì dall’Egitto” (13:1). Dietro quelli che in apparenza sembrerebbero semplici movimenti in senso geografico, si cela in realtà l’andamento della storia di Avram, che discende verso una realtà di insidie e immoralità per poi risollevare le sue sorti tornando nella terra promessa.

Kaved nell’Esodo

Lo stesso termine kaved compare come parola guida anche nel Libro dell’Esodo, fungendo da vero e proprio filo conduttore nel racconto dell’uscita dall’Egitto.

In Esodo 7:14, Dio dice a Moshè: “Il cuore del Faraone è pesante (kaved): egli si è rifiutato di lasciar partire il popolo”.  Qui la parola kaved assume il significato di “ostinato” o “duro”. Poco prima, lo stesso vocabolo era stato impiegato da Moshè, quando aveva detto: “Non sono un uomo abile con le parole […] perché sono di bocca pesante e di lingua pesante” (4:10). All’umiltà e alla presunta inadeguatezza del profeta si contrappone così l’orgoglio irremovibile del re d’Egitto: indicando due caratteri opposti con la medesima parola, la Torah ci invita in qualche modo a confrontarli.

Contro l’ostinazione del Faraone, Dio manda “una grave (kaved) mescolanza [di insetti]” (8:24), una grave (kaved) pestilenza sul bestiame” (9:3), “una grandine molto pesante (kaved)”, e cavallette “in grande quantità (kaved)” (10:14), finché un’immensa folla lascia l’Egitto con “greggi, armenti e grande quantità (kaved) di bestiame” (12:38).

Poi, presso il mare, il cerchio tracciato dalla parola kaved trova la sua gloriosa chiusura. Mentre l’esercito del Faraone cerca di inseguire gli Israeliti, le ruote dei loro carri si staccano ed essi avanzano con “pesantezza” (kevedut). Kaved si trasforma in Kavod (“gloria”) nel momento in cui Dio dichiara: “Così io trarrò gloria dal Faraone, da tutto il suo esercito, dai suoi carri e dai suoi cavalieri” (14:17). 

Gli antichi Saggi d’Israele, consci del fenomeno delle parole chiave già molto prima degli studiosi moderni, affermano nel Midrash: “Il Santo Benedetto Egli sia disse [al Faraone]: «Malvagio, con la stessa espressione con cui ti sei mostrato ostinato (kaved), io trarrò gloria (kavod) per me»” (Shemot Rabbah 9:8).

Naturalmente, tutte queste allusioni e sfumature linguistiche non possono essere colte nelle traduzioni, ma soltanto nel testo ebraico: un motivo in più per cercare di raggiungere la fonte piuttosto che accontentarsi di fiumi e ruscelli.

“Riconosci, per favore, questa tunica”

A volte, se non si presta attenzione alle parole guida, si corre il rischio di lasciarsi sfuggire del tutto il senso di un racconto e il suo scopo all’interno di una narrazione più ampia. È ciò che è accaduto con la vicenda di Yehudah (Giuda) e Tamar, che ha suscitato molta perplessità agli occhi dei critici.

L’ultima sezione del Libro della Genesi, a partire dal capitolo 37, è incentrata sulla movimentata storia di Yosef (Giuseppe). Il testo ci narra del conflitto tra lui e i suoi fratelli, del suo arrivo in Egitto come schiavo, della sua sorprendente ascesa al potere, fino alla fatidica riconciliazione con la famiglia.

Questa linea narrativa sembra interrompersi all’improvviso al capitolo 38, nel momento in cui la Torah pare dimenticarsi momentaneamente di Yosef e inizia a parlarci di suo fratello Yehudah, del suo matrimonio e della scabrosa vicenda che ha come protagonista sua nuora Tamar.

Per spiegare questa apparente incongruenza, molti studiosi hanno affermato che la storia di Yehudah e Tamar sia un’aggiunta successiva proveniente da un’altra fonte, un testo di origine diversa che fu inserito all’interno della saga di Yosef, creando un’interruzione del tutto arbitraria.

Questa teoria, benché molto diffusa in passato, diviene insostenibile se notiamo che la storia di Yosef e quella di Yehudah sono unite insieme da un espediente letterario rappresentato proprio dalle parole guida.

Per ingannare l’anziano padre dopo che Yosef è stato venduto come schiavo, i fratelli gli mostrano una tunica sporca del sangue di un capretto (‘ez) dicendo: “Riconosci, per favore (haker-na) la tunica di tuo figlio” (Genesi 37:32).

Yehudah, quando incontra sua nuora Tamar e la scambia per una prostituta, promette di pagarla offrendole un “capretto (‘ez) del gregge” (38:17) e le consegna un sigillo, un cordone e un bastone come pegno. Più tardi, quando viene accusata di essersi prostituita, Tamar dice a Yehudah: “Riconosci, per favore (haker-na), di chi sono questo sigillo, questo cordone e questo bastone” (38:25).

Nel Midrash, i Maestri commentano così l’astuto stratagemma di Tamar: “Il Santo Benedetto Egli sia disse a Yehudah: «Tu hai ingannato tuo padre con un capretto; per la tua vita, Tamar ti ingannerà con un capretto. […] Tu hai detto a tuo padre: ‘Riconosci, per favore…’; per la tua vita, Tamar ti dirà: ‘Riconosci, per favore…’»” (Bereshit Rabbah 84:11-12).

Yehudah, colui che aveva proposto di vendere Yosef come schiavo (37:27) e che aveva ingannato suo padre insieme ai fratelli, ora diviene a sua volta vittima di un inganno che si basa anche qui su un capretto e su degli abiti (o strumenti) da “riconoscere”. Proprio grazie a questa lezione, Yehudah emergerà in seguito come l’eroe del ravvedimento, riuscendo a riconciliarsi con suo fratello Yosef. Lungi dall’essere un’aggiunta arbitraria, questa vicenda è dunque essenziale e altamente significativa.

Le figlie di Lot

In alcuni casi, la Torah esprime giudizi in maniera esplicita, permettendoci di distinguere subito i giusti dai malvagi. In altre occasioni, tuttavia, la prospettiva morale del testo biblico è molto meno chiara, e la voce narrante sembra tacere su alcune azioni che agli occhi di molti lettori meriterebbero una condanna.

Talvolta ciò avviene perché la Bibbia non deposita il suo messaggio interamente sulla superficie della narrazione, ma ne affida una parte a ciò che si muove più in profondità, come possiamo comprendere proprio grazie alle parole guida.

Nel racconto della distruzione di Sodoma, si legge che Lot, nipote di Avraham, accoglie in casa sua due emissari divini, mostrando grande ospitalità. Quando però gli uomini della città raggiungono la casa nel tentativo di stuprare i nuovi arrivati, il carattere positivo di Lot sembra collassare in un attimo. Egli, infatti, dice alla folla degli assalitori:

Fratelli miei, non agite male! Ecco, io ho due figlie che non hanno conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro ciò che è bene ai vostri occhi, solo non fate nulla a questi uomini, perché essi sono entrati sotto la protezione del mio tetto (Genesi 19:7-8).

La proposta di Lot è terrificante, e già gli antichi Maestri non esitano a condannarlo per questa e per altre azioni. Eppure, egli viene risparmiato dalla distruzione imminente, seppure per merito di Avraham e non per la sua giustizia (19:29). Ma cosa ne pensa il testo biblico della condotta di Lot? Offrire le proprie figlie a una folla di stupratori per proteggere degli ospiti è forse un comportamento etico secondo la Torah?

A fornirci una risposta è proprio una delle parole guida di questo racconto: la radice verbale yadà’ (“conoscere”), come nota Yonatan Grossman nel suo libro Abram to Abraham.

Il verbo “conoscere” – che indica appunto la conoscenza, ma può avere anche connotazione sessuale – compare poco prima dell’arrivo dei due angeli a Sodoma. In questo caso, è Dio ad utilizzarlo per descrivere il suo rapporto speciale con Avraham: “Poiché  io l’ho conosciuto (yeda’tiv), perché egli ordini ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui a osservare la via di HaShem e ad agire con giustizia e diritto” (18:19).

Gli uomini di Sodoma impiegano lo stesso verbo quando chiedono a Lot di far uscire i suoi ospiti, ma ne pervertono il significato trasformandolo in un’allusione allo stupro: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo conoscerli (vened’ah)” (19:5). E facendo eco ai malfattori, Lot dichiara: “Ecco, io ho due figlie che non hanno conosciuto (yad’ù) uomo” (19:8).

Il seguito della storia è noto: Lot, sfuggito al cataclisma con le sue figlie, si rifugia in una caverna. A questo punto, temendo che la loro stirpe si sarebbe presto estinta, le figlie fanno ubriacare il padre per forzarlo ad avere rapporti sessuali con loro. È proprio ora che ricompare per due volte la nostra parola guida. Il testo ci dice infatti, a proposito di entrambe le sorelle, che “Lot non seppe (yadà’) né quando ella si coricò, né quando ella si alzò” (19:33, 35).

Lot aveva sfruttato il fatto che le figlie “non conoscevano uomo” per cercare di trarre vantaggio dalla loro vulnerabilità. Le figlie, all’inverso, traggono vantaggio da Lot nel momento in cui è proprio lui a “non conoscere” (a causa del vino). L’uso dello stesso verbo, in entrambi i casi in un contesto di abuso sessuale, sottolinea il beffardo contrappasso a cui va incontro Lot, un elemento che anche in questo caso non è sfuggito ai Maestri, come si legge nel Midrash Tanchuma (Vayerà 12):

“[…] Quest’uomo (Lot) era disposto a permettere che le sue figlie fossero maltrattate dagli uomini! Il Santo Benedetto Egli sia gli disse: «Per la tua vita, riserva [le tue figlie] per te! Gli scolari ti derideranno quando [in futuro, studiando la Torah] leggeranno: ‘Così le due figlie di Lot rimasero incinte del loro padre»”.

3 pensieri su “Come interpretare la Bibbia – Le parole guida

  1. Antonella

    Praticamente bisogna applicare l’analisi semantica alla parola nel testo che ricorre più frequentemente (che tu definisci parola chiave) per capirne il significato del contesto. Ho capito bene Sguardo a Sion?

    Rispondi
  2. Antonella

    Ti rispondo qui invece che su Facebook dato che la risposta è un pò lunghina…

    Il contesto semantico c’è da dire però che si applica anche a tutti i testi di letteratura non religiosi, che sò, l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, il Boccaccio, narrazioni e racconti in generale, poemi ecc.. ed è importante dire però che le relazioni tra le parole di un campo semantico variano anche in base al contesto della frase e del contenuto testuale in cui si trovano e che vengono associate a un determinato sistema di “valori” che si vuole trasmettere. Di conseguenza il metodo interpretativo biblico basato solo sulle parole chiavi come dici deve tenere conto anche in primis del contesto in cui si trovano. Sei d’accordo? Anzi, la verità è che non esiste testo senza contesto. Il contesto del testo è come l’acqua per i pesci, come le strade per le automobili e come Internet per i navigatori del web. La parola senza senza contesto è ancora parola, ma non ha significato. Perché è il contesto ciò che ti spiega qual è lo scopo del testo, come leggerlo e cosa farne…..che da la connessione, come il respiro da la vita.
    Inoltre ci sono campi semantici il sui significato non è difficile da capire, perché si associano immediatamente, nella nostra cultura, a un determinato sistema di valori: ad esempio, il campo semantico del rosso è associato automaticamente al sangue, al calore, alla vita, all’amore, alla passione (e così via per tutti i colori)… il campo semantico del passato è associato alla storia, alla commemorazione, al ricordo, talvolta all’infanzia ecc…quello che voglio dire che è l’insieme del testo, che poi, aiuta a circoscrivere meglio il significato delle parole esatte da scegliere tra tutta la gamma simbolica delle associazioni che si trovano. Mi spiego?
    Certo, non tutti i campi semantici sono così facili da capire come in un testo biblico antico. Però è importante cercare di cogliere il più possibile le associazioni a cui portano singolarmente, e nello stesso tempo avere bene in mente l’insieme del testo che si analizza. Non solo, dopo aver individuato i campi semantici principali, è necessario fare un passo ulteriore, dal momento che bisogna imparare a distinguere tra i campi semantici interessanti e quelli che non lo sono. L’importanza di un campo semantico si capisce dalla frequenza con cui ricorrono i suoi elementi ovviamente…come giustamente hai detto e dalla singolarità delle associazioni che i suoi elementi stabiliscono con altri elementi del testo o con il testo in generale. La singolarità delle associazioni direi che è molto importante: ad esempio, se si associa il colore giallo a qualcosa che è naturalmente giallo, come una banana, questa associazione non è particolarmente rilevante presa in sé… se invece il giallo è associato a qualcosa che di solito non è giallo, o che addirittura non ha nessun colore, allora si ha un effetto di stile voluto e sicuramente pieno di significato. Capisci?

    Non sò se mi sono spiegata oppure ho fatto solo un casino…..ma questo è quello che mi hanno insegnato a scuola…..

    Rispondi
    1. Sguardo a Sion Autore articolo

      Certo, sono d’accordo con quanto hai spiegato. C’è da ricordare ad esempio che non è possibile individuare automaticamente come parola chiave un’espressione come “vayomer” (e disse), che compare praticamente in ogni capitolo della Bibbia. La ricorrenza deve essere in qualche modo significativa.

      Rispondi

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