Shabbat: per gli Ebrei o per tutti?

Circa duemila anni fa, con la nascita del Cristianesimo, una parte del mondo non ebraico ha scoperto la Bibbia e l’ha adottata come proprio testo sacro.

Questa svolta ha portato con sé delle difficoltà: i cosiddetti “pagani”, dopo aver accolto la nuova fede, si sono ritrovati a confrontarsi con alcuni concetti e leggi che erano sempre stati estranei a tutte le culture dell’antichità eccetto che a quella degli Ebrei. Uno di questi era il comandamento del Sabato o “settimo giorno”, lo Shabbàt.

Fin dai suoi albori, la comunità cristiana ha dovuto decidere quale valore attribuire a questo precetto: anche i Cristiani, come gli Ebrei, dovevano osservare il riposo sabbatico? Il comandamento era da considerarsi vincolante, oppure era divenuto obsoleto? Le varie chiese, nel corso dei secoli, hanno elaborato le loro dottrine in merito.

Oggi ci si interroga sullo stesso argomento anche da una prospettiva del tutto diversa dal momento che, negli ultimi decenni, un numero sempre maggiore di non Ebrei ha cominciato ad abbracciare il Noachismo.

Molti noachidi, avvicinandosi alla fede della Torah, si domandano se l’osservanza dello Shabbat sia in qualche modo richiesta anche a loro, o se sia invece un comandamento rilevante solo per il popolo ebraico.

In questo articolo vogliamo analizzare la questione cercando innanzitutto di ricostruire il punto di vista biblico: alla luce della Torah e dei Profeti, il riposo dello Shabbat riguarda solo gli Ebrei, oppure è rivolto anche al resto del mondo? E quali risposte fornisce in merito la tradizione ebraica?

Le origini dello Shabbat

La prima volta che nella Bibbia si parla dello Shabbat è nel racconto della Creazione del mondo, nel Libro della Genesi:

E Dio terminò nel settimo giorno la sua opera che Egli aveva fatto, e si astenne nel settimo giorno da tutta la sua opera che Egli aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, poiché in esso Egli si astenne da tutta la sua opera che Dio aveva creato (Genesi 2:1-2).

Il giorno santo e benedetto a cui questi celebri versi si riferiscono è lo Shabbat di Dio, non quello dell’uomo: il settimo giorno viene consacrato dal Creatore al culmine della sua opera, senza che da ciò derivi alcun comandamento per il genere umano.

Potremmo dire che, nell’intera narrazione della Genesi, l’unico a essere conscio della sacralità del Sabato è proprio Dio, mentre nulla in proposito viene rivelato alle sue creature.

Attenendoci esclusivamente al testo biblico nel suo senso letterale, si comprende che i primi esseri umani a venire a conoscenza dello Shabbat furono gli Israeliti, poco dopo l’uscita dall’Egitto. Nel racconto della prima discesa della manna nel deserto (Esodo 16), Moshè ordina infatti al popolo di non uscire a raccogliere la manna nel settimo giorno, dicendo: “Domani è un Sabato sacro di riposo” (16:23).

Nella successiva rivelazione sul Monte Sinai, lo Shabbat è incluso tra i Dieci Comandamenti (20:8-11). Qui gli Israeliti sono chiamati a “ricordare il giorno di Shabbat per santificarlo”, non compiendo in esso alcun lavoro.

Lo Shabbat diviene quindi legge, ma solo all’interno del Patto tra Dio e Israele, un’alleanza di cui i Dieci Comandamenti sono i capisaldi essenziali. Le famose parole “Io sono HaShem, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù”, con cui il Decalogo si apre, dimostrano che la rivelazione sul Sinai non sia da intendere come una legge universale, ma come il documento che regola i rapporti tra Dio e il popolo che Egli ha appena liberato.

Il legame diretto tra lo Shabbat e la nazione ebraica diviene ancora più stretto nell’esposizione dei Dieci Comandamenti contenuta nel Deuteronomio. Qui il Sabato è presentato come una rievocazione dell’esperienza storica collettiva degli Israeliti:

Ricordati che sei stato schiavo nella terra d'Egitto e che HaShem, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso. Perciò HaShem, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno di Sabato (Deut. 5:15).

Sembra dunque che, nella Bibbia, il Creatore non abbia mai rivolto all’umanità nel suo complesso l’obbligo di osservare un particolare giorno sacro. Considerando però che il settimo giorno è dichiarato sacro fin dalla Creazione, è davvero ammissibile che non esista alcun legame tra lo Shabbat e le nazioni diverse da Israele?

Lo Shabbat e gli stranieri

Come abbiamo appena affermato, il Decalogo del Sinai rappresenta una legge per Israele, non per il mondo intero. Tuttavia, all’interno del comandamento dello Shabbat, il testo ordina: “Non farai [in questo giorno] alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che è nelle tue porte” (Esodo 20:10).

Chi è questo “straniero” (in ebraico gher) che la Torah include nel precetto del riposo sabbatico? Nachmanide (XIII secolo), nel suo Commentario, scrive:

“Secondo il senso primario della Scrittura, ‘lo straniero della porta’ è sempre il gher toshav, colui che è venuto ad abitare alle porte delle nostre città e ha preso su di sé [l’obbligo di osservare] le sette leggi dei noachidi”.

Nachmanide spiega quindi che il testo del Decalogo allude qui a un forestiero non israelita, giunto da un altro paese per soggiornare tra gli Ebrei, ma senza aderire in pieno alla loro religione. Ciò significa forse che anche uno straniero, se risiede nella Terra d’Israele, è chiamato ad astenersi da qualsiasi lavoro nel giorno di Shabbat?

Il grande commentatore Rashi (XI secolo) risponde di sì: secondo la sua opinione (espressa nel commento a Yevamot 48b), il residente straniero deve appunto osservare lo Shabbat. Nachmanide, però, non concorda:

“Il comandamento [che vieta il lavoro di Sabato] non è rivolto allo straniero […]. È invece a noi che viene comandato di non far lavorare [uno straniero] per conto nostro, così come [ci viene comandato riguardo] ai nostri bambini e al bestiame. Ma questo comandamento non spetta a lui: egli può lavorare per sé stesso di Shabbat”.

In altre parole, secondo Nachmanide, la Torah non impone l’osservanza dello Shabbat ai forestieri, così come non la impone naturalmente al bestiame (menzionato nello stesso verso), ma proibisce agli Israeliti di servirsi di un intermediario per compiere azioni proibite di Sabato: un Ebreo non può dunque chiedere a uno straniero di lavorare nei campi o di accendere il fuoco nel settimo giorno, né può sottoporre ad alcuna fatica il proprio bue. Questa è del resto l’interpretazione più diffusa, adottata anche dai Tosafot.

Ciò tuttavia non significa che il forestiero non possa, se lo desidera, osservare lo Shabbat. Esiste forse nella Bibbia una proibizione a riguardo, oppure, al contrario, ai non israeliti è permesso conformarsi al rispetto del Sabato?

“Un segno tra me e voi”

I miei Sabati osserverete, perché questo è un segno tra me e voi, per tutte le vostre generazioni, affinché sappiate che io sono HaShem, che vi santifica (Esodo 31:13).

In questo verso (di cui si trova un eco in Ezechiele 20:12), lo Shabbat è presentato come un “segno” (ot), un elemento distintivo del Patto tra Dio e Israele.

L’idea qui espressa suggerisce una visione nazionale e particolarista dello Shabbat, come un patrimonio esclusivo del popolo ebraico, una visione che taglia fuori il resto dell’umanità da tale eredità sacra.

A condurci in una direzione diversa sembra essere però il profeta Isaia, che scrive:

I figli dello straniero che si sono uniti ad HaShem per servirlo, per amare il nome di HaShem e per essere suoi servi, tutti quelli che osservano il Sabato senza profanarlo e si attengono fermamente al mio Patto, li condurrò sul mio monte santo e li riempirò di gioia nella mia casa di preghiera (Isaia 56:6-7).

Gli stranieri che Isaia loda in questo brano, pur non essendo ebrei, osservano lo Shabbat e sono perciò benedetti. Tuttavia, il profeta dichiara anche che costoro “si attengono al Patto”: è quindi probabile che il testo si riferisca agli stranieri che abbracciano pienamente la Torah ed entrano a far parte di Israele, ossia coloro che oggi sono chiamati “convertiti all’Ebraismo“.

Un convertito, secondo la legge ebraica, è soggetto agli stessi identici precetti di un Ebreo di nascita, per cui non sorprende che Isaia esalti l’osservanza dello Shabbat da parte di questi proseliti.

Ciononostante, nel medesimo libro, troviamo un’altra affermazione che ha invece un chiaro valore universale. Descrivendo l’era messianica, il profeta preannuncia infatti:

E avverrà che di novilunio in novilunio e di Sabato in Sabato, ogni carne verrà a prostrarsi davanti a me, dice HaShem (66:23).

Lo Shabbat, insieme al novilunio, è presentato qui come un giorno di adorazione per “ogni carne”, cioè ogni creatura, un’idea del Sabato decisamente più ampia rispetto al concetto del “segno” esclusivo, ma coerente con la consacrazione del settimo giorno nella Genesi.

Il dibattito rabbinico

La stessa contrapposizione che abbiamo rilevato all’interno delle Scritture – lo Shabbat inteso da un lato come segno nazionale d’Israele e dall’altro come giorno sacro per l’universo – si ritrova in maniera simile anche nella tradizione rabbinica.

Il Talmud (Sanhedrin 58b) riporta un’affermazione molto severa da parte del maestro Resh Lakish: “Il gentile (non ebreo) che osserva lo Shabbat merita la morte”.

D’altra parte, in un altro brano talmudico (Keritot 9a), si cita l’opinione di alcuni Saggi secondo cui il gher toshav, cioè il residente straniero che abita in Israele, deve osservare lo Shabbat, seppure in maniera parziale. Ciò presuppone che possa esistere comunque un certo legame tra questo giorno sacro e i non israeliti, almeno nel caso del gher toshav.

Maimonide, nella sua codificazione della legge ebraica, accoglie l’affermazione di Resh Lakish e scrive: “Un goy che osserva lo Shabbat, anche se lo fa in un altro giorno settimanale che egli ha scelto per sé stesso come Shabbat, merita la morte” (Hilkhot Melakhim 10:12).

Benché Maimonide stesso precisi subito dopo che questa norma non vada mai applicata letteralmente, la condanna qui espressa appare comunque molto aspra.

Bisogna però considerare che nel testo è impiegato qui il termine goy, che Maimonide usa nel senso specifico di “adoratore di idoli” o “pagano” (come egli stesso chiarisce in Ma’achalot Assurot 11, 8), mentre quando si riferisce a un monoteista egli usa le espressioni ben Noach (noachide) o gher toshav.

Alla luce di ciò, l’interpretazione da ritenersi più accurata del brano di Maimonide sostiene che la proibizione di osservare lo Shabbat sia rivolta soltanto agli idolatri, coloro che non hanno ancora accettato i principi morali di base della Torah. Lo scopo, secondo Menachem Meiri, sarebbe quello di impedire ai pagani di appropriarsi di pratiche ebraiche generando confusione e traviamento in chi assiste alla loro condotta.

È proprio Maimonide, d’altro canto, ad attribuire al Sabato un valore universale quando, nella Guida dei Perplessi (cap. 31), scrive che in futuro, dopo che la fede nella Creazione si sarà diffusa nel mondo, “tutti i popoli osserveranno lo Shabbat nello stesso giorno”.

Due dimensioni dello Shabbat

Per risolvere la tensione tra l’idea (dominante) dello Shabbat riservato solo a Israele e le fonti che attribuiscono invece a questo giorno un senso più universale, alcune autorità rabbiniche propongono oggi di adottare delle soluzioni che tengano conto di entrambi gli aspetti.

L’osservanza dello Shabbat, come giorno di astensione da ogni attività produttiva, è da sempre un patrimonio del popolo ebraico; tuttavia, il resto del genere umano è invitato (ma non obbligato) a onorare questo giorno riconoscendone la sacralità che risale alla Creazione.

Ciò può avvenire, secondo l’opinione prevalente tra i rabbini esperti di Noachismo, attraverso preghiere specifiche, letture di testi sacri, celebrazioni familiari e altre attività festive.

Autori come Rabbi Yoel Schwartz e Rabbi Moshe Weiner fanno notare a questo proposito che la commemorazione dello Shabbat da parte dei noachidi debba comunque differenziarsi dall’osservanza ebraica, affinché sia preservata la distinzione tra le due “dimensioni” del settimo giorno.

Diversa è l’opinione minoritaria professata da Rabbi Oury Cherki (autore del libro Brit Shalom), secondo cui un noachide che ha accettato l’osservanza dei precetti universali può addirittura osservare lo Shabbat in maniera completa, senza violare in questo modo alcuna proibizione.

Spazio e tempo

Nonostante la questione resti piuttosto controversa nella sua applicazione concreta, in linea generale si può ritenere che per lo Shabbat, che rappresenta la sacralità applicata al tempo, valga un discorso analogo a quello relativo alla sacralità applicata invece allo spazio, rappresentata dal Santuario.

È la Bibbia stessa a suggerire fortemente un parallelismo tra i due concetti, affiancando in più occasioni lo Shabbat e il Tabernacolo, come avviene in Levitico 19:30: “Osserverete i miei Sabati e avrete riverenza per il mio Santuario”; ma anche in altri casi (vedi questo articolo a riguardo).

Il Tabernacolo (o il Tempio), designato nella Torah come luogo sacro e sede della Presenza divina tra gli uomini, è descritto come lo spazio separato ed esclusivo per eccellenza, accessibile solo ai sacerdoti del popolo e soggetto a severe restrizioni.

Eppure, il Santuario è al contempo anche una “casa di preghiera per tutti i popoli” (Isaia 56:7), dove ogni essere umano è invitato a portare le sue offerte di devozione.

Ciò è attestato, ad esempio nel Salmo 96: “Date ad HaShem, voi famiglie dei popoli, gloria e forza. Date ad HaShem la gloria del suo nome, portategli offerte e venite nei suoi cortili”; o nel Salmo 100: “Acclamate HaShem, voi da tutta la terra. […] Varcate le sue porte con ringraziamenti, i suoi cortili con la lode”.

Lo Shabbat, che non è un luogo, ma un “santuario nel tempo“, possiede anch’esso un forte carattere di esclusività e separazione, ma ciò non impedisce di riconoscere in esso una dimensione più ampia che possa in una certa misura coinvolgere anche il mondo al di fuori dell’Ebraismo.

5 commenti

  1. Le vostre lezioni mi riempiono sempre di gioia. Purtroppo, con grande dolore ho avuto la conferma che non posso osservare lo Shabbat, essendo un noachide.

    La questione è aperta, certo, ma rispettare lo Shabbat significherebbe andare contro l’opinione di altri rabbini e di conseguenza di altri ebrei. Questo significherebbe piantare un germoglio di conflitto, per quanto indiretto, nel mio sentire più profondo, dove sono piantate le radici del mio amore per D., la Torah e Israele.

    Tuttavia, i limiti imposti dalla mia nascita di goy, sono un vantaggio. Posso, infatti, parlare alle persone del mio piccolo mondo dei messaggi universali della religione ebraica (che non fa proselitismo) e vi assicuro che, una volta conosciuti i principi generali, molti si sono sentiti scossi dal loro ateismo e qualcuno ha iniziato a farmi domande più approfondite.

    Sia chiaro che le mie risposte sono generiche (non ho i titoli) e si concludono sempre con un invito a seguire la loro curiosità, sperando che diventi esigenza, sui siti come il vostro o sui libri, che  presto a richiesta, anche se non tutti tornano indietro. Grazie di tutto

  2. Buon pomeriggio, nell’ambito cristiano ci sono gli avventisti che affermano di osservare il giorno del sabato. Vi sono relazioni con i noachidi?

  3. Grazie. Ho una domanda: se i 613 precetti ebraici hanno lo scopo di dare la vita e i non-ebrei non hanno l’obbligo di osservarli tutti e 613, ma solo 7 di essi, perché lo Shabbat è proibito? Dovrebbe essere indifferente, come qualsiasi limitazione dietetica. Non ricordo in quale pagina del Talmud, ma credo che un rabbino abbia detto che se è meritevole che un non-ebreo osserva uno dei 613 precetti, tanto più merito ha un ebreo a osservarli. Merito, quindi ricompensa. Facciamo allora l’esempio della circoncisione: un non-ebreo circonciso non acquisisce alcun merito per il fatto di esserlo?

    1. Grazie del tuo commento. Se hai letto il nostro articolo puoi notare che non è proprio corretto dire che “Lo Shabbat è proibito”. La questione è più articolata ed esiste più di un’opinione in merito. Normalmente comunque è come dici: il noachide che osserva altri precetti è considerato meritevole, ma ci sono alcuni casi in cui alcuni maestri pongono limitazioni e uno di questi è lo Shabbat.

Lascia un commento