Oracoli sulla fine dei giorni: Gog e Magog

È successo ancora. Ogni volta che un nuovo conflitto sconvolge il Medio Oriente, come nel caso dell’attuale guerra di Gaza e dell’attacco iraniano contro Israele dello scorso aprile, dai pulpiti reali e virtuali si ricomincia puntualmente a parlare delle profezie bibliche sulla “fine dei giorni”.

La propensione a scorgere all’orizzonte eventi apocalittici accompagna l’umanità da millenni. Interpretare le sciagure del presente alla luce dei testi sacri e di antiche predizioni è un modo per ottenere conforto rafforzando la fiducia nel disegno divino che si compie nella Storia.

Nella Bibbia ebraica esistono molti brani che da sempre alimentano le riflessioni e le teorie sui “tempi della fine”. In alcuni libri dei Profeti, in particolare, si parla di una terribile guerra spesso interpretata come l’evento che segnerà il trionfo definitivo di Dio e l’avvento della Redenzione nel mondo.

Tale avvenimento escatologico è descritto in maniera dettagliata nel Libro di Ezechiele (capitoli 38 e 39), nella famosa profezia di “Gog e Magòg“.

Oggi vogliamo proporvi un commento a questo brano alla luce del suo contesto originario, ricostruendo il suo messaggio al di là delle suggestioni e delle ipotesi dei predicatori apocalittici. L’obiettivo, alla fine, sarà arrivare a scoprire che capitoli come questi non sono oscuri e incomprensibili come talvolta si crede, e che una lettura razionale può essere lo strumento migliore per svelare l’arcano.

La guerra e il suo esito straordinario

E mi fu rivolta la parola di HaShem dicendo: "Figlio d'uomo, volgi la tua faccia verso Gog, nella terra di Magog, principe capo di Meshekh e Tuval, e profetizza contro di lui" (Ezechiele 38:1).

Parlando in prima persona in nome di Dio, Ezechiele apre la sua profezia rivolgendosi al misterioso Gog, re della terra di Magog, e lo esorta a tenersi pronto insieme alle sue numerose schiere per una guerra che avverrà “alla fine degli anni” (38:8).

Gog, al comando di una vasta coalizione di popoli agguerriti (la Persia, Kush, Gomer e altri), sarà attirato da Dio a dare battaglia “contro una nazione che è scampata alla spada, che in mezzo a molti popoli si è radunata sui monti d’Israele, rimasti lungamente deserti” (38:8).

L’invasione qui preannunciata avviene quindi in un’epoca in cui il popolo ebraico ha già fatto ritorno nella sua patria dopo un lungo esilio, e si è radunato per vivere in pace.

Nonostante l’immensa potenza militare di Gog e della sua orda di saccheggiatori, il loro assalto a Israele è destinato a fallire a causa di una svolta sbalorditiva:

Nel giorno in cui Gog giungerà nel paese d'Israele, parola del Signore HaShem, divamperà la mia ira. [...] Farò giustizia di lui con la peste e con il sangue: farò piovere su di lui e le sue schiere, sopra i popoli numerosi che sono con lui, torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo. Io mostrerò la mia potenza e la mia santità e mi rivelerò davanti a genti numerose e sapranno che io sono HaShem (37:22-23).

Dopo questo devastante intervento di Dio, gli invasori cadranno sconfitti, i loro corpi diventeranno preda degli uccelli (39:4) e saranno seppelliti dagli Israeliti nel corso di sette mesi (39:12). Allora il popolo ebraico abiterà al sicuro, si vergognerà delle sue colpe passate e godrà finalmente della compassione divina (39:25).

La profezia si chiude quindi con una prospettiva messianica, il pieno adempimento delle promesse divine che nell’Ebraismo rappresentano il compiersi della tanto attesa Redenzione.

Gog e Magog: chi sono?

Molti esegeti e commentatori si sono interrogati sull’identità di Gog e Magog, associando all’occorrenza questi nomi a una ricca varietà di re, capi di Stato e dittatori di epoche differenti, oltre che (in ambito cristiano) a personificazioni di entità demoniache.

Secondo quanto Ezechiele stesso rivela, Magog è una terra situata “agli estremi confini del settentrione” (38:15). Come scrive Umberto Cassuto nel suo Commentario alla Genesi, Magog sarebbe verosimilmente da identificare con l’antica popolazione iranica degli Sciti, tribù nomadi originarie delle steppe dell’Asia centrale e stabilitesi poi tra il Mar Nero e il Mar Caspio.

Gli Sciti erano noti soprattutto come arcieri, abili cavalieri e temibili razziatori. Lo storico greco Erodoto li definisce “invincibili e impossibili da avvicinare”. Tutto ciò è compatibile con la visione di Ezechiele, che nel descrivere le armate di Magog parla di “cavalli e cavalieri ben equipaggiati” (38:4), archi e frecce (39:9), nonché guerrieri bramosi di saccheggi (38:12).

Il re di questa nazione ostile è chiamato Gog: considerando l’affinità fonetica con “Magog”, questo non sembra essere un nome reale, quanto piuttosto un soprannome fittizio ideato per creare un mero gioco di parole (Gog – Magog).

Chi sono, poi, gli alleati di Gog? la Persia (Paràs) è facilmente identificabile; Meshekh e Tuval sono con ogni probabilità popoli dell’Anatolia, mentre il nome Gomer si riferisce ai Cimmeri (che gli Assiri chiamavano Gimirrai), un’altra popolazione nomade centroasiatica. Kush e Put sono invece regni africani, rispettivamente identificati da molti con la Nubia e la Libia.

Un nemico che arriva da lontano

Per comprendere il senso di questo brano di Ezechiele, non dobbiamo farci sfuggire un elemento particolarmente insolito e perciò interessante.

No, non parliamo dell’intervento divino in favore degli Israeliti in pericolo. Questo, per quanto sia senz’altro grandioso, non rappresenta affatto un caso unico nelle Scritture: in molte altre occasioni, gli autori biblici celebrano infatti il riscatto e la vittoria d’Israele nei termini di una miracolosa azione salvifica da parte del Creatore.

Si pensi ad esempio alle guerre contro i Cananei per la conquista della terra promessa nel Libro di Giosuè; alla battaglia di Barak contro il potente Sisrà, a proposito di cui si narra che le acque del torrente Kishon e persino le stelle del cielo si unirono alla lotta (Giudici 5:20-21); oppure al trionfo sui Filistei, quando Dio “gridò con grande voce contro i nemici e li sconvolse” (1 Sam. 7:10); o all’angelo che di notte fece morire i soldati assiri pronti a distruggere Gerusalemme (2 Re 19:35).

La vera novità introdotta in Ezechiele 38-39 consiste invece nel fatto che in nessuna delle nazioni menzionate è possibile riconoscere un nemico storico d’Israele. Nella profezia non c’è infatti alcuna traccia di Babilonia, Edom o Moab, né di altri regni che altrove sono oggetto di severe invettive da parte dello stesso profeta, come Tiro e l’Egitto.

Al contrario, i paesi chiamati in causa in questa battaglia messianica sono tutti situati in territori remoti, spesso persino ai confini del mondo secondo la prospettiva degli Israeliti di 2500 anni fa: Magog, come abbiamo visto, si trova nell’estremo nord, così come Gomer; la Persia è il luogo più a est fra quelli menzionati dai Profeti; Kush e Put sono a sud, in Africa.

Nel brano si parla inoltre di altre nazioni che, sebbene non prendano parte alla guerra, sperano di trarne vantaggio attraverso il commercio: fra queste troviamo Tarshish, nell’estremo ovest rispetto a Israele.

Sembra insomma che il testo voglia rappresentare un accerchiamento del popolo ebraico da ogni lato, non da parte dei suoi vicini, ma ad opera di regni e tribù con cui gli Israeliti non si erano mai scontrati, e che in alcuni casi potevano conoscere solo indirettamente. La profezia non appare perciò ispirata ad alcuna realtà storica concreta, poiché si fonda su uno scenario improbabile e abbraccia un orizzonte universale.

Si potrebbe a buon diritto affermare quindi che l’intento di Ezechiele non sia di puntare il dito contro nazioni specifiche, nemici futuri mai conosciuti, ma di richiamare alla mente degli Israeliti le aree più distanti e oscure della terra, per ragioni che ci apprestiamo a scoprire.

Il messaggio del profeta

Per quale motivo Ezechiele fa riferimento proprio a nazioni così remote nel suo oracolo? Possiamo comprenderlo tenendo conto del pensiero di questo profeta, espresso con sufficiente chiarezza nei capitoli che precedono la profezia su Gog.

Parlando delle sciagure che gli Israeliti avevano subito con la perdita della loro patria, Ezechiele deplora con amarezza la “dissacrazione del nome di Dio” che ne è scaturita: essendo stati deportati in paesi stranieri, gli Ebrei hanno attirato su di loro il disprezzo dei popoli, divenendo oggetto di scherno insieme alla loro terra (ormai devastata) e al loro Dio, che sembrava averli abbandonati. Il profeta scrive:

Ed essi vennero fra le nazioni dove erano giunti, profanarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: "Costoro sono il popolo di HaShem, eppure hanno dovuto uscire dal suo paese" (36:20).

Qual è dunque, secondo il testo, il rimedio a tale dissacrazione? Dapprima è necessario che il popolo ebraico sia riscattato dal suo esilio e ricondotto nella sua terra, dove potrà nuovamente ricostruire le vecchie rovine e prosperare in pace. Questa è la prima fase, descritta così da Ezechiele:

Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi e vi ricondurrò nel vostro paese. Spanderò quindi su di voi acqua pura e sarete puri, vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo [...].  Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri, voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. Vi libererò da tutte le vostre impurità, chiamerò il frumento, lo farò abbondare e non manderò più contro di voi la fame (36:24-28). 

A questo punto, come clamorosa soluzione che capovolge del tutto le sorti d’Israele e cancella la profanazione del nome divino, il profeta preannuncia uno sviluppo ulteriore: la prosperità degli Israeliti ritornati in patria sarà talmente grande da attrarre i regni più distanti, che si metteranno in marcia dai loro paesi pur di impossessarsi di tali ricchezze.

In questo modo, con la distruzione degli invasori, la giustizia giungerà provvidenzialmente fino ai luoghi più lontani, ed è per questo che Dio afferma, a proposito della disfatta di Gog: “Manifesterò la mia gloria fra le nazioni, e tutte le nazioni vedranno il mio giudizio che ho compiuto e la mia mano che ho posto su di loro” (39:21).

La guerra di Gog e Magog è allora meno misteriosa di quanto i discorsi apocalittici possano condurci a pensare: tale evento messianico risulta coerente con la logica che Ezechiele impiega nel suo libro, rappresentando il rimedio al bisogno di riabilitare l’onore di Dio, infangato dalla tragedia dell’esilio e della rovina nazionale, requisito indispensabile per realizzare l’ideale universale della Torah secondo cui tutte le nazioni riconosceranno l’unico Creatore e lo serviranno in pace e concordia insieme al popolo del Patto.

 

3 commenti

  1. Interessante spiegazione, la storia si ripete e ad oggi noto una sorte di “accerchiamento” non solo militare ma anche mediatico. A causa di questa guerra contro Hamas molti si schierano con la Palestina compresa l’ONU. Non mancano proteste studentesche e in ambito artistico come il recente festival europeo della canzone in cui non si inneggi alla Palestina in disprezzo a tutto ciò che rappresenta Israele. L’antisemitismo è sempre più palpabile movimenti di estrema destra ed estrema sinistra sono concordi nell’odio all’ebreo “sionista”.
    Se un domani anche l’alleato più potente gli USA abbandonasse Israele lasciandolo solo al suo destino potrebbe verificarsi nuovamente ciò che fu profetizzato da Ezechiele.
    Shalom.

  2. l’accerchiamento di cui parli è evidente e palpabile. L’odio anti semita cresce pompato da media e istituzioni, soprattutto quelle che si definiscono progressiste. Ma Israele e gli ebrei possono contare sull’amicizia e d il supporto di tante persone, organizzazioni e nazioni che non si agitano mediaticamente e nelle piazze ma che rimangono al fianco senza farsi condizionare nè spaventare. Ricordate sempre che non siete soli, anche se non gridiamo nelle piazze ci siamo e ci saremo. Luca

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