Chi si nasconde davvero dietro Isaia 53

Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo di dolori, conoscitore della malattia, simile a uno che si copre la faccia da noi, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna (Isaia 53:3).

Sono passati oltre dieci anni dalla pubblicazione del nostro articolo “Isaia 53 – il servo sofferente“, in cui proponemmo un commento al celebre brano del Libro di Isaia.

Lo scopo era mostrare che la figura del “servo di Dio“, prima afflitto e poi riscattato, sia da identificare con il popolo ebraico, descritto poeticamente come un singolo individuo.

L’articolo generò all’epoca un acceso dibattito nei commenti, e a distanza di tanto tempo è tuttora uno dei più letti sul nostro sito.

Ogni tanto ci arrivano ancora e-mail da parte di chi ci domanda come sia possibile non riconoscere che il testo parli di Gesù di Nazareth, come si possa essere così ostinati da non vedere il Messia del Cristianesimo in questi versi di Isaia.

Basta leggere il capitolo – ci scrivono alcuni – e subito si capisce che il profeta si riferisce a Gesù: Isaia 53 parla chiaramente di lui! Ma su cosa si basa un’affermazione tanto categorica?

Pensiamoci bene: al di là di allusioni a un uomo innocente, disprezzato e vittima di soprusi, nel brano non si fa menzione della croce, né dei chiodi, della corona di spine, del Golgota o dei dodici apostoli. Insomma, nulla all’interno del testo è direttamente riconducibile alla biografia di Gesù.

Al contrario, la descrizione del servo sofferente contiene alcuni elementi incompatibili con la vicenda del Nazareno:

  • Il servo è presentato come colpito da malattia (cholì), alla maniera di un lebbroso, cioè colui che “si copre la faccia” davanti agli altri (vv. 3-5).
  • Per due volte, nel capitolo si parla del servo al plurale: “Vi fu una piaga per loro (lamò)” (v. 8); “Fu con il ricco nelle sue morti (motàv)” (v. 9).
  • Dopo il suo riscatto, il servo “vedrà una progenie”, cioè avrà dei figli (v. 10).
  • Il servo riceverà “una parte tra i grandi” e “dividerà il bottino con i potenti” (v. 12).

Naturalmente, in tutti questi casi, l’interpretazione cristiana del capitolo adotta letture metaforiche o comunque meno letterali, come è evidente già dalle traduzioni.

Da ciò si può tuttavia già comprendere come il quadro fornito dal profeta non sia immediatamente riconducibile a Gesù: molti dettagli richiedono di essere intesi in senso spirituale o figurato per poter essere applicati alla vicenda del Vangelo, mentre ciò che ci si aspetterebbe di trovare (come la crocifissione) è del tutto assente.

Perché allora in molti sostengono che sia impossibile non scorgere Gesù in questa profezia?

La risposta sta nel fatto che i lettori cristiani non vedono in questo passo riferimenti inequivocabili alla storia del Nazareno (che infatti non ci sono), bensì richiami alla dottrina cristiana, cioè all’interpretazione teologica della morte di Gesù (e non alla morte di Gesù come semplice racconto o fatto storico).

Quando il testo afferma che il servo “ha portato le nostre trasgressioni” o che “il Signore ha fatto abbattere su di lui l’iniquità di noi tutti”, ciò evoca nella mente di ogni cristiano un concetto fondamentale per la sua fede: la morte di Cristo come espiazione per i peccati dell’umanità.

Tale concetto ha però preso forma proprio a partire da questo brano biblico, che era già ben noto all’epoca dei Vangeli ed è stato utilizzato dai discepoli di Gesù per attribuire un senso teologico e salvifico alla terribile morte del loro maestro (vedi Atti 8:32-35; 1 Pietro 2:22-25).

La crocifissione poteva infatti apparire una grande tragedia, una pura sconfitta per chi credeva di aver trovato il Messia nella triste epoca della dominazione romana. Ma grazie a un passo come Isaia 53, quello stesso evento poteva acquisire un significato positivo ed elevato, diventando un miracolo di immensa portata.

È ben comprensibile allora come, in una sorta di circolo vizioso, dei versi che hanno costituito la base del messaggio cristiano fin dal principio possano oggi apparire come richiami fortissimi al medesimo messaggio.

In altre parole, non è Isaia 53 a fare riferimento al Cristianesimo, ma il Cristianesimo a fare riferimento a Isaia 53 come una delle fonti della sua teologia.

Cercando però di mettere da parte il dibattito interreligioso, vogliamo ora riflettere sul fatto che, in effetti, in Isaia 53 si allude davvero a una figura specifica, un personaggio reale la cui storia travagliata riecheggia nel brano.

Di chi si tratta? Scopriamolo insieme tentando di cogliere i vari riferimenti disseminati in tutto il capitolo, che passano tuttavia inosservati da millenni.

“Siete stati venduti”

Il capitolo 53 di Isaia non è un testo isolato, ma è la diretta continuazione del capitolo 52, insieme al quale forma un unico discorso (ricordiamo che la divisione in capitoli è estranea al testo originale).

Leggiamo come inizia dunque questo capitolo:

Svegliati, svegliati, vestiti del tuo splendore, Sion! Vestiti con gli abiti della tua bellezza, Gerusalemme, città santa! Poiché non continuerà più a giungere in te un incirconciso e un impuro. Scuotiti dalla polvere, alzati, prigioniera Gerusalemme! [...] Poiché dice HaShem: Siete stati venduti, e senza denaro sarete riscattati (52:1-3).

Prima di descrivere l’immagine del servo sofferente, il profeta si rivolge dunque a Gerusalemme, personificata come una prigioniera ridotta in schiavitù.

Si tratta di un messaggio di consolazione per il popolo ebraico, al quale Dio dice: “Siete stati venduti, e senza denaro sarete riscattati”.

Subito dopo, al v. 4, è scritto: “In Egitto è sceso il mio popolo al principio, per soggiornarvi”.

A cosa ci fanno pensare tutti questi richiami? Si parla di qualcuno che è stato venduto come schiavo e poi riscattato; qualcuno che ha perso le sue vesti splendide ed è divenuto prigioniero.

È chiaro che il testo sta parlando di Sion e degli Israeliti, come è scritto esplicitamente. Eppure, le immagini e le metafore utilizzate, insieme alla menzione dell’Egitto, ci ricordano la vicenda di un certo personaggio biblico.

Rileggendo il primo verso otteniamo un ulteriore indizio: il verbo tradotto qui con “non continuerà più” in ebraico è Lo yosìf, che suona proprio come il nome Yosèf (Giuseppe).

Dalla Genesi sappiamo che Yosef, figlio prediletto di Yaakov (Giacobbe), fu venduto come schiavo in Egitto, perse la tunica pregiata donatagli dal padre e fu infine liberato “senza denaro”.

È forse possibile allora che il profeta voglia spingerci a pensare proprio alla storia di Yosef? Esploriamo questa possibilità proseguendo nella lettura del discorso.

Bellezza che attira gli sguardi

Il racconto della Genesi (39:6) descrive Yosef come bello di forma (to’ar) e di aspetto (mar’eh).

Il testo di Isaia usa gli stessi vocaboli quando riporta che il servo di Dio non aveva una forma (to’ar) né un aspetto (mar’eh) che fossero desiderabili (53:2).

Abbiamo quindi in questo caso un contrasto tra Yosef e il servo: il primo è attraente mentre il secondo appare privo di bellezza, probabilmente perché sfigurato a causa della sofferenza (52:14).

La voce profetica sembra quindi riprendere la descrizione fisica di Yosef, ma rovesciandola, privando così il servo del “vantaggio estetico” di cui il personaggio della Genesi aveva potuto godere.

Due drammi simili

I tormenti subiti da Yosef e dal servo si assomigliano e sono presentati con espressioni analoghe.

Oltre al tema della vendita in schiavitù, che compare subito prima che il servo entri in scena (52:3), abbiamo molti altri parallelismi tra i due testi.

In Genesi 41:52, Yosef parla della propria “afflizione” (‘anah), parola usata anche per la condizione del servo, che è chiamato “afflitto” (Isaia 53:7).

Entrambi i personaggi subiscono una condanna ingiusta: Yosef finisce in prigione con la falsa accusa di aver molestato la moglie di Potifar (Genesi 39:20), mentre il servo viene condannato con “ingiusta sentenza” (Isaia 53:8).

Eppure, ambedue accettano la loro sorte sfavorevole senza protestare: Yosef non parla in propria difesa davanti alle accuse, così come il servo “non apre bocca” di fronte agli oppressori (53:7).

In Isaia, la pena a cui l’innocente viene condannato è la morte (v. 8). I fratelli di Yosef tramano inizialmente di ucciderlo (Genesi 37:18-20), poi lo gettano in una “fossa” (bor), tipico emblema di morte. Del resto, per molti anni, suo padre lo crede davvero morto ed esprime perciò il triste desiderio di raggiungerlo nella tomba (37:35).

Parlando del servo, Isaia 53:9 afferma alla lettera: “gli fu dato con i malvagi il suo sepolcro, con il ricco nelle sue morti”. Quale corrispondenza può avere questa frase nel dramma della Genesi?

Mentre Yosef è metaforicamente seppellito in un’altra fossa (così è chiamata infatti anche la prigione dove Potifar lo fa rinchiudere), egli fa la conoscenza di due uomini di rango elevato, il capo dei coppieri e il capo dei panettieri del Faraone. Anche lui, dunque, si ritrova tra i “malvagi” e “con il ricco“.

Il grande riscatto

L’esperienza dolorosa del servo è segnata da una svolta clamorosa, come il brano dichiara più volte:

Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato. [...] I re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato [...]. Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto.

In che modo si manifesta questo incredibile capovolgimento?

Secondo il v. 10, avendo sopportato con fede tanti dolori, il servo “vedrà una progenie (zera‘)” e “prolungherà i suoi giorni”; vale a dire che egli avrà dei figli (una discendenza fisica) e vivrà a lungo, due tipici segni di benedizione comuni nella Bibbia.

Inoltre, il servo riceverà “una parte tra i grandi” e “con i potenti dividerà il bottino” (v. 12). Dopo essere stato umiliato, emarginato e trattato come un malvagio, egli otterrà quindi grandi onori e ricchezze.

Sappiamo anche che il servo, chiamato “giusto” (tzaddik), diffonderà la giustizia tra gli uomini attraverso “la sua conoscenza” (v. 11).

Tutto ciò richiama in maniera piuttosto calzante la vicenda di Yosef, che dopo essere stato a lungo vittima di ingiustizie ottiene il suo riscatto tramite la saggezza dimostrata alla corte del Faraone (Genesi 41:38-39).

Non solo egli viene liberato, ma diviene addirittura il più elevato tra i ministri del re d’Egitto (41:40-41), una svolta senza dubbio strabiliante.

Al momento della nascita di suo figlio Efrayim, Yosef dichiara: “Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione” (41:52). In seguito, il racconto ci informa che Yosef “vide” (lo stesso verbo usato in Isaia 53:10) i suoi nipoti fino alla terza generazione.

“Egli sarà elevato e grandemente esaltato […] vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni […]. Gli darò la sua parte tra i grandi”. Questa è dunque la felice sorte che il servo e Yosef hanno in comune.

Soffrire per le colpe di altri

Il servo di Isaia 53 è un uomo ritenuto colpevole e odiato da Dio, pur essendo in realtà un innocente che paga il prezzo della malvagità di altri.

La sua sofferenza ha tuttavia uno scopo: portare beneficio proprio a coloro che lo detestano e lo perseguitano.

Noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato, ma egli è stato ferito dalle nostre trasgressioni, percosso dalle nostre iniquità. Il castigo della nostra pace è su di lui, e con le sue lividure noi siamo stati guariti (53:4-5).

Questa idea è apparsa agli occhi di molti come una novità assoluta rispetto alla logica biblica tradizionale, che di solito vede le sciagure come una punizione per il peccato, oppure come una “prova” che Dio infligge ai giusti per il loro bene.

Non ci soffermeremo qui sull’arduo tema della teodicea (la sofferenza dei giusti), ma ci basterà osservare che, in realtà, l’idea espressa in Isaia 53 ha un notevole precedente proprio nella storia di Yosef.

Davanti ai suoi fratelli, che a distanza di molti anni temono ancora che egli voglia vendicarsi contro di loro per il male subito, Yosef stesso afferma:

Voi avevate pensato [di fare] del male contro di me, ma Dio ha pensato [di tramutarlo] in un bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso (Genesi 50:20).

Dunque già nel primo libro del tanto sminuito “Antico Testamento”, la Bibbia insegna che la sofferenza può avere un senso provvidenziale che va oltre i banali meccanismi di peccato e punizione.

Yosef non meritava di essere spogliato e spinto in una fossa, né di essere condotto in Egitto in catene, né di subire una condanna per un crimine mai commesso.

Grazie a tutto questo dolore è stato però possibile portare la sua saggezza nel regno che ne aveva bisogno e salvare così moltissime vite dalla carestia che stava per colpire la regione, comprese le vite di coloro che lo avevano ingiustamente afflitto.

“Con le sue lividure noi siamo stati guariti”: Yosef è il primo “servo sofferente” che con i suoi tormenti porta salvezza ad altri e riconosce in questo processo doloroso il volere di Dio.

Anche la sua scelta pacifica di perdonare i fratelli e non vendicarsi, pur avendone il potere e il diritto, trova eco nelle parole del profeta: “egli ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i trasgressori” (Isaia 53:12).

L’uso del verbo “portare” (nassà) in riferimento ai peccati ci riporta anch’esso al racconto di Yosef, al momento in cui i fratelli, nella loro supplica, gli chiedono: “Porta, per favore, l’iniquità dei tuoi fratelli” (Genesi 50:17).

Cosa abbiamo compreso

La misteriosa figura dell’eved HaShem, il servo di Dio, è costruita nel Libro di Isaia sulla base dell’esperienza (dolorosa e al contempo salvifica) di Yosef.

Ciò non significa che il servo sia letteralmente Yosef: l’identità di questa figura è resa esplicita nel testo attraverso frasi come “Tu sei il mio servo, Israele, in cui sarò glorificato” (Isaia 49:3; vedi anche 41:8; 44:1 e altri).

Il servo è dunque pur sempre una personificazione nazionale, un’immagine del popolo ebraico, proprio come la donna sterile che incontriamo poi al capitolo 54.

Tuttavia, nella sua descrizione poetica dell’Israele oppresso, il profeta sceglie il modello dell’eroe biblico Yosef, figlio di Yaakov. Ciò è in accordo con il principio secondo cui i le vite dei patriarchi della Genesi rappresentano un segno, un esempio e un presagio per i loro discendenti.

Parlando del servo, dei suoi tormenti e della sua redenzione, la Scrittura non vuole fornirci indizi su un personaggio del futuro, ma condurci a posare lo sguardo su un personaggio del passato, il cui esempio diviene un paradigma per i perseguitati di ogni tempo.

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