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Il Messia – Lezione 3: E se il Messia fosse…

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La terza lezione del nostro ciclo dedicato al tema del Messia ci farà entrare nel vivo dell’argomento, mettendo in discussione le idee più diffuse sulle promesse messianiche della Bibbia ebraica. Se non temete la perplessità e il confronto con una verità diversa da quella che conoscete, vi invitiamo a proseguire insieme a noi questo percorso per scoprire in che modo gli antichi profeti d’Israele hanno parlato della Redenzione e della figura del re messianico. Continua a leggere

Isaia 53 – Risposta alle obiezioni cristiane

In questo articolo ci proponiamo di rispondere alle principali argomentazioni che il Cristianesimo oppone all’interpretazione ebraica del capitolo 53 del libro di Isaia, incentrato sulla figura del servo sofferente. A tale brano biblico abbiamo già dedicato un commento completo (vedi “Isaia 53 – Il servo sofferente“”), che consigliamo vivamente di leggere per poter meglio comprendere le risposte che ci apprestiamo ora a fornire.

Il nostro intento non è quello di denigrare la religione cristiana, bensì di chiarire gli aspetti controversi di un passo delle Scritture che merita di essere studiato a prescindere da qualsiasi polemica teologica.

1 – Il servo sofferente è presentato come un singolo individuo, quindi non può trattarsi del popolo d’Israele.
In molti casi, nelle Scritture, il popolo ebraico è descritto allegoricamente come un singolo individuo. A volte, Israele è rappresentato come un figlio (vedi Esodo 4:22; Geremia 31:20; Osea 11:1), altre volte come una sposa (Isaia 54:1; Osea 2:14; Geremia 3:6), e anche come un servo (Geremia 30:10; 46:27). Ma soprattutto, è Isaia stesso a identificare esplicitamente il servo con Israele in più occasioni: “Ma tu, Israele, mio servo, Giacobbe che ho scelto, progenie di Abramo, mio amico” (Isaia 41:8, vedi anche 44:1; 44:21; 45:4; 49:3).
Chi ha dimestichezza con lo studio della Bibbia ebraica non si stupirà di ritrovare questo genere di personificazione che è tipico del linguaggio poetico.

2 – Isaia dichiara: “Egli fu colpito dalle trasgressioni del mio popolo” (53:8), quindi il servo non può essere identificato con Israele.
Chi parla in prima persona nel capitolo 53 non è Isaia, bensì i re delle nazioni del mondo. Coloro che prendono la parola, infatti, si dichiarano stupiti nell’assistere alla nuova condizione gloriosa del servo (53:1). Subito prima, al verso 52:15, Isaia ci dice che ad essere stupiti sono proprio i re delle nazioni:  “I re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato e comprenderanno ciò che non avevano udito”.
Il fatto che il testo ci riporti le parole dei re senza introduzione, cioè senza che sia detto esplicitamente “I re dicono….” non deve creare perplessità. La stessa cosa, infatti, avviene in Isaia 14:16, in cui il soggetto che parla in prima persona cambia improvvisamente. Anche nel Salmo 2, inoltre, i capi delle nazioni prendono la parola senza che ciò sia detto esplicitamente: “I re della terra si ritrovano e i principi si consigliano insieme contro il Signore e contro il suo Unto: «Rompiamo i loro legami e sbarazziamoci delle loro funi»” (Salmi 2:2-3).

3 – Il servo ha espiato le colpe dei peccatori, e ciò non può applicarsi alle sofferenze di Israele.
Il profeta non afferma che il servo è stato punito per i peccati commessi da altri, il che sarebbe contrario all’etica della Torah secondo cui “Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato” (Deuteronomio 24:16; vedi anche Ezechiele 18:20-21). Piuttosto, il testo vuole dirci che il servo ha dovuto sopportare gravi persecuzioni a causa delle violenze dei popoli, i quali lo hanno accusato ingiustamente di crimini che non aveva commesso, scaricando su Israele le loro responsabilità e le loro colpe.
Israele sarà però ricompensato per tutte queste sofferenze subite (53:10), e ciò porterà alla redenzione del mondo intero, poiché il popolo odiato e perseguitato “renderà giusti molti con la sua conoscenza” (53:11), cioè insegnando la Torah alle altre nazioni (vedi Isaia 2:3; 42:4; Michea 4:2-3; Zaccaria 8:23). Dunque le “ferite” del servo porteranno alla guarigione del mondo intero.

Israele svolge così il ruolo di popolo sacerdotale (Esodo 19:6), ricordato proprio da Isaia (61:6). Come il sacerdote ha il compito di rappresentare l’intera nazione al cospetto di Dio, di intercedere e di compiere i riti di espiazione per i peccati, così anche Israele, all’interno dell’umanità, diviene un esempio di giustizia e fa sì che le colpe dei popoli siano perdonate.

Questi concetti risultano coerenti con gli insegnamenti della Bibbia ebraica e con i temi ricorrenti del libro di Isaia. Al contrario, la dottrina secondo cui sia necessario credere nel sacrificio di un Messia morto in croce per ottenere la “salvezza”, è del tutto estranea alla Torah e non trova riscontro nell’Ebraismo.

4 – Secondo Isaia 53:9, il servo non ha commesso peccati, mentre non si può dire lo stesso di Israele.
Isaia 53:9 non afferma che il servo non ha mai compiuto peccati. Piuttosto, il senso è che il servo viene accusato ingiustamente di crimini che non ha commesso. Anche David, nei Salmi, dichiara: “Sono potenti quelli che vorrebbero distruggermi e che mi sono nemici ingiustamente; sono costretto a restituire ciò che non ho rubato” (69:4); “Poiché senza motivo mi hanno teso di nascosto la loro rete; senza motivo mi hanno scavato una fossa” (35:7). Ciò ovviamente non significa che David si proclami immune dal peccato o che pretenda di essere infallibile.

Se ciò non vi ha ancora convinto, considerate le parole del profeta Sofonia: “Il residuo d’Israele non commetterà iniquità e non proferirà menzogne, né si troverà nella loro bocca una lingua ingannatrice” (3:12); e quelle di Bil’am: “Egli non ha scorto iniquità in Giacobbe e non ha visto perversità in Israele” (Numeri 24:21). Non è forse lo stesso concetto espresso da Isaia?

5 – Il servo è stato “strappato dalla terra dei viventi” (53:8); il popolo ebraico, invece, non ha mai cessato di esistere.
La morte, in questo caso come altrove, è una metafora per indicare la rovina della nazione ebraica in esilio. Anche in Ezechiele 37, nella famosa visione delle ossa secche, il popolo esiliato e senza speranza è descritto come in una condizione di morte e decomposizione.

6 – Chi legge Isaia 53 non può fare a meno di pensare a Gesù. È evidente che il passo si riferisce alla sua morte.
Se molti associano immediatamente il servo sofferente di Isaia a Gesù il Nazareno, lo fanno per due motivi:
1) Perché si tratta di persone di fede cristiana, che cercano quindi costantemente riferimenti al loro Messia all’interno delle Scritture ebraiche.
2) Perché la dottrina cristiana si basa in parte proprio su un’interpretazione erronea di Isaia 53. È probabilmente su questo passo che è stato modellato il concetto del sacrificio di Gesù.

In realtà, tuttavia, alcuni dettagli della profezia la rendono inapplicabile al Messia cristiano. Infatti, quando mai Gesù ha stupito le nazioni del mondo? (52:14-15); quando mai ha “prolungato i suoi giorni” e ha “avuto una discendenza”? (53:10; in ebraico il termine zerah, cioè “seme”, indica una progenie carnale); quando mai ha diviso le spoglie di guerra con i potenti? (verso 12). E soprattutto, cosa c’entra la morte di Gesù con il contesto che parla del ritorno dall’esilio del popolo d’Israele?

7 – Nei tempi antichi anche gli Ebrei credevano che il servo di Isaia 53 fosse il Messia; poi, nel Medioevo, Rashi impose una nuova interpretazione per contrastare il Cristianesimo.
Per confutare questa menzogna, è utile citare innanzitutto una fonte cristiana. Origene di Alessandria (185 – 254), uno dei Padri della Chiesa, nella sua opera Contro Celso, racconta:
“Ricordo che, in una certa occasione, durante una disputa con alcuni Ebrei che erano considerati uomini saggi, citai queste profezie [di Isaia]. I miei oppositori Ebrei replicarono che tali predizioni si riferivano all’intero popolo, considerato come un solo individuo, in uno stato di esilio e sofferenza, affinché molti proseliti potessero essere guadagnati grazie alla dispersione degli Ebrei fra le nazioni” (Contra Celsum, 1, 55).

L’interpretazione che identifica il servo con Israele è attestata molto prima di Rashi anche negli scritti dei Rabbini. Il Talmud (Berachot 5a) dichiara: “Se il Santo Benedetto Egli sia si compiace di un giusto, lo opprime infliggendogli sofferenze, come è scritto: ‘Ma il Signore desiderò percuoterlo e farlo soffrire'” [Isaia 53:10].
In modo ancora più chiaro, il Midrash Bemidbar Rabbah (13:2) afferma: “Gli Israeliti hanno esposto le loro anime alla morte in esilio, come è scritto: ‘Egli ha versato la sua anima fino a morire'” [Isaia 53:12].
La stessa interpretazione si trova nel Midrash Devarim Rabbah, nel Midrash Tehillim (94:2) e nell’opera Eliyahu Rabbah (capitoli 6, 13, 27).

È vero che, in alcune opere rabbiniche, il brano di Isaia 53 viene applicato al Messia; tuttavia, come spiega Nachmanide, si tratta in questi casi di interpretazioni midrashiche, cioè formulate secondo il metodo omiletico non letterale dei rabbini. Seguendo questo metodo, è possibile applicare il passo anche al Messia e ad altri personaggi del popolo ebraico, che, per la loro autorità o posizione esemplare, risultano idonei a rappresentare l’intera nazione. Il Talmud, ad esempio, applica la profezia anche a Mosè e a Rabbi Akiva. Lo Zohar la applica ai giusti d’Israele collettivamente, a Mosè, al Mashiach ben David, al Mashiach ben Yosef e ad altre personalità. Non si tratta di interpretazioni in contrasto fra loro: anzi, è proprio il fatto che il servo sofferente rappresenti Israele a rendere possibile l’applicazione della profezia anche a singoli individui esemplari della nazione ebraica.

A questo proposito, nel resoconto della Disputa di Barcellona, Nachmanide scrive:

“Secondo il suo vero significato, [il passo] si riferisce solo al popolo di Israele in generale. Il profeta infatti chiama continuamente Israele “mio servo” e “Giacobbe mio servo”. […]
È vero che i nostri Maestri di benedetta memoria, nelle loro opere di Haggadah, hanno un Derash secondo cui si riferisce al Messia. Tuttavia, essi non affermano mai che egli sarà ucciso dai suoi nemici. In nessun libro, né nel Talmud e neppure nella Haggadah troviamo scritto che il Messia figlio di David sarà ucciso. Mai. E neppure che egli sarà consegnato ai suoi nemici o che sarà sepolto. Del resto il vostro Messia che vi siete scelti da soli non è mai stato sepolto. Io spiegherò questo capitolo se lo desideri, con una buona spiegazione. Tuttavia essi non vollero ascoltarmi”.

Isaia 53 – Il servo sofferente

Isaia

Il canto poetico del “servo sofferente”, composto dal profeta Isaia, è un passo biblico di grande bellezza e ricco di significato, divenuto purtroppo un campo di battaglia teologico, utilizzato dal Cristianesimo come cavallo di battaglia per affermare la propria dottrina sul sacrificio di Cristo.
Nell’ambizioso tentativo di restituire questo brano al suo spirito originario, offriamo un commento verso per verso dell’intero capitolo, cercando di accantonare il più possibile le polemiche fra le religioni, a cui abbiamo dedicato un articolo separato (vedi “Isaia 53 – Risposta alle obiezioni cristiane”) allo scopo di chiarire gli aspetti controversi qui tralasciati.

Il contesto

Prima di prendere in esame il passo in questione, è indispensabile considerare il contesto in cui esso è inserito all’interno del libro di Isaia.
Il capitolo 53 contiene l’ultimo di quattro componimenti poetici noti come “Canti del Servo“, incentrati sulla figura dell’eved Hashem, il “servo del Signore”, descritto come un personaggio scelto da Dio per “portare la giustizia alle nazioni” (Isaia 42:1), ma anche come colui che è “cieco” e “sordo” (Isaia 42:19) in quanto incapace di svolgere la missione affidatagli da Dio.

Chi è questo servo? Isaia stesso ci fornisce la risposta in numerose occasioni:

“Ma tu, Israele, mio servo, Giacobbe che ho scelto, progenie di Abramo, mio amico” (Isaia 41:8).
“Ora ascolta, o Giacobbe mio servo, o Israele, che io ho scelto!” (Isaia 44:1).
“Ricorda queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo” (Isaia 44:21).
“Per amore di Giacobbe mio servo e d’Israele mio eletto, io ti ho chiamato per nome” (Isaia 45:4).
“Tu sei il mio servo, Israele, in cui sarò glorificato” (Isaia 49:3).

È chiaro dunque che il “servo del Signore” sia da identificare con il popolo d’Israele, personificato nel linguaggio poetico come se fosse un unico individuo. Ciò non è affatto insolito se si considera che in molti brani Israele è descritto come un figlio o un fanciullo (vedi Esodo 4:22; Geremia 31:20; Osea 11:1), o come una donna (Isaia 54:1; Osea 2:14; Geremia 3:6); inoltre, anche nel libro di Geremia il popolo ebraico è chiamato “mio servo” (30:10; 46:27). Queste personificazioni allegoriche sono quindi piuttosto comuni nella Bibbia.

Isaia 53 verso per verso

È noto che la divisione in capitoli e versetti che troviamo nelle Bibbie moderne non esisteva nei testi originali, ma è stata introdotta in epoca molto tarda in base a criteri non sempre attendibili.
Il brano relativo al “servo sofferente” non inizia in quello che oggi è il capitolo 53, ma nel capitolo precedente, al verso 13. Il nostro commento inizierà perciò da questo verso.

52:13 Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato.

Subito dopo aver preannunciato la Redenzione d’Israele e di Gerusalemme in seguito a un periodo di grande sofferenza (52:1-12), il profeta introduce nuovamente la figura del servo, che, come abbiamo appena visto, è il popolo ebraico descritto poeticamente come un singolo individuo, o meglio, più precisamente, la personificazione del residuo d’Israele rimasto fedele a Dio. Questo servo, che nell’ultima occasione era stato rappresentato come un uomo sottomesso e perseguitato (50:6), ora invece viene elevato alla gloria. Qualcosa è cambiato nella condizione del servo.

52:14-15 Come molti erano stupiti di te, tanto il suo aspetto era sfigurato più di quello di alcun uomo, e il suo volto era diverso da quello dei figli dell’uomo, così egli abbatterà molte nazioni. I re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato e comprenderanno ciò che non avevano udito.

I re delle nazioni osservano la nuova prosperità del servo e rimangono sconvolti e stupiti dinanzi a colui che consideravano tanto spregevole da non essere neppure umano. Il profeta descrive così la meraviglia dei popoli che assistono alla restaurazione d’Israele.

Si adempie in questo verso ciò che Isaia aveva già predetto: “Ecco, tutti quelli che si sono infuriati contro di te saranno svergognati e confusi” (41:11).

53:1 «Chi ha creduto a ciò che abbiamo udito, e a chi è stato rivelato il braccio del Signore?»

Da questo punto, a parlare in prima persona sono i re delle nazioni. Ciò si comprende dal fatto che, secondo quanto il profeta ha appena affermato, sono proprio i re a mostrare incredulità davanti alla sorprendente elevazione del servo. Inoltre, coloro che parlano dichiarano di aver assistito alla rivelazione del “braccio del Signore”, e poco prima, Isaia aveva detto: “Il Signore ha messo a nudo il suo santo braccio agli occhi di tutte le nazioni” (52:10).
Il testo ci riporta dunque le parole di stupore espresse dalla voce dei re della terra. Per quanto possa sembrare insolito, non è l’unica volta che ciò accade nella Bibbia. Nel Salmo 2, infatti, i capi dei popoli prendono la parola senza che il testo lo dica esplicitamente:
“I re della terra si ritrovano e i principi si consigliano insieme contro il Signore e contro il suo Unto: «Rompiamo i loro legami e sbarazziamoci delle loro funi»” (Salmi 2:2-3).
Un caso simile, in cui il soggetto che parla in prima persona cambia improvvisamente, si trova anche in Isaia 14:16.

Il riferimento al “braccio del Signore” allude a una potente liberazione da parte di Dio e richiama l’Esodo dall’Egitto (vedi Esodo 6:6; Deuteronomio 26:8). La Redenzione di cui parla Isaia è la stessa annunciata anche da Michea:
“Come ai giorni in cui uscisti dal paese d’Egitto, io farò loro vedere cose meravigliose. Le nazioni vedranno e si vergogneranno di tutta la loro potenza; si metteranno la mano sulla bocca, le loro orecchie rimarranno sorde” (Michea 7:15-16).

53:2 Egli è cresciuto davanti a lui come un ramoscello, come una radice da un arido suolo. Non aveva figura né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare. 

L’immagine della pianta cresciuta in una terra arida indica la condizione del popolo ebraico in esilio, come in Ezechiele 19:13: “Ora è piantata nel deserto in un suolo arido ed assetato”.

53:3 Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo di dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

I re delle nazioni continuano ad esprimere il disprezzo con cui guardavano al popolo d’Israele nel corso del suo esilio. Le parole utilizzate sono simili a quelle che troviamo nel Salmo 44, in cui gli Israeliti dicono a Dio: “Tu ci hai resi lo zimbello delle nazioni; nei nostri confronti i popoli scuotono il capo” (Salmi 44:14; vedi anche Isaia 49:7).

53:4 Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori.

Lo scopo dell’esilio e della sofferenza d’Israele è quello di portare alla Redenzione del mondo intero. Israele è infatti “luce delle nazioni” e il suo compito è di “portare la salvezza fino alle estremità della terra” (Isaia 49:6). Per compiere questa missione, il popolo ebraico deve pagare un prezzo molto caro, subendo ogni sorta di atrocità. Alla fine, però, le nazioni comprenderanno che il cammino doloroso d’Israele ha portato beneficio a tutta l’umanità (Isaia 60:3).
L’idea non è del tutto nuova: già Yosef (Giuseppe), figlio di Giacobbe, aveva dichiarato ai suoi fratelli che le proprie disgrazie erano state impiegate da Dio come strumento per far sopravvivere un’intera nazione (Genesi 50:20).

Nell’esprimere la loro penitenza, i re delle nazioni ammettono che essi avrebbero meritato di subire le sofferenze che sono state inflitte al servo.

53:4-5 Noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato, ma egli è stato ferito dalle nostre trasgressioni, schiacciato dalle nostre iniquità.

Prima che il servo fosse redento, le nazioni lo avevano perseguitato e afflitto senza il minimo senso di colpa; esse infatti credevano che i dolori inflitti a Israele fossero stati decretati da Dio. Lo stesso concetto è espresso in modo più chiaro da Geremia:
“Il mio popolo fu come un gregge di pecore smarrite. Tutti quelli che le trovavano, le divoravano, e i loro nemici dicevano: Non siamo colpevoli, poiché essi hanno peccato contro il Signore” (Geremia 50:6-7).

Ora, invece, i re della terra ammettono la loro responsabilità dichiarando che Israele ha sofferto a causa delle loro iniquità: sono state le violenze compiute dai popoli ad aver causato la rovina degli Ebrei.
In alcune versioni della Bibbia, questo verso è stato tradotto in maniera erronea: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (edizione CEI), come se il servo fosse stato punito per i peccati di altri, un concetto contrario all’etica della Torah (vedi Deut. 24:16; Ezechiele 18:20). In realtà, davanti alle parole “trasgressioni” e “iniquità”, il testo ebraico ha la lettera mem come prefisso, che significa “da”. Il senso è dunque che le ingiustizie delle nazioni hanno causato le sofferenze del servo.

53:5 (b) Il castigo della nostra pace è su di lui, e con le sue lividure noi siamo stati guariti.

“Il castigo della nostra pace” (Musar Sh’lomenu) è il caro prezzo che Israele deve pagare per redimere l’intera umanità.
Lo Zohar afferma: “Perché Israele è sottomesso a tutte le nazioni? Affinché grazie ad esso tutto il mondo sia preservato” (Soncino Zohar, Shemot, 2, 16b).

53:6 Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e il Signore ha fatto abbattere su di lui l’iniquità di noi tutti. 

I peccati delle nazioni si abbattono sul servo nel senso che egli deve sopportare le loro ingiustizie. Per duemila anni Israele è stato scelto come capro espiatorio del mondo, poiché gli Ebrei erano considerati una stirpe maledetta.
Molti traducono questo versetto in modo diverso:”il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”; ma il verbo הִפְגִּיעַ (hif’gia), che appare anche in Isaia 59:16, significa abbattere, far scontrare, o anche supplicare o intercedere (Rashi infatti lo intende come: “Il Signore ha accettato la sua preghiera per la nostra iniquità”).

L’immagine della confusione che offusca i popoli, in contrapposizione ad Israele, ricorre anche in Isaia 60:2.

53:7 Maltrattato e umiliato, non aprì bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aprì bocca. 

La metafora qui impiegata si trova anche nel Salmo 44 in riferimento alle sofferenze degli Israeliti: “Tu ci hai dati via come pecore da macello e ci hai dispersi fra le nazioni” (v.11, vedi anche v.22).

53:8 Fu portato via dall’oppressione e dal giudizio. E chi potrà immaginare la sua generazione? Poiché è stato strappato dalla terra dei viventi e colpito dalle trasgressioni del mio popolo.

La miseria della condizione di esilio in cui si trova il popolo ebraico è paragonata alla morte, come in Ezechiele 37, il capitolo in cui la nazione d’Israele appare nella forma di ossa secche abbandonate in una valle. Prima di essere riscattato, il servo sembrava ormai essere stato strappato dal mondo dei vivi.

53:9 Fu con il malvagio la sua tomba, e con il ricco nelle sue morti (bemotav, plurale)

Troviamo ancora la metafora della morte per rappresentare l’esilio e la distruzione subiti da Israele. Il testo ci dice che il servo è stato seppellito “con il malvagio”, in riferimento alle sepolture ignominiose e prive di onori che spettavano agli empi. L’espressione “con il ricco nelle sue morti” può alludere al fatto che a condannare a morte il servo sono stati i potenti della terra. La frase non può essere applicata alla vicenda di Gesù, come invece sostiene il Cristianesimo, poiché egli morì con i malvagi e poi fu posto nel sepolcro di un ricco, cioè l’esatto opposto di quanto afferma Isaia in questo verso.

53:9 (b) perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca.

La stessa idea è espressa dal profeta Sofonia: “Il residuo d’Israele non commetterà iniquità e non proferirà menzogne, né si troverà nella loro bocca una lingua ingannatrice” (3:12).
Il testo non vuole dirci che il popolo d’Israele sia perfetto o che non abbia mai compiuto peccati. Piuttosto, il senso è che il servo viene accusato ingiustamente di crimini che non ha commesso, come afferma David parlando dei suoi nemici che lo perseguitano senza motivo (vedi Salmi 35:7; 69:4).

53:10 Ma il Signore desiderò percuoterlo e farlo soffrire. Se egli pone la sua vita come asham (offerta per la colpa), egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e la volontà del Signore prospererà nelle sue mani.

Da ora, come sarà più chiaro al verso successivo, a parlare in prima persona non sono più i re delle nazioni, e il testo segue nuovamente la prospettiva di Dio.
Il Targum Yonatan interpreta questo verso offrendo la seguente parafrasi: “Ma piacque al Signore di affinare e purificare i superstiti del Suo popolo per purificare le loro anime dal peccato; essi vedranno il regno messianico, avranno molti figli e figlie, prolungheranno le loro vite, e chi osserva la Legge del Signore prospererà”.
L’offerta per la colpa (asham), secondo il Levitico (capitoli 5-6), è un sacrificio da presentare nel Santuario con la confessione pubblica di una propria trasgressione volontaria.

53:11 Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto. Con la sua conoscenza, il giusto, il mio servo, renderà giusti molti, e si caricherà delle loro iniquità. 

In precedenza, il testo ci aveva già reso noto il fatto che la Redenzione d’Israele porterà beneficio all’intera umanità. Ora, in questo verso, ci viene rivelato anche il modo in cui ciò avverrà: Israele porterà la giustizia alle nazioni con la sua conoscenza, cioè insegnando la Torah ai popoli del mondo, come affermano tutti i profeti (vedi Isaia 2:3; 42:4; Michea 4:2-3; Zaccaria 8:23).

Il popolo ebraico è chiamato “regno di sacerdoti” (Esodo 19:6), e Isaia stesso definisce gli Israeliti “sacerdoti del Signore” (61:6). Come il sacerdote, secondo la Torah, ha il compito di rappresentare il popolo dinanzi a Dio e di presentare i peccati della nazione affinché siano perdonati (vedi Numeri 18:1), così anche Israele, in quanto popolo sacerdotale dell’umanità, si carica del peso delle colpe di tutti gli altri per chiedere a Dio l’espiazione.

53:12 Perciò gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha versato la sua vita fino a morire ed è stato annoverato fra i malfattori; egli ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i trasgressori.

La promessa secondo cui Israele otterrà il bottino dei potenti della terra ricorre in altri brani di Isaia (33:23; 61:8; 60:11).
L’immagine di Israele che porta il peccato di molti e intercede per i trasgressori elabora ulteriormente il concetto del ruolo sacerdotale della nazione ebraica.

Il passo, che si conclude con la profezia relativa alla ricompensa che il servo riceverà dopo il suo travaglio, è seguito da un altro brano (Isaia 54) in cui il profeta continua a consolare il suo popolo annunciando la fine delle disgrazie. La Redenzione promessa, come abbiamo visto, non porta all’esclusione del resto del mondo, ma passa attraverso il riconoscimento, da parte delle nazioni, di un grande paradosso: il popolo odiato, perseguitato e reietto, sarà quello che guiderà il genere umano sulla via della giustizia nell’era messianica.