E queste sono le discendenze di Esàv, che è Edòm. Esav prese le sue mogli tra le figlie dei Cananei: Adah, figlia di Elon l'Ittita; Oholivamah, figlia di Anah, figlio di Tzivon l'Hurrita; Basemat, figlia di Ishmael, sorella di Nevaiot... (Genesi 36).
I Saggi d’Israele raccontano che il malvagio re Menashè, descrittoh nella Scritture come un sovrano corrotto e dedito all’idolatria, era solito beffarsi di alcuni passi della Torah che egli riteneva futili e privi di contenuto.
Due dei versetti citati con disprezzo dal re si trovano al capitolo 36 della Genesi, nella genealogia di Esàv (Esaù), una lunga lista di discendenti, mogli e prìncipi. Menashè derideva questi versi dicendo: “Davvero Moshè non aveva altro da scrivere?” (Talmud, Sanhedrin 99b).
Effettivamente, il brano in questione può apparire di scarsa rilevanza, superfluo e inutilmente prolisso.
In fondo, però, genealogie e liste di nomi sono alquanto comuni nella Bibbia: abbiamo i discendenti di Adamo (Genesi 5:1-32), la “Tavola delle nazioni” (10:1-32), la lista dei figli d’Israele che giunsero in Egitto (Esodo 1:1-5), gli antenati di Moshè (6:14:25) e tanti altri esempi, per cui il caso di Genesi 36 non sembrerebbe essere per nulla insolito.
E invece lo è: Innanzitutto, in questo caso non si tratta della stirpe di uno dei protagonisti della Bibbia o di un capo d’Israele, bensì di quella di Esav, detto Edòm, gemello di Yaakov (Giacobbe), un personaggio non centrale, escluso dalla promessa eterna del Patto con Dio, separato da quello che sarebbe divenuto il popolo ebraico.
Inoltre, la genealogia di Esav appare davvero lunga e dettagliata, molto più di quella dell’altro “figlio escluso” della famiglia di Abramo, cioè Ishmaèl (Ismaele), a cui la Genesi dedica solo pochi versetti (25:12-18).
Nel caso di Esav, non si parla poi solo di discendenti ma anche di mogli, concubine, capitribù e re che governarono la nazione degli Edomiti, e tutto ciò in un brano che non risparmia ridondanze e formule superflue, come la frase “Esav è Edom”, ripetuta ben tre volte.
Come se non bastasse, il passo non si occupa soltanto della famiglia di Esav, ma anche di quella di un certo Se’ir l’Hurrita (vv. 20-30), che non aveva alcun legame con la stirpe abramitica e che abitava il territorio poi divenuto di proprietà di Edom.
Perché, allora, la Torah dedica tanto spazio a questioni tutt’altro che essenziali? A cosa serve sapere che “Timna era concubina di Elifaz, figlio di Esav” (36:12) o conoscere nel dettaglio “i capi di Edom secondo le loro sedi, nella terra di loro proprietà” (36:43)?
Partiremo da queste domande per arrivare a scoprire che, come ha scritto Rav Yonatan Grossman, “questo capitolo spesso trascurato rappresenta uno dei crocevia più drammatici della storia biblica”.
Le opinioni tradizionali
Per rispondere alle parole blasfeme del re Menashè, il Talmud arricchisce il brano di Genesi 36 con nuovi elementi e lo trasforma in una storia con una sua morale:
“Qual è dunque [lo scopo del verso:] ‘E la sorella di Lotan era Timnà?’ […] Timnà era figlia di un re […] ma volle convertirsi. Venne davanti ad Avraham, Yitzchak e Yaakov, ma non fu accettata. Allora se ne andò e divenne concubina di Elifaz, figlio di Esav, dicendo: È meglio essere una serva di questa nazione che una nobildonna di un’altra nazione. Da lei nacque Amalek, figlio di Elifaz, che afflisse il popolo d’Israele. E qual è la ragione [di tutta la sofferenza che ne è scaturita]? Ciò avvenne perché essi non avrebbero dovuto rifiutarla quando Timnà volle convertirsi” (Sanhedrin 99b).
È sicuramente ammirevole che i Maestri abbiano saputo trasformare un’arida genealogia in un racconto drammatico volto a insegnare l’importanza di accogliere i proseliti.
Tuttavia, questa interpretazione non può essere accettata sul piano puramente letterale e contestuale, dal momento che si basa su dettagli estranei al testo (come le intenzioni lodevoli di Timnà) e si concentra inoltre solo su una parte della genealogia.
Per questo, alcuni commentatori classici hanno proposto opinioni differenti sullo scopo di questo capitolo poco appassionante.
Secondo Ibn Ezra, un excursus sulle origini di Edom e sulle sue dinastie risulta utile e appropriato poiché, nel corso dei secoli, Israele sarà chiamato spesso a confrontarsi con questo regno.
Nachmanide ritiene che l’obiettivo della Torah sia distinguere gli Edomiti, che è proibito disprezzare (Deut. 23:7), dalla stirpe di Amalek, che invece sarà condannata per la sua crudeltà (25:17-19). Presentando Amalek come figlio della concubina Timnà, e dunque come “ramo secondario” della famiglia, la Genesi traccia una distinzione tra questi due popoli dalle origini in parte comuni.
Ovadyah Sforno suggerisce che il brano intenda mostrarci l’incredibile espansione demografica e territoriale di Edom avvenuta per volere di Dio, insegnando così che il piano divino determina il destino delle nazioni.
Tutte queste risposte sono ragionevoli e ognuna fa luce su un singolo aspetto del testo. Esiste però anche una spiegazione che riteniamo possa chiarire il senso globale di Genesi 36 all’interno del suo contesto originario.
I destini dei due gemelli
Facciamo un piccolo passo indietro.
Al capitolo precedente (Genesi 35), il testo narra il ritorno in patria di Yaakov, che si ricongiunge con suo padre dopo vent’anni di esilio in Mesopotamia. In tale occasione, troviamo anche un elenco dei dodici figli del patriarca e delle sue mogli (35:23-26).
È proprio a questo punto che il testo smette di parlare di Yaakov e si concentra invece sulla genealogia di Esav. La Genesi ci invita così a confrontare le vite e le famiglie dei due gemelli rivali, ponendo l’una accanto all’altra.
Da una parte c’è Yaakov, che fonda un clan numeroso con mogli e figli e termina il suo esilio ritornando nella terra promessa; e dall’altra c’è Esav, che fonda anche lui un proprio clan, ma (al contrario di suo fratello) abbandona la patria per stabilire le sue radici altrove, nella terra di Seir.
Questa non è l’unica differenza significativa tra i destini dei due gemelli. Infatti, al capitolo 35, Yaakov assiste anche a una rivelazione da parte del Creatore:
E Dio gli disse: Io sono El Shaddai. Sii fecondo e diventa numeroso. Una nazione
e un'assemblea di nazioni deriveranno da te, e dei re dai tuoi fianchi usciranno. E la terra che ho dato ad Avraham e a Yitzchak, a te la darò, e alla tua progenie dopo di te darò la terra (Genesi 35:11-12).
Yaakov riceve quindi da El Shaddai (il nome divino legato alla fertilità) la promessa di una discendenza numerosa e di una terra in cui abitare, insieme all’onore di diventare padre di nazioni e di re.
Ed ecco il paradosso: suo fratello Esav, che non ha mai udito da parte di Dio una simile rivelazione, e che ha lasciato la terra natìa per stabilirsi in un altro paese, al capitolo successivo è presentato come padre di nazioni (gli Edomiti e Amalek) e persino di re.
Che dire invece di Yaakov? Nonostante la splendida promessa divina, nel suo orizzonte non si scorgono sviluppi altrettanto gloriosi. Al contrario, al capitolo 37 ha inizio la tragica epopea di suo figlio Yosef (Giuseppe), con la successiva discesa in Egitto a cui seguirà la schiavitù a opera del Faraone.
In Genesi 36:31, il testo evidenzia il contrasto tra i due fratelli con una formula molto chiara: “Questi sono i re che regnarono nella terra di Edom, prima che regnasse un re sui figli d’Israele“.
Lo stesso contrasto riappare poi in Giosuè 24:4, quando Dio dice: “A Esav diedi il possesso dei monti di Seir, e Yaakov e i suoi figli scesero in Egitto”.
Sembra dunque che la Torah si dilunghi nell’esporre i progressi della stirpe edomita quasi allo scopo di sminuire Yaakov, o almeno di mostrare come il suo destino sia stato sorprendentemente più aspro rispetto a quello di Esav.
Ma per quale motivo la Bibbia dovrebbe trasmettere un messaggio simile, enfatizzando il successo del fratello escluso dal Patto in contrapposizione alle sventure del suo gemello benedetto dall’Altissimo? L’idea non è forse fin troppo sconfortante per Israele, o addirittura dissacrante?
La via di Esav e la via di Yaakov
Dobbiamo porci a questo punto un’altra domanda: in che modo Esav è riuscito a instaurare una nazione e una monarchia molto prima degli Israeliti?
Nel Deuteronomio (2:12; 22) l’insediamento degli Edomiti nel paese di Seir è presentato come una mera conquista militare, un’invasione violenta.
Nella genealogia di Genesi 36, tuttavia, viene messo in luce un aspetto differente: ancora prima di emigrare a Seir, Esav sposa Oholivamàh, una donna della stirpe degli Hurriti, gli abitanti originari della terra di Seir.
Esav e i suoi figli si servono quindi degli strumenti delle alleanze matrimoniali e dell’assimilazione: sposano donne locali, si mescolano alla popolazione hurrita per stringere legami politici.
Si comprende così il motivo per cui Genesi 36 non contiene solo la genealogia di Esav, ma anche quella di Seir l’Urrita: le due famiglie, i due clan, sono accostati e finiscono per mescolarsi diventando un’unica nazione.
In questo modo, Esav/Edom raggiunge il successo materiale, ma al contempo si allontana in maniera definitiva dal Patto che i suoi avi avevano stretto con il Creatore.
La Torah vuole dunque insegnarci che questa strategia può avere esito positivo, funziona bene nel breve termine. Pur non godendo dell’elezione divina, Esav non è affatto condannato al fallimento e alla perpetua miseria.
Edom fiorisce e prospera, ottiene un territorio, una monarchia e un suo capitolo all’interno della Bibbia, ma paga il prezzo di sacrificare la propria identità rinunciando alla missione sacra di Avraham.
Esiste però una strada più elevata, quella di Yaakov, molto più lunga e tortuosa. È una strada che passa attraverso l’esilio e l’oppressione, che richiede pazienza e fede, ma che conduce infine alla Torah e a un’eredità spirituale che non è mai tramontata.