Salmo 2: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”

Il capitolo 2 del libro dei Tehillim (Salmi) è un inno regale che esalta la supremazia di Dio sui piani malevoli dei potenti della terra. Questo Salmo è noto soprattutto per i significati escatologici (relativi alla venuta del Messia e al giudizio finale sui malvagi) che gli sono stati attribuiti nel corso dei secoli.

Oggi vogliamo proporvi un commento al Salmo focalizzandoci, come di consueto, sulla ricerca del senso originario del testo. Faremo particolare attenzione al tema del “figlio di Dio” che, insieme ad alcune espressioni enigmatiche, è divenuto oggetto di controversie religiose tra il mondo ebraico e quello cristiano.

2:1-2 – Perché tumultuano le nazioni, e i popoli cospirano invano?
I re della terra insorgono e i capi congiurano insieme contro HaShem e contro il suo unto.

Il Salmo si apre con l’immagine dei popoli stranieri che tramano intrighi contro HaShem (Y-H-V-H) e il suo unto (mashìach), cioè il consacrato di Dio. All’epoca del Secondo Tempio, sotto la dominazione romana, il termine mashiach cominciò a essere impiegato per identificare principalmente il liberatore definitivo del popolo ebraico, il Messia.

Nella Bibbia ebraica, tuttavia, mashiach indica semplicemente qualsiasi persona consacrata, in particolare i sacerdoti (Levitico 4:3) e i re di Israele (1 Samuele 24:6). In questo caso, il testo appare molto generico, poiché non menziona il nome del consacrato né quelli dei suoi nemici, parlando solo di “unto di Dio” e dei “re della terra”. A questo proposito, il Prof. Marc Zvi Brettler ipotizza che il Salmo sia stato composto originariamente per essere recitato durante l’incoronazione dei re di Giuda.

2:3 – «Rompiamo i loro legami e liberiamoci dalle loro funi».

Il verso 3 riporta le parole dei nemici che insorgono contro Israele. La metafora dei legami e delle funi da cui costoro intendono svincolarsi ci fa comprendere che il testo si riferisca a dei popoli già sottomessi a Israele (come i Cananei, Edom e Moav), che ora cercano di ribellarsi.

2:4-6 – Colui che siede nei cieli riderà, il Signore li schernirà.
Allora parlerà loro nella sua ira, e nel suo sdegno li spaventerà,
[dicendo:] «Io ho insediato il mio re sopra Sion, il mio monte santo».

Agli ambiziosi progetti dei mortali si contrappone la volontà sovrana del Creatore, che sconvolge i piani delle nazioni ribelli. Dio dichiara di aver stabilito il suo re (l’unto menzionato all’inizio) a Gerusalemme, enfatizzando il favore divino di cui gode colui che sale al trono di Israele.

2:7 – Riferirò il decreto, HaShem mi ha detto: «Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato».

Ora è il re a parlare in prima persona, proclamando le parole di un decreto divino secondo cui il sovrano di Israele è “figlio di Dio“, o meglio diviene tale al momento della sua consacrazione (“oggi ti ho generato”).

L’idea che il monarca sia figlio di una divinità era ben radicata in alcune società del mondo antico come l’Egitto, in cui il Faraone era considerato “figlio di Ra”. Pur richiamando poeticamente una simile idea, la Bibbia ebraica non attribuisce mai un’origine divina a un essere umano, neppure al re. Il verso intende piuttosto sottolineare il profondo legame tra il re davidico e il Creatore che lo ha eletto e consacrato.

Radak (Rabbi David Kimchi), nel suo commentario, scrive in proposito: “È come se Egli dicesse: Questo re è mio, ed egli è mio figlio e mio servitore e mi obbedisce, poiché chiunque obbedisce nel servire Dio è chiamato ‘Suo figlio’, […] come è scritto: ‘Voi siete figli di HaShem, vostro Dio’ (Deut. 14:1)”.

Bisogna ricordare che, nella Torah, il popolo ebraico nel suo complesso è definito “figlio di Dio”: “Israele è mio figlio, il mio primogenito” (Esodo 4:22); “Non è forse Egli il Padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha stabilito?” (Deut. 32:6). Non sorprende dunque che tale metafora si applichi in modo particolare al re, in quanto rappresentante della nazione.

Lo stesso concetto compare anche nel Libro di Samuele, nel passo in cui Dio promette a David, per mezzo del profeta Natan: “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io stabilirò dopo di te il tuo seme uscito dalle tue viscere. […] Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam. 7:12-14). È proprio a questa promessa che potrebbe riferirsi il Salmo con le parole “Riferirò il decreto”.

 2:8-9 – «Chiedimi, e io ti darò le nazioni come tua eredità e le estremità della terra come tuo possesso.
Tu le spezzerai con una verga di ferro, le frantumerai come un vaso d’argilla».

Come un padre si impegna a realizzare i desideri di suo figlio, così HaShem assicura al re che esaudirà le sue richieste permettendogli di sottomettere i nemici. L’iperbole qui espressa ci ricorda ciò che è scritto in 1 Cronache 14:17: “La fama di David si diffuse in tutti i paesi, mentre HaShem lo rendeva temuto fra tutte le nazioni“.

2:10-11– Ora dunque, o re, siate saggi; accettate la correzione, o giudici della terra.
Servite HaShem con timore e gioite con tremore.

Rashi intende queste parole in senso amorevole: “I profeti d’Israele sono uomini misericordiosi. Essi rimproverano i popoli per farli allontanare dalla malvagità, poiché il Santo Benedetto Egli sia tende la sua mano ai malvagi e ai giusti”.

Secondo Radak, il re dice qui ai suoi avversari: “Sappiate che non avete il potere di annullare l’opera di Dio, poiché è Lui che mi ha incaricato di essere re. E come avete osato congiurare contro il Signore? Siate saggi e prestate attenzione, poiché non siete in grado di annullare l’opera del Signore”.

I re delle nazioni sono chiamati anche “giudici della terra” (shofetè aretz), in accordo con la concezione antica che attribuiva ai sovrani il ruolo di giudicare il popolo (vedi ad esempio 1 Samuele 8:4-5).

2:12 – Baciate il figlio (o “Armatevi di purezza”), perché Egli non si adiri e non periate sulla via, perché la sua ira può accendersi in un momento. Beati tutti coloro che si rifugiano in Lui.

L’espressione Nashekù-var, da alcuni tradotta con “baciate il figlio”, è piuttosto oscura. Essa è formata dal verbo nashak, che può significare “baciare” (Genesi 27:26) o “armarsi” (1 Cronache 12:2), e dalla parola bar, che in lingua aramaica significa “figlio”.

Benché tale vocabolo sia stato adottato anche dall’ebraico in epoca tarda (vedi Proverbi 31:2), i Salmi non fanno mai ricorso a parole aramaiche, per cui questo verso rappresenterebbe un caso unico. In ebraico, il termine bar significa “puro” o “innocente” (Salmi 19:9; Giobbe 11:4), mentre “figlio” corrisponde invece a ben, ed è quest’ultimo infatti il termine usato al v. 7, nella frase “Mio figlio sei tu” (benì atah).

Per questo motivo, molti commentatori e traduttori (compresa la versione greca nota come LXX e la Vulgata cristiana di Girolamo) intendono l’espressione nashekù-var come “Armatevi di purezza” o “Abbracciate la disciplina”.

Ibn Ezra ritiene invece che la frase significhi proprio “baciate il figlio”, in riferimento all’usanza comune di baciare un sovrano per rendergli omaggio. Secondo questa interpretazione, il salmista inviterebbe dunque i capi delle nazioni a non insorgere contro Israele, ma a omaggiare il re davidico (chiamato “figlio di Dio”, nel senso metaforico che abbiamo già illustrato) per non incorrere nell’ira divina.

La descrizione così positiva e solenne della monarchia è qui funzionale al messaggio celebrativo del Salmo, ma ad essa si affianca un’altra immagine, ben più complessa. Altrove, infatti, la Bibbia ebraica non esita a sottolineare i rischi dell’istituzione monarchica e la sua degradazione, come abbiamo visto nel nostro articolo “L’alba della monarchia in Israele“.

È facile immaginare come questo Salmo potesse rappresentare una fonte di incoraggiamento per i re di Giuda contro le minacce esterne, oltre che uno strumento per celebrare la fede nell’elezione divina della stirpe di David. Quale importanza poteva però conservare un simile canto al tempo in cui il regno ebraico aveva cessato di esistere, e la nazione si era ritrovata oppressa e soggiogata?

Alla luce del nuovo contesto storico, i Maestri d’Israele attribuirono nuova rilevanza al Salmo applicandolo a un re futuro, il Messia (Talmud, Sukkah 5a; Midrash Ester Rabbah 7:18) destinato a ricostruire l’antico regno e a restaurare l’onore del popolo del Patto agli occhi delle genti.

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