Satana secondo la Bibbia ebraica – Parte 1

Alcuni nostri lettori ci hanno chiesto di pubblicare uno studio in merito alla figura di Satana, di cui fino ad ora non ci eravamo mai occupati. Coerentemente con gli scopi e gli interessi di questo sito, tratteremo l’argomento in due articoli separati, cercando di restringere il più possibile il nostro campo d’indagine alla Bibbia ebraica (Tanakh), per scoprire se (ed eventualmente in quale misura) le credenze tradizionali legate al personaggio del demonio trovino riscontro tra le pagine delle Scritture dell’Ebraismo.

Il significato del termine “Satana” nella Torah

Il nome “Satana” è la forma italianizzata della parola ebraica satàn (שָּׂטָן), che significa “oppositore”, “avversario” o anche “ostacolo”. Coloro che hanno familiarità con il concetto cristiano del diavolo potrebbero sorprendersi notando che il primo a essere chiamato satàn nella Bibbia è, curiosamente, un angelo. Non un “angelo caduto”, come qualcuno potrebbe pensare, bensì un vero e proprio emissario inviato da Dio:

E Bilàm si alzò al mattino, sellò la sua asina e andò con i principi di Moav. Ma l’ira di Dio si accese perché egli era andato, e l’angelo del Signore si pose sulla strada come un oppositore (satàn) per lui (Numeri 22:21-22).

Il termine satàn è impiegato qui nel senso di “ostacolo”: l’angelo di Dio appare sulla via percorsa dal profeta pagano Bilam per impedirgli di continuare serenamente il proprio viaggio.
Al di fuori di questo racconto, il vocabolo non è mai utilizzato nei cinque libri della Torah. Di un satàn si parla molto più tardi, in 1 Samuele 29:4, quando i capi dei Filistei rifiutano l’aiuto militare di David dichiarando: “Costui non venga con noi a combattere, perché non diventi nostro avversario (satàn) in battaglia”. Analogamente, in altre occasioni (vedi 1 Re 5:5; 11:23), il termine designa semplici nemici e oppositori umani. Questo sembra essere anche il senso più verosimile del brano del libro delle Cronache in cui si narra che “un oppositore sorse contro Israele e istigò David a fare il censimento di Israele” (1 Cronache 21:1).

Nella Bibbia ebraica troviamo tuttavia due casi in cui il satàn non è un comune avversario in carne e ossa, ma un personaggio misterioso sulla cui base è stata poi elaborata la figura di Satana nel Cristianesimo. Si tratta di due brani contenuti nel libro di Giobbe e in quello di Zaccaria, brani che è possibile comprendere solo se non ci si lascia influenzare da elementi culturali e religiosi estranei al contesto originario dei testi ebraici.

Il Satàn nel libro di Giobbe

E avvenne un giorno che i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore, e in mezzo a loro andò anche il Satàn (Giobbe 1:6).

Con questo versetto, il libro di Giobbe introduce la scena di un’assemblea ultraterrena in cui il Creatore si riunisce con i benè haElohìm (“figli di Elohìm”, espressione che si può tradurre come “i potenti” o “i giudici”), fra i quali è presente anche un personaggio chiamato “l’avversario”: a differenza degli altri casi citati, qui satàn è preceduto dall’articolo determinativo (HaSatàn), e dunque non può essere inteso come un termine generico.
Il continuo del racconto è piuttosto noto: Dio esalta la giustizia del suo servo Giobbe, dichiarando che “sulla terra non c’è nessuno come lui” (1:8). Il Satàn lancia però un’obiezione: Giobbe è così integro e fedele solo perché Dio lo benedice e lo preserva da ogni male; se invece gli capitasse una disgrazia, allora l’uomo devoto si trasformerebbe in un bestemmiatore (1:9-11). Inizia così una storia piena di elementi tragici e problematici, che affronta l’ardua questione teologica del male che si abbatte sugli innocenti.

Non potendo ragionare qui sui dilemmi etici sollevati dalla vicenda, concentriamoci invece sulla figura del Satàn e sul ruolo che svolge all’interno della narrazione. L’avversario che mette in dubbio la giustizia di Giobbe non è di certo il diavolo, né il capo di una potenza nemica di Dio: di fatto, il Satàn si presenta al cospetto del Sovrano dell’universo come un membro del suo tribunale, e in quanto tale non può compiere alcuna azione senza aver prima ottenuto il permesso dall’alto. È Dio infatti che, accogliendo l’obiezione dell’avversario, gli affida un incarico specifico, imponendogli anche delle limitazioni che il Satàn non può far altro che rispettare (1:12; 2:6). Siamo dunque molto lontani dalla creatura malefica e ribelle descritta in alcuni testi ebraici apocrifi di epoca tarda, poi sviluppata ulteriormente dalla teologia cristiana e islamica.

È interessante notare che, secondo un’antica tradizione esegetica ebraica (Talmud, Bava Batra 15a), adottata poi da Maimonide (Guida dei Perplessi III, XII), l’intero racconto del libro di Giobbe andrebbe inteso come una sorta di allegoria piuttosto che come una narrazione storica. Ciò renderebbe dunque anche l’immagine dell’assemblea ultraterrena e la figura di satàn semplici metafore di realtà immateriali.

Proprio sulla base del libro di Giobbe, la tradizione rabbinica ha costruito alcune storie e parabole in cui il Satàn compare come l’oppositore dell’uomo al cospetto di Dio: una sorta di “pubblica accusa” che mette in luce le debolezze dei giusti dinanzi alla corte divina, contestando le loro virtù e chiedendo a Dio di metterli alla prova. Il Satàn è concepito quindi come un nemico dell’essere umano che svolge un compito ben preciso, non come un angelo ribelle divenuto il sovrano del regno del male. Il Talmud (Bava Batra 16a) lo identifica con una personificazione dello yetzer harà, l’istinto cattivo che nasce nel cuore dell’uomo.

Nella seconda parte parleremo del terzo capitolo di Zaccaria, in cui ricompare la figura del Satàn, e di altri brani in cui la tradizione cristiana ha colto dei riferimenti alla dottrina dell’esistenza del demonio.

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