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Esaù ci insegna come leggere la Genesi

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Il Libro della Genesi (Berehshìt) si presenta in gran parte come l’avvicendarsi di storie di individui e di nuclei familiari che vivono eventi a volte drammatici (violenze, inganni, rivalità), a volte grandiosi (miracoli, rivelazioni divine), ma anche apparentemente ordinari (matrimoni, migrazioni). L’idea che dietro queste storie si celino significati profondi, insegnamenti morali o persino concetti esoterici è condivisa da molti lettori della Bibbia. Ma come dovremmo interpretare i racconti dei patriarchi e delle loro famiglie? Quali indizi ci fornisce il testo per vedere nelle loro vicende qualcosa in più di semplici  (per quanto singolari) biografie di uomini del passato? In questo articolo vogliamo proporvi una chiave di lettura illuminante concentrandoci in particolare su un personaggio che, nonostante non possa essere considerato uno dei protagonisti principali della Genesi, non ha di certo un ruolo marginale. Stiamo parlando di Esàv (Esaù), il fratello gemello del patriarca Yaakòv (Giacobbe). Continua a leggere

Edom: l’eterno nemico di Israele

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«Compirò la mia vendetta su Edòm per mezzo del mio popolo Israele, che tratterà Edòm secondo la mia ira e secondo il mio furore. Così essi conosceranno la mia vendetta» dice il Signore, HaShem (Ezechiele 25:14).

Dopo aver ascoltato questo verso di Ezechiele, secondo un racconto leggendario del Talmud (Ghittin 56a), l’imperatore Nerone, giunto nei pressi di Gerusalemme per distruggere la città, cambiò idea e rinunciò alla sua impresa bellica. Egli temette infatti che, se avesse mosso guerra al popolo ebraico, l’antica profezia si sarebbe adempiuta contro di lui, portandolo così a subire la terribile vendetta divina.
Ma perché mai Nerone, l’imperatore di Roma, intese l’annuncio del profeta sulla rovina di Edom come una minaccia contro sé stesso e contro il suo popolo? Cosa aveva a che fare il più grande impero del mondo con il modesto regno mediorientale degli Edomiti, nazione che all’epoca era già quasi del tutto scomparsa?
In realtà, il racconto talmudico a cui abbiamo fatto riferimento non costituisce un caso eccezionale: in molte occasioni, negli scritti rabbinici, Edom viene utilizzato come “nome in codice” per alludere a Roma, e in seguito anche alla Cristianità (dopo la conversione dei Romani alla nuova fede), all’Europa intera, e in tempi più recenti persino alla civiltà occidentale nella sua totalità. Su cosa si fonda questa misteriosa identificazione?

Edom, che significa “rosso”, era in origine solo il soprannome del primo figlio di Isacco, Esàv (Esaù), l’abile cacciatore che disprezzò la primogenitura, gemello di Yaakòv. (Genesi 25:30; 36:1). Da Esàv nacque poi una nazione, che divenne un regno ed ereditò il suo appellativo: “Rosso”, proprio come il colore delle rocce del paese di Seir, patria degli Edomiti.

Il verso di Ezechiele che terrorizzò Nerone è soltanto uno dei numerosissimi brani biblici in cui viene predetto il giudizio di Dio su Edom. Sorprendentemente, tra gli annunci di sventura e retribuzione divina che troviamo nei libri dei Profeti, quelli rivolti contro la nazione di Edom superano per numero e per asprezza persino le profezie sulla caduta di Babilonia, l’impero che distrusse il Primo Tempio di Gerusalemme.

“Poiché la mia spada si è inebriata nel cielo, ecco, essa sta per piombare su Edom” proclama il Sovrano dell’universo per mezzo di Isaia (34:5). Geremia, parlando degli Edomiti, preannuncia che la loro terra diventerà desolata come Sodoma e Gomorra (49:17-18). Ezechiele, in un altro brano, riporta una profezia analoga: “Così dice il Signore, HaShem: «Io stenderò la mia mano contro Edom, ne sterminerò uomini e bestie e lo renderò una desolazione»” (25:12). Il libro del profeta Ovadyah (Abdia), composto soltanto da ventuno versi, è interamente dedicato all’annuncio della futura rovina di Edom, sia per mano dei suoi ex-alleati (v. 7), sia per mano degli Israeliti (v. 18).

Alcuni commentatori, basandosi sull’identificazione di Edom con Roma proposta dai Maestri del Talmud, applicano tali profezie all’Impero Romano e ai suoi eredi politici e culturali, estrapolandole dall’immediato contesto storico degli antichi Profeti. Isaac Abravanel (1437–1508), in particolare, insiste molto nell’affermare che il giudizio su Edom preannunciato nei testi biblici si compirà soltanto al tempo del Messia e della Redenzione finale. Nel suo commentario al libro di Ovadyah, egli scrive infatti:

“[…] Il profeta non profetizzò solo contro il paese di Edom, che si trova in un territorio confinante con la Terra d’Israele, ma anche contro il popolo che è scaturito da esso, e che si è sparpagliato nel mondo intero, e cioè il popolo dei Cristiani nella nostra epoca, poiché essi sono figli di Edom”.

Alcuni secoli prima, Ibn Ezra (1089–1167), pur accettando la corrispondenza tra Romani ed Edomiti (benché non in senso etnico e biologico, come invece afferma Abravanel), aveva però interpretato i brani di Ovadyah e degli altri Profeti in maniera diversa, ritenendo che tali profezie non facessero riferimento ai tempi messianici, ma alla rovina dell’antica nazione di Edom.
A seguire questa linea è anche Samuel David Luzzatto (1800 – 1865), il quale, commentando il racconto della Genesi sulla “contesa della benedizione” tra Yaakòv ed Esàv, rifiuta tuttavia anche l’identificazione tradizionale di Edom con Roma, spiegandone la probabile origine:

“E sappi che il nome di Edom menzionato nella Torah e negli altri testi sacri si riferisce alla nazione che abitava tra il Mar Rosso e il Mar Morto, e che non vi è alcun intento di riferirsi al regno di Roma o ad alcuna delle nazioni dell’Europa. All’epoca in cui sorgeva il Primo Tempio, e all’epoca del Secondo Tempio, i soli ad essere chiamati Edom erano gli effettivi discendenti di Esav. Tuttavia, dopo la distruzione del [Secondo] Tempio, gli Ebrei iniziarono a chiamare il regno di Roma con il nome di Edom. E ciò avvenne perché, in generale, gli Edomiti afflissero Israele, e dunque il nome Edom era da noi odiato e detestato, specialmente dopo il regno di Erode, che era [di stirpe] edomita e fu molto malvagio in Israele. E quando il Tempio fu distrutto per mano dei Romani, l’odio degli Ebrei passò da Edom a Roma. Per questo (e anche a causa del timore), essi soprannominarono Roma con il nome di Edom“.

Se quindi i Profeti, nelle loro invettive contro Edom non si riferivano affatto al futuro impero di Roma, cosa giustificava il loro aspro accanimento contro questa nazione? Cosa avevano compiuto gli Edomiti di tanto grave per meritare una simile condanna? I Profeti stessi ci forniscono la risposta.
Nel rimproverare il regno di Edom, Ovadyah rivela esplicitamente le sue colpe:

Il giorno in cui te ne stavi in disparte, il giorno in cui gli stranieri conducevano in esilio il suo esercito ed estranei entravano per le sue porte e gettavano le sorti su Gerusalemme, anche tu eri come uno di loro. Ma tu non avresti dovuto guardare con gioia il giorno [della rovina] di tuo fratello, il giorno della sua sventura, né avresti dovuto rallegrarti sui figli di Giuda nel giorno della loro distruzione e neppure parlare con arroganza nel giorno della sventura. Non avresti dovuto entrare per la porta del mio popolo, nel giorno della sua calamità, né guardare anche tu con piacere alla sua afflizione, nel giorno della sua calamità, e neppure stendere le mani sui suoi beni nel giorno della sua calamità.  Non avresti dovuto metterti agli angoli delle strade per massacrare i suoi fuggiaschi, né avresti dovuto dare in mano al nemico i suoi superstiti nel giorno della sventura (Abdia 11-14).

Quando l’esercito babilonese assediò Gerusalemme per distruggerla, gli Edomiti, nonostante il loro antico legame di sangue con gli Israeliti, diedero man forte agli invasori, saccheggiarono la città e catturarono persino i superstiti per consegnarli al nemico. Inoltre, secondo Ezechiele (36:5), Edom cercò anche di impossessarsi del territorio d’Israele rimasto desolato dopo la guerra, avanzando pretese sulle terre degli Ebrei. Questi atti di crudeltà, secondo i Profeti, non sarebbero rimasti impuniti, ma avrebbero invece scatenato la vendetta divina.

Gli storici ritengono che il paese di Edom fu devastato proprio da coloro che gli Edomiti avevano aiutato: i Babilonesi (sotto il regno di Nevukadnetsar o del suo successore Nabonide), spingendo i sopravvissuti ad emigrare nel Negev. Benché su tali avvenimenti esistano poche informazioni, bisogna notare che Malakhì (Malachia), l’ultimo profeta delle Scritture ebraiche, menziona la distruzione di Edom come un evento già avvenuto e ampiamente noto al popolo:

«Esàv non era forse fratello di Yaakov?» dice HaShem. «Tuttavia io ho amato Yaakov e ho odiato Esàv; ho fatto dei suoi monti una desolazione e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto. Anche se Edòm dicesse: “Noi siamo stati distrutti, ma torneremo a ricostruire i luoghi desolati”», così dice HaShem delle schiere, «Essi ricostruiranno, ma io demolirò, e saranno chiamati il territorio dell’iniquità e il popolo contro il quale HaShem sarà per sempre indignato (Malachia 1:2-4).

Anche la sconfitta di Edom per mano ebraica, preannunciata da Ezechiele e Ovadyah, si verificò storicamente, secondo Ibn Ezra e Shadal, con la sottomissione definitiva degli Edomiti ad opera di Giovanni Ircano avvenuta all’epoca dei Maccabei.

Se dunque, dal punto di vista letterale e storico, è giusto escludere ipotetici adempimenti futuri ed escatologici, è però anche vero che l’accostamento di Edom all’Impero Romano accettato dalla tradizione rabbinica non appare del tutto arbitrario, ma si fonda su radici profonde e su una riflessione concettuale.

Roma, secondo le parole di Tito Livio, aspirava ad essere Caput orbis terrarum, “capitale di tutta la terra”, sulla base di una concezione di “popolo eletto” molto diversa da quella espressa nella Torah, in quanto fondata sulla supremazia militare e sulla conquista bellica. Si trattava di una vera minaccia per l’idea utopica ebraica del Monte Sion come centro di adorazione universale, e di Gerusalemme come città di pace a cui affluiscono i popoli per apprendere le vie della giustizia (Isaia 2:3). Il mito della fondazione di Roma, del resto, era basato sulla contesa tra due gemelli, proprio come il racconto biblico di Yaakòv ed Esàv. Romolo, che si ritiene favorito dagli dèi e che uccide suo fratello, appare in fondo come una sorta di versione vittoriosa di Esàv.
Con la conquista della Giudea da parte di Pompeo, e la successiva dominazione romana, agli occhi degli Ebrei dovette sembrare che lo spirito dell’antico Edom, l’eterno avversario di Israele, si fosse reincarnato in una nuova nazione, anch’essa con la pretesa di “innalzarsi come un’aquila e porre il suo nido tra le stelle” (Abdia 4), come il profeta dichiara a proposito dell’orgoglio edomita.

Quando l’Impero Romano abbracciò il Cristianesimo, il binomio Edom-Roma si dimostrò, per i rabbini, ancora più efficace: la Chiesa si proclamava infatti apertamente “nuovo popolo eletto”, pretendendo, con la sua “teologia della sostituzione”, di aver letteralmente preso il posto di Israele agli occhi di Dio. Come Yaakòv ed Esàv, Ebraismo e Cristianesimo divennero perciò due fratelli in perpetua contesa, ciascuno ritenendo sé stesso come l’autentico depositario delle promesse bibliche. Con l’arrivo dell’Islam, professato dai discendenti di Ishmael (Ismaele, figlio di Abramo), il quadro familiare della Genesi sembrò di nuovo completo.
Attualizzando le parole dei Profeti per ricondurle alla nuova situazione politica e religiosa, i rabbini riuscirono ad impiegare antiche immagini bibliche per esprimere significati più ampi in grado di trascendere la storia, e a fornire così al popolo ebraico, in tempi difficili, una conferma delle parole della Torah secondo cui Dio non avrebbe mai privato Israele delle Sue promesse per favorire un nuovo popolo:

Quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li detesterò fino al punto di annientarli del tutto e di rompere il mio Patto con loro; poiché io sono Hashem, il loro Dio. Ma per loro amore mi ricorderò del Patto stabilito con i loro padri, che feci uscire dal paese d’Egitto sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio” (Levitico 26:44-45).

Toledot: cronache di una benedizione sottratta

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Esav diede un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio!». Ma egli rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione» (Genesi 27:34-35).

Le storie dei patriarchi narrate nel Libro della Genesi sollevano spesso dilemmi morali e presentano molti aspetti controversi. L’episodio del “furto della benedizione” da parte di Yaakòv (Giacobbe) ai danni di suo fratello Esàv (Esaù) è senza dubbio uno degli esempi più problematici.
La Torah ci racconta che Esav, il figlio maggiore di Yitzchak (Isacco), era stato designato dal padre a ricevere la benedizione e a diventare quindi il principale depositario delle promesse divine accordate ad Abramo. Ma Yaakov, il fratello minore, seguendo il piano architettato dalla madre Rivkà (Rebecca), utilizza dei peli di capretto per camuffarsi e riesce a ingannare il padre anziano e cieco per ottenere l’ambita benedizione al posto di Esav.

Ma era davvero necessario ricorrere a questo stratagemma? Come si dovrebbero giudicare le azioni di chi ha raggirato il proprio padre? Un simile operato si addice forse a uno dei fondatori di una nazione eletta da Dio? Facendo tesoro delle osservazioni riportate in un articolo di Rav Yair Kahn, proveremo a rispondere a queste e ad altre domande sul brano in analisi.

– Esav e la primogenitura 

I Maestri del Midrash e i commentatori classici dell’Ebraismo hanno da sempre fatto notare che il vero ingannatore di Yitzchak fu in realtà Esav:

“Yitzchak amava Esav, perché la cacciagione era di suo gusto (letteralmente: la sua caccia era nella sua bocca), mentre Rivkà amava Giacobbe” (Genesi 25:28).

Il Midrash Tanchuma (citato da Rashi) commenta questo verso spiegando che Esav attirava la benevolenza del padre attraverso le sue illusioni. La grande abilità di Esav nella caccia (che per i Maestri ha anche un significato metaforico legato all’astuzia e alla violenza), in contrapposizione alla sedentarietà di Yaakov, è ciò che impedisce all’anziano Yitzchak di riconoscere il vero carattere del suo figlio prediletto.

Molto prima della vicenda della benedizione, Esav aveva disprezzato la primogenitura, vendendola a Yaakov per acquistare una minestra rossa (Genesi 25:29-34). Nell’antico contesto culturale dei patriarchi, il primogenito era il figlio consacrato per svolgere le funzioni di culto in rappresentanza dell’intera famiglia, un compito importantissimo che Esav non era idoneo a ricoprire. La sua indole e le sue occupazioni lo rendevano infatti un uomo dalla mentalità materialista, come si evince da quanto egli stesso dichiara a Yaakov: “Ecco, io vado a morire, a cosa mi serve la primogenitura?” (Genesi 27:32), una frase che ha il suo eco nelle parole che il profeta Isaia attribuisce agli empi: “Mangiamo e beviamo, poiché domani moriremo!” (Isaia 22:13).  Da notare inoltre che, in ebraico, la parola bechorah (primogenitura) differisce da berachah (benedizione) solo per l’ordine delle lettere. Il rifiuto della prima presagisce chiaramente la privazione della seconda.

L’inadeguatezza di Esav a ricevere l’eredità di Abramo si rivela anche nella sua scelta di sposare due donne cananee, delle quali il testo biblico ci dice che “esse furono causa di profonda amarezza per Yitzchak e Rivkà” (Genesi 26:34).

Rivkà, al contrario di suo marito, sapeva fin dall’inizio che il figlio minore era destinato a prevalere sul maggiore (vedi Genesi 25:23). Il fatto che ella non avesse discusso di ciò con Yitzchak ci fa comprendere che alla base dell’intera discordia ci sia soprattutto la mancanza di dialogo tra i due coniugi.  Per evitare che l’investitura sacra sia impartita a un uomo indegno come Esav, Rivkà e Yaakov scelgono la via del raggiro, ma agiscono per il bene del futuro del popolo ebraico e della missione abramitica. Anche Yitzchak, poco dopo l’inganno, sembra arrivare a comprendere e ad accettare il destino di Yaakov, il quale viene benedetto nuovamente dal padre (Genesi 28:1-5).
Per alcuni, la questione può ritenersi già chiarita e risolta con quanto abbiamo appena spiegato. Ma la Torah ci mostra che non è così, e che la strana vicenda del furto della benedizione possiede un’altra dimensione morale da approfondire.

– Le conseguenze dell’inganno

Se da un lato abbiamo fatto luce sui veri intenti di Yaakov e di sua madre, dall’altro è comunque innegabile che il futuro padre delle dodici tribù di Israele abbia conquistato il suo primato ingannando il padre cieco, compiendo un’azione tutt’altro che nobile, oltre che non strettamente necessaria. La Torah insegna forse che il fine giustifica i mezzi ad ogni costo?

Da una lettura molto superficiale sembrerebbe che la Bibbia si schieri interamente dalla parte di Yaakov, e che il suo imbroglio non venga per nulla condannato, mentre ad Esav rimane soltanto la compassione dei lettori più critici. La verità è tuttavia molto più complessa e affascinante.

Sappiamo che Yaakov, a causa dell’ira di Esav, è costretto a fuggire dalla casa paterna e a recarsi da suo zio Lavàn, al quale egli chiede in sposa la figlia Rachèl. Ma dopo sette anni, al momento del tanto atteso matrimonio con la donna amata, Yaakov viene ingannato nel buio quando, per iniziativa del furbo Lavàn, a Rachèl si sostituisce segretamente Leà, la sorella maggiore. Ricevendo in sposa la donna sbagliata, Yaakov vive un’esperienza estremamente simile al raggiro che egli stesso aveva attuato ai danni del padre. La truffa del camuffamento si rivolta contro di lui.

Allora Yaakov disse a Lavàn: «Cosa mi hai fatto? Non è forse per Rachèl che ti ho servito? Perché dunque mi hai ingannato?». Lavàn rispose: «Non si usa fare così nel nostro paese, dare cioè la minore prima della maggiore» (Genesi 29:25-26).
Nella risposta di Lavàn, il testo racchiude una sorta di ironia subdola: dare il “minore” al posto del “maggiore” è esattamente ciò che Yaakov aveva compiuto sette anni prima.

Dopo aver subito lo stesso tipo di inganno inflitto a suo padre, Yaakov continua la sua espiazione nel momento in cui incontra, a distanza di vent’anni, il fratello Esav. A lui Yaakov invia numerosi doni (che rappresentano l’adempimento della benedizione paterna sulla prosperità), lo chiama “mio signore” (Genesi 32:19) e si prostra sette volte ai suoi piedi (Genesi 33:3). Yaakov si sottomette comportandosi come se la benedizione e la primogenitura fossero tornate nelle mani di Esav, e grazie a questa umiltà si dimostra realmente meritevole di essere l’erede autentico del Patto di Dio.

Il riscatto sembra avvenuto, il percorso di formazione appare concluso, le colpe del passato non esistono più. Eppure, sorprendentemente, il patriarca subisce un nuovo inganno che rievoca ancora una volta il suo antico camuffamento. I figli dell’ormai anziano Yaakov mostrano al padre la tunica del loro fratello Yosef (Giuseppe), macchiata con il sangue di un capro, che non a caso è lo stesso animale di cui lo stesso Yaakov si era servito per fingersi peloso quanto Esav:

Presero allora la tunica di Yosef, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi essi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: «L’abbiamo trovata; verifica se è o no la tunica di tuo figlio». Egli la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Yosef è stato sbranato» (Genesi 37:32-33).

Dopo questo evento, per molti anni, il patriarca vivrà nella tragica convinzione che il suo figlio prediletto non sia in più in vita. Tutto ciò scaturisce forse da un altro errore di Yaakov: quello di non aver imparato la lezione dalla discordia dei suoi genitori, e di aver quindi favorito un figlio a discapito degli altri, facendo sì che la gelosia inquinasse anche la sua famiglia.

Secondo Rav Yair Kahn, la dolorosa esperienza della perdita di Yosef ha anche la funzione di permettere a Yaakov di espiare un’altra sua colpa, stavolta di carattere religioso: quella di aver creduto che, per compiere il suo destino, fosse necessario attuare un inganno, come se Dio non avesse potuto realizzare le Sue promesse senza che egli ricorresse a stratagemmi umani e immorali. Sarebbe infatti assurdo pensare che, senza l’azione disonesta di Yaakov, l’investitura sacra sarebbe stata davvero trasmessa a Esav,  con la conseguente rovina del nascente popolo ebraico. Certamente il Sovrano dell’universo avrebbe fatto adempiere in altri modi la profezia rivelata a Rivkà, secondo cui: “Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore” (Genesi 25:23).
L’errore di Yaakov è come un seme che fa nascere nuove sciagure. I figli del patriarca, infatti, decidono di liberarsi del loro odiato fratello nell’illusione di riuscire così a non far compiere il sogno profetico di Yosef, che vedeva tutta la famiglia inchinarsi davanti al figlio minore, e che alla fine si realizzerà anch’esso.

Tra i vari insegnamenti trasmessi dalle storie della Genesi ne abbiamo trovato dunque uno spesso trascurato, probabilmente a causa della tendenza comune a concentrarsi sulla santità dei patriarchi senza guardare alle loro umane imperfezioni: non è lecito abbandonare l’etica per tentare di interferire nelle trame del destino.

Vayishlach: la lotta di Yaakov

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E Yaakov rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’alba. Quando l’uomo vide che non riusciva a vincere contro di lui, gli colpì l’articolazione dell’anca; l’articolazione dell’anca di Yaakov si slogò mentre lottava con lui. L’uomo disse: “Lasciami andare, poiché è spuntata l’alba!”. Yaakov disse: “Non ti lascerò andare se non mi benedirai!” L’uomo gli disse: “Qual è il tuo nome?”. Disse: “Yaakov”. L’uomo disse: “Il tuo nome non sarà più Yaakov, bensì Israel, poiché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai prevalso”. Yaakov domandò e disse: “Dimmi, per favore, il tuo nome”. L’uomo disse: “Perché chiedi il mio nome?” e lì lo benedisse. Yaakov chiamò quel luogo Penièl [il Volto di Dio], “Poiché ho veduto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata”.

La Parashah di Vayishlach (Genesi 32:4 – 36:43) contiene uno degli episodi più enigmatici dell’intera narrazione biblica. Il patriarca Yaakov (Giacobbe), di ritorno nella terra di Caanan, si prepara con timore all’imminente incontro con suo fratello Esav. Yaakov, che aveva lasciato la casa paterna vent’anni prima proprio per sfuggire all’ira del suo gemello, è ora costretto a mettere in salvo la propria famiglia e a inviare doni ad Esav nel tentativo di ottenere la sua benevolenza.

Durante la notte che precede l’incontro, il patriarca si trova a lottare contro un personaggio misterioso la cui identità non ci viene rivelata chiaramente dal testo. Costui è dapprima chiamato semplicemente ish, cioè uomo, o individuo, anche se il racconto lascia poi intendere che non si tratti di un comune avversario umano. Yaakov gli chiede infatti una benedizione, e così l’essere ignoto, ormai sconfitto, conferisce persino un nuovo nome al patriarca. Lo scontro si protrae fino alle prime luci del mattino, in una dimensione che sembra quasi onirica. Non a caso Maimonide ritiene che l’intera scena si sia svolta in una visione, non nella realtà fisica.

Gli antichi Maestri (Bereshit Rabbah, Rashi), spiegano che il personaggio che aggredì Yaakov era il Sar Esav, cioè il rappresentante spirituale di Esav e del popolo che da lui discende. Questa interpretazione deriva dall’idea (presente nella tradizione ebraica, nel Libro di Daniele e nelle arcaiche credenze dei popoli mesopotamici) secondo cui ogni nazione del mondo ha un angelo che è associato ad essa e che la rappresenta davanti al Creatore.

Dopo la narrazione della lotta, il testo ci dice che Yaakov ha  visto “Il Volto di Dio (El) e che ha combattuto “contro Dio (Elohim) e contro gli uomini (anashim)”. Sappiamo che i termini El e Elohim possono anche indicare genericamente persone dotate di grande potenza e autorità, ma in questo caso sembra esserci una stretta connessione tra Dio e l’angelo affrontato da Yaakov, che ha il potere di benedire il patriarca e di modificare il suo nome, esattamente ciò che Dio stesso aveva fatto con Abramo molti anni prima (vedi Genesi 17:5). Il Profeta Osea, nel ricordare il racconto della lotta di Yaakov, ci pone davanti alle stesse espressioni ambigue: “Nel grembo materno [Yaakov] prese il fratello per il calcagno e nella sua forza lottò con Elohim. Sì, lottò con l’Angelo e vinse” (Osea 12:4-5). Qualcosa di simile avviene in un passo del Libro dei Giudici, in cui la Bibbia narra l’apparizione di un angelo a un uomo chiamato Manoah: “Allora Manoah si rese conto che quello era l’Angelo di Hashem. Manoah disse quindi a sua moglie: «Noi moriremo certamente, perché abbiamo visto Dio» (Giudici 13:22). Si può dunque affermare, alla luce di questi brani, che tra Dio e l’Angelo non sia posta una netta distinzione. Ciò non dovrebbe affatto stupirci se comprendiamo che, mentre i popoli pagani immaginavano che il mondo fosse governato da forze superiori indipendenti (spesso anche in contrasto fra loro), nel monoteismo biblico, al contrario, la Volontà dell’Unico Dio regna sovrana in tutto l’universo; in questa prospettiva, la Torah non contempla l’esistenza di altre divinità o di esseri spirituali con un proprio potere, ma parla invece di angeli (in ebraico malachim), cioè emissari, semplici inviati con l’incarico di eseguire il proposito del Creatore. Spesso, come avviene probabilmente in questo caso, gli angeli sono una sorta di manifestazione attraverso cui Dio si mostra agli uomini. Una definizione eccellente è quella fornita da Elia Benamozegh: «Gli angeli appaiono come estensioni della Divinità nella natura, come la Sua reale Presenza, oppure, come dice il Midrash, essi sono i suoi stessi arti e i suoi organi».

Più che basarci su riflessioni teologiche e religiose, per cogliere il significato profondo del racconto dovremmo ricorrere piuttosto alla psicologia. Lo scontro con l’angelo, come spiega Rabbi Jonathan Sacks, rappresenta soprattutto una lotta interiore che Yaakov deve affrontare. In una notte insonne, di solitudine e di ansia, il patriarca è messo davanti al fantasma del suo passato, ai propri timori e all’immagine mentale di suo fratello Esav. Molti anni prima, Yaakov aveva agito con l’inganno, sottraendo la benedizione paterna a Esav attraverso sotterfugi. Ora egli è chiamato invece a confrontarsi con le conseguenze delle sue azioni in maniera diretta, senza più fughe e travestimenti. In fondo, la contesa con l’angelo non è che un’anticipazione profetica e spirituale di ciò che avverrà il giorno seguente, quando Yaakov incontrerà Esav e dovrà superare i suoi errori del passato. In quell’occasione, egli dirà infatti al fratello: “Ho visto la tua faccia, come si vede la faccia di Dio” (33:10), esattamente ciò che Yaakov aveva dichiarato dopo essere sopravvissuto alla lotta con il suo avversario (32:31). Il testo evidenzia così il legame tra i due eventi, i quali devono essere letti l’uno alla luce dell’altro.

Mentre il nome Yaakov può richiamare in ebraico il concetto di inganno, l’assegnazione del nuovo nome, Israel, rappresenta invece un riscatto per il patriarca, che ora ha dimostrato di meritare davvero la primogenitura e la benedizione. Per questo anche la nazione dei discendenti di Yaakov sarà chiamata per sempre Israele, in onore delle sofferenze, delle lotte e del trionfo dell’uomo che affrontò la sfida dell’esilio.

Toledot: Il primato morale

Commento di Rav Riccardo Pacifici.

Tutto il perno della contesa fra Esaù e Giacobbe si aggira attorno alla questione della primogenitura e alla benedizione paterna che ne consegue. Il primogenito che nell’antica società ebraica, era destinato a diventare, dopo la morte del padre, il capo spirituale e sacerdote della famiglia, riceveva, dal padre benedicente, l’investitura della sua missione.

Qui, nel caso di Esaù e Giacobbe, era Esaù quello che, uscito per primo alla luce della vita, sembrava essere designato al rango di primogenito; ma ne era egli degno? poteva il retaggio della missione abramitica essere affidato alle sue mani? O non aveva egli disprezzato e persino fatto mercimonio di quella primogenitura che doveva essere il suo bene più prezioso e il suo ideale più caro? Così era; ma il padre Isacco era stato ingannato dalle astute apparenze del figlio: o fosse la predilezione e il gusto che egli aveva per la cacciagione che il figlio gli procurava, o forse, come acutamente osservava il Midrash, perché l’astuto giovane “cacciava”, con le sue arti e i suoi raggiri, l’ingenua mentalità del padre, fatto sta che questi si preparava a impartire al figlio Esaù quella benedizione che doveva dargli una posizione spirituale superiore al fratello. Ma ciò non poteva, né doveva avvenire, non solo per una legge di naturale equità, ma anche perché Esaù aveva ormai dichiarato di rinunciare a quella primogenitura che, come dimostra l’episodio della vendita di essa al fratello, era ai suoi occhi strumento di interessi e non simbolo di vita ideale. Ecco perché si attua il disegno di Dio, sia pure attraverso l’intreccio delle azioni degli uomini, ecco perché Giacobbe viene riconfermato in quel grado di preminenza al quale la volontà di Dio, prima che quella degli uomini, lo aveva destinato.

Leggi l’intero commento dal sito Torah.it

Vedi anche:

– Testo della Parashah commentato da Rashbam 

– Commento di Rav Jonathan Pacifici

– Commento di Rav Shlomo Riskin