Con chi lottò davvero Giacobbe? – Parte 1

Sono passati vent’anni da quando Yaakòv (Giacobbe) ha lasciato il suo paese per sfuggire all’ira omicida del gemello Esàv (Esaù). Se all’epoca era un fuggiasco solo e senza denaro, nel corso del suo lungo soggiorno in Mesopotamia le cose sono cambiate: ora il patriarca ha due mogli, molti figli e grandi ricchezze.

Esortato dalla voce di Dio, Yaakov si prepara a tornare finalmente nella Terra di Kenaan, sua patria. Sebbene siano trascorsi molti anni, egli teme che Esav nutra ancora dei forti rancori nei suoi confronti. Del resto, Yaakov gli aveva sottratto sia il diritto alla primogenitura sia la benedizione del padre, ottenendo quest’ultima con l’inganno (Genesi 27).

Consapevole che un confronto con suo fratello sia inevitabile, Yaakov invia dei messaggeri ad Esav per anticipare il proprio arrivo, palesando le sue buone intenzioni. I messaggeri tornano però con un annuncio inquietante: “Tuo fratello ti sta venendo incontro e ha con sé quattrocento uomini” (32:7).

Yaakov reagisce alla notizia dividendo il proprio accampamento in due (affinché, nel caso di un attacco, almeno una metà possa riuscire a scappare) e prega il Creatore di salvarlo dalla furia di Esav. Inoltre, nella speranza di placare il fratello, gli invia dei doni molto generosi. Completati così i preparativi, egli trascorre la notte nell’accampamento.

Ma ecco che, a sorpresa, nel pieno della notte, ritroviamo Yaakov di nuovo sveglio, intento ad affaticarsi per permettere alla sua famiglia di attraversare il fiume Yabbòk. A questo punto, il patriarca vive un’esperienza oscura e densa di mistero:

E Yaakov rimase solo, e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'alba. E vide che non riusciva a  prevalere su di lui, toccò la cavità dell'anca, e la cavità dell'anca di Yaakov fu slogata mentre lottava con lui. E disse: «Lasciami andare, perché sta spuntando l'alba». E gli disse: «Ti lascerò andare solo se mi avrai benedetto!» E disse a lui: «Qual è il tuo nome?» Rispose: «Yaakov». E gli disse: «Non sarai più chiamato Yaakov, ma Yisrael, poiché hai lottato (sarita) con Dio e con gli uomini e hai prevalso». E Yaakov gli chiese: «Dimmi, per favore, il tuo nome». E disse: «Perché mi chiedi il nome?» E lì lo benedisse. E Yaakov chiamò quel luogo Peniel ("Faccia di Dio"), poiché [disse]: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata» (Genesi 32:25-31).

L’episodio fa sorgere subito una domanda: chi è questo avversario comparso dal nulla? La risposta, però, non è così semplice, come testimonia la varietà di interpretazioni proposte nel corso dei millenni.

Nel testo, il personaggio è chiamato con il termine generico ish, che significa “uomo”, o “qualcuno”, e in effetti c’è chi oggi lo identifica con un semplice mortale in carne e ossa. Fin dai tempi antichi, però, come vedremo, i commentatori hanno percorso un’altra strada, scorgendo nel testo un’esperienza mistica e non un comune scontro tra due uomini.

L’identità dell’avversario non è tuttavia l’unico enigma del racconto. Qual è lo scopo di questa lotta all’interno della trama? Cosa vogliono comunicarci i vari dettagli dell’episodio, come l’infortunio di Yaakov, il suo nuovo nome e la benedizione impartita dallo sconosciuto?

Come ha scritto Rav Chanoch Waxman, “leggere la storia ci pone nella stessa posizione di Yaakov: anche noi, come lui, affrontiamo qualcosa di ignoto, misterioso ma chiaramente ricco di significato”.

Le interpretazioni classiche

Il primo a offrire un proprio commento su questa misteriosa scena biblica è stato il profeta Osea, che rievocando la vita movimentata del patriarca Yaakov scrive:

Nel ventre [materno] soppiantò suo fratello, e nel suo vigore lottò con Elohim, lottò con il mal'akh e prevalse (Osea 12:4-5).

Il motivo per cui abbiamo riportato il verso senza tradurre due espressioni è perché queste non hanno un significato univoco e sono perciò talvolta difficili da intendere.

Elohìm è tradotto di solito con “Dio”, ma letteralmente è associato ai concetti di “potere” e “autorità”, ed è quindi usato occasionalmente per indicare i giudici o gli uomini potenti che agiscono in nome di Dio (Esodo 7:1; 22:8; 1 Samuele 28:14; Salmi 82:6).

Mal’akh è invece “emissario”, “messaggero”, ma dal momento che spesso è usato per designare i messaggeri di Dio che compaiono di solito all’interno di visioni profetiche, il termine è tradotto anche con “angelo”, da intendere come un’entità immateriale che compie la volontà divina.

Al fine di comprendere a fondo la vicenda di Genesi 32, il verso di Osea non ci è dunque di grande aiuto, ma ci fornisce comunque un indizio assente nel racconto originale: colui che lottò con Yaakov è un “emissario“, un agente inviato da qualcuno.

La tradizione rabbinica, come riportato già dal Targum Yonatan, vede nell’avversario di Yaakov un essere soprannaturale, un angelo. In particolare, secondo il Midrash (Bereshit Rabbah 77:3), costui sarebbe il “ministro di Esav” (sarò shel Esav), cioè una sorta di rappresentante spirituale della nazione di Edom (di cui Esav è il capostipite), in accordo con la concezione secondo cui a ogni popolo corrisponde in cielo una potenza metafisica.

In altre parole, secondo i Maestri d’Israele, Yaakov avrebbe lottato contro un emissario divino, ma anche contro l’immagine spirituale di Esav, il suo principio ispiratore. Tale lotta, come spiega Nachmanide, sarebbe da intendere soprattutto come lo scontro perpetuo tra il popolo ebraico e i suoi oppositori, gli eredi di Esav.

La tradizione cristiana è invece andata oltre, e ha interpretato l’avversario, più che come un angelo, come Dio stesso, affermando che il patriarca Giacobbe avrebbe affrontato l’Altissimo in persona, comparso per l’occasione in forma umana (un’idea molto cara ai Protestanti).

L’idea si basa in particolare sulle parole di Yaakov, che al v. 31 dichiara: “Ho visto Dio (Elohim) faccia a faccia”. Da questa prospettiva, l’episodio sarebbe una metafora della preghiera e del tormento che accompagna la vita religiosa.

Per cercare di sciogliere il mistero di questo brano può essere utile innanzitutto affrontare il testo prescindendo dalle letture tradizionali, non escludendo a priori alcuna ipotesi, ma calandoci nel racconto con lo sforzo di osservarlo con occhi nuovi.

E se fosse un semplice uomo?

Se, come abbiamo visto, il racconto designa l’oscuro oppositore di Yaakov con il termine “uomo”, perché si dovrebbe pensare che egli sia invece un essere ultraterreno? Neima Novetsky (Alhatorah.org) sostiene che, identificando il personaggio con un semplice essere umano, “si eviterebbe il problema teologico posto dall’idea di un angelo furfante che attacca Yaakov contro il volere di Dio”.

A ben vedere, ci sono però alcuni elementi significativi che ci fanno capire che tale individuo non può essere interpretato come un comune mortale:

“Il tuo nome sarà Israele”

L’ipotesi che l’antagonista dell’episodio sia un essere umano non è di per sé irragionevole: è logico immaginare che Yaakov, nel corso dei suoi preparativi notturni, possa essersi imbattuto in un brigante o persino in un sicario inviato da Esav. In tal caso, però, perché mai Yaakov dovrebbe richiedere la benedizione di un simile malfattore? (32:26)

E soprattutto, in virtù di quale autorità questo losco individuo potrebbe attribuire a Yaakov un nuovo nome (Yisraèl)? Si ricordi in proposito che, nella cultura biblica, cambiare il nome di una persona significava esercitare su quest’ultima una certa forma di dominio e di controllo sul suo destino, come avviene nel caso del Faraone con Yosef (Genesi 41:45), del re di Babilonia con Daniel e i suoi amici (Daniele 1:7), nonché di Dio con Avraham e Sarah (Genesi 17:5; 15).

Si deve poi considerare che, più avanti, la Genesi ci riporta un altro racconto in cui si legge una seconda volta del cambio di nome di Yaakov, ma in questo caso ciò avviene esplicitamente ad opera di Dio:

E Dio apparve ancora a Yaakov, quando questi veniva da Padan-Aram, e lo benedisse. E Dio gli disse: «Il tuo nome è Yaakov. Tu non sarai più chiamato Yaakov, ma il tuo nome sarà Yisrael». E lo chiamò Yisrael (35:9-10).

È davvero difficile ritenere che il Sovrano dell’universo stia qui confermando ciò che in passato era stato deciso da un malfattore (!), scegliendo anche lo stesso nome per Yaakov. Tale problema non si pone nel caso in cui si affermi che in questi versi il Creatore stia piuttosto ribadendo retoricamente quanto aveva già espresso per mezzo di un suo emissario presso il fiume Yabbok. Tra Dio e l’ignoto assalitore sembra esistere quindi una stretta connessione, un rapporto tanto profondo da far sì che il Primo possa attribuirsi le azioni compiute in precedenza dal secondo.

Echi di un mito

Nel suo Commentario alla Genesi, Nahum Sarna nota che nel racconto della lotta di Yaakov è riconoscibile l’influenza di due temi ricorrenti in alcune leggende popolari molto diffuse nel mondo antico: quella di uno spirito malefico che ostacola chiunque cerchi di attraversare un fiume, e quella di una creatura demoniaca che può agire soltanto di notte, perdendo il suo potere al sorgere del sole.

In una certa misura, il brano di Genesi 32 ripropone entrambi i temi: l’oscuro assalitore compare infatti nel momento in cui Yaakov si trova presso il fiume Yabbok, e al v. 32 costui chiede al patriarca di lasciarlo andare “perché sta spuntando l’alba”.

Questo, è bene sottolineare, non significa che la Bibbia intenda avvalorare queste leggende: simili credenze sugli spiriti e i demoni sono anzi incompatibili con il monoteismo biblico. È quindi plausibile che la Torah, come avviene in molte altre occasioni (vedi questo articolo), richiami i miti delle nazioni politeiste allo scopo di sovvertirli e svuotarli dei loro contenuti idolatrici.

Nel nostro caso, come scrive Sarna, “le storie popolari hanno fornito il modello letterario per questa narrazione biblica, ma con una prudente e radicale purificazione di tutti gli elementi offensivi verso il monoteismo di Israele”.

Questa “presa di distanza” da parte della Torah è evidente se si considera che, nelle versioni pagane, molta importanza è attribuita ai riti propiziatori compiuti dai viaggiatori per aggraziarsi lo spirito del fiume (del tutto assenti nel testo biblico), e che in tali storie non è l’eroe a essere ferito (come avviene nel caso di Yaakov), bensì l’avversario.

Rispetto ai miti a cui fa riferimento, il racconto biblico ha tuttavia conservato comunque una certa componente mistica che si percepisce grazie all’atmosfera quasi onirica della narrazione e all’immagine dell’alba che provoca la scomparsa dell’assalitore.

Tali elementi trovano il loro senso soltanto se l’avversario di Yaakov è riconosciuto come un essere soprannaturale, seppure non possa trattarsi dello stesso spirito malefico delle leggende pagane, figura estranea alla concezione biblica.

Analogie con la vicenda di Manoach

A suggerire in modo particolarmente chiaro che l’antagonista di Yaakov non sia un essere umano è il parallelismo tra la vicenda di Genesi 32 e un’altra storia biblica: quella dell’annuncio della nascita di Shimshòn (Sansone), narrata nel Libro dei Giudici.

Il racconto vede come protagonisti una donna sterile e suo marito Manòach. La coppia riceve la visita di un misterioso “uomo di Dio” che gli preannuncia la nascita di un figlio destinato a liberare Israele dai suoi oppressori.

Quando poi questo personaggio di colpo svanisce evaporando insieme al fumo di un sacrificio, Manoach e sua moglie si rendono conto che egli non era affatto un uomo (il testo non chiarisce, però, se la visita di costui sia avvenuta nella realtà o in una sorta di visione profetica), bensì “l’angelo di Dio” (Giudici 13:21).

Sebbene in questa seconda storia non si parli di una lotta, ma di un incontro del tutto pacifico, le affinità con l’episodio del fiume Yabbok non possono essere ignorate:

  • L’individuo che si presenta a Manoach è definito ‘ish, cioè “uomo” (13:10), e anche mal’akh, ossia “angelo” (13:9), i due termini usati anche per indicare l’avversario di Yaakov (il secondo solo nel verso di Osea).
  • Sia Yaakov che Manoach chiedono all’uomo: “Qual è il tuo nome?”, e lo sconosciuto si mostra in entrambi i casi reticente, rispondendo: “Perché mi chiedi il nome?“.
  • Dopo la lotta, Yaakov dichiara: “Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata” (Genesi 32:30). Analogamente, quando l’angelo sparisce, Manoach afferma: “Noi moriremo certamente, perché abbiamo visto Dio” (Giudici 13:22). In ambedue i racconti troviamo quindi il concetto della visione diretta di Dio associata a un pericolo letale.

Se i due episodi si assomigliano in alcuni punti è perché ci illustrano due esempi dello stesso tipo di esperienza: l’incontro di esseri umani con una realtà superiore, una realtà che appartiene certamente alla sfera divina. Il caso di Manoach risulta però di più facile comprensione, poiché lo scopo dell’apparizione dell’angelo è reso esplicito dal testo. Decisamente più criptico è d’altra parte il racconto di Yaakov, del quale in questa nostra ricerca non abbiamo ancora scoperto molto.

Nondimeno, mettendo in luce i punti deboli di un’interpretazione del tutto minoritaria (quella che identifica l’avversario con un essere umano), abbiamo avuto modo di raccogliere già alcuni strumenti importanti per un’interpretazione accurata del racconto, come la stretta relazione tra Dio e l’avversario di Yaakov e le analogie con il brano del Libro dei Giudici. Tutto ciò ci sarà utile quando, nella seconda parte del nostro studio, continueremo a indagare sul senso originario della storia.

23 commenti

  1. Ottimo articolo.
    Il Targum di Onkelos traduce “elohim” di Genesi 32,30 con “messaggero (malakh) di HaShem” (YY, abbreviazione del Tetragramma), avallando quindi l’interpretazione secondo cui Giacobbe si sarebbe “scontrato” con un “angelo”. Che poi un “angelo” sia da intendersi come un reale essere spirituale, seppur in toto sottomesso alla volontà di HaShem, oppure una sorta di “provvidenziale allucinazione” voluta da HaShem stesso per comunicare la Sua volontà agli uomini, ciò dipende dalla specifica “angeologia” alla quale si aderisce. Ritengo altresì interessante notare come Onkelos non traduca “ti chiamerai Israele perchè hai combattuto con Dio…”, bensì “perchè sei grande davanti ad HaShem” (YY).

    1. Il Targum Onkelos, infatti, tratta la parola ebraica “sarita” come se derivasse dalla radice SR”R (che significa avere un’alta statura, governare o essere superiore), anziché dalla radice SR”H (che significa lottare con).

  2. Io non penso proprio che si tratti di un sogno o di una visione profetica come scrivi “cioè un incontro di esseri umani con una realtà superiore” associando il racconto con il Libro dei Giudici. Perché allora mi spieghi come si faccia rimanere zoppi sognando o avendo semplicemente un visione spirituale?

    Io penso che l’episodio è evidentemente allegorico e che più all’individuo Giacobbe si riferisce alla sua discendenza, a quel popolo che si chiamerà il popolo dei figli d’Israele che dovrà combattere nella lunga notte della sua storia, contro gli dèi del paganesimo e contro i loro seguaci e che, per quanto ferito, uscirà dalla lotta sempre imbattibile e vincitore.

    1. Le tue obiezioni sono le stesse di quelle che Nachmanide (Ramban) rivolge all’esegesi di Maimonide(Rambam), il quale infatti interpreta l’episodio in chiave di visione profetica. Il punto è che, per Maimonide, ogni volta che si palesa un “malakh di HaShem ” si tratta di visione profetica, poiché per lui gli “angeli” sono appunto manifestazioni solo “apparenti”, in quanto allucinanazioni provocate da HaShem per comunicare agli uomini una Sua volontà.

    2. A mio parere tutte le storie dei Patriarchi sono un continuo intreccio di realtà e allegoria. Mentre però molti commentatori si focalizzano su questioni filosofiche e teologiche come la possibilità che un angelo esista nel mondo fisico e interagisca realmente con la materia, a me interessa invece l’aspetto letterario e narrativo di queste storie.

  3. Comunque a mio parere non può essere minimamente un fatto reale seppur intrecciato con l’aspetto letterario, perché dal punto di vista realistico il racconto non sta proprio in piedi. E comunque molte domande permangono. E per me, ha senso solo se si da un’interpretazione allegorica…
    Ma ora ricapitoliamo i fatti per dare un senso alla narrativa:

    Giacobbe sta facendo ritorno nella terra di suo padre e di suo fratello, il fiume ne rappresenta il confine. Approssimandosi ad esso, cerca di favorire pacificamente il suo ingresso inviando doni ad Esaù. La cosa non funziona, ma lui inizia via via a far entrare in quella terra tutto il suo seguito, per ultimi quelli a lui più prossimi e i suoi congiunti , finché non rimane solo nella notte a un passo dal confine-fiume. A questo punto viene raggiunto da un sicario (angelo/messaggero) inviato dal fratello come estremo tentativo di non farlo attraversare e con questi ingaggia una lotta che dura fino all’alba. Ora non riuscendo il sicario ad ucciderlo, si dichiara sconfitto, anche se chi ne esce messo peggio e tutto dolorante (ma vivo!) è proprio Giacobbe. Quindi il sicario, riferendosi allo scontro “a distanza” col fratello Esaù (governatore della zona) e al combattimento avuto con lui (un uomo) da cui Giacobbe esce vincitore e quindi riuscirà dice che lui sarà conosciuto con un nome nuovo Israel.
    Ora immaginiamoci la solennità del momento in cui l’Angelo di Dio con un potere conferitogli al termine d’un leale confronto fisico, rinomina Giacobbe benedicendolo etc etc…. con un finale quasi da stretta di mano e poi ci ritrova con un maldestro sicario che nonostante il vantaggio d’un attacco notturno e un’ avversario non valentissimo e non coraggiosissimo, non riesce nel suo intento omicida e non trova niente di meglio da fare per uscire dall’impasse d’una lotta senza fine che assestargli una ginocchiata negli zebedei? Ora me lo immagino quest’assassino, che al termine della bagarre, e mentre cerca di riprender fiato appoggiato a una roccia lì vicino e dice non ti chiamerai più…… ad un Giacobbe piegato in due dal dolore che si tiene con le mani.. sì insomma. Ecco, questa’ immagine mi sembra bizzarra se non da ridere…

    Ecco perchè non può essere minimamente un fatto reale seppur intrecciato con l’aspetto letterario . Perché dal punto di vista realistico il racconto non sta in piedi, mentre da un punto di vista etico/morale in questo oscuro episodio non lo vedo nullaaa….
    Poi per carità, siamo qui tutti per capire e imparare eh…

    1. Ciao Riccardo. In attesa che Sguardo a Sion come dice lui, tra alcuni giorni (che poi i giorni del nostro redattore diventano quasi sempre 30,60,0 90) mi dici come tu interpreti questo brano e che significato ha? Dato che vedo che sei molto preparato. Ti ringrazio.

      1. Ciao Antonella,
        Ti ringrazio innanzitutto per l’apprezzamento.
        La mia interpretazione afferisce essenzialmente a quello che ritengo possa essere il significato dell’episodio secondo il redattore del testo,pertanto senza alcuna implicazione di carattere storico.
        Ora, per me in tal senso è emblematico che Giacobbe affermi di aver “visto in faccia elohim” e di non essere comunque morto a causa di tale evento. Ciò a mio avviso significa che il testo sostiene come Giacobbe abbia assistito ad una teofania, anche secondo ciò che leggiamo in Esodo 33:20,dove HaShem dice che nessuno può “vedere il Suo volto” e restare vivo. Quindi, per quanto mi riguarda, Onkelos rende perfettamente il senso del testo quando traduce elohim in 32:31 con “angelo di HaShem”, proprio ad indicare che è Dio ad essersi manifestato, tramite un suo “malakh”, a Giacobbe. L’obiezione, legata al dolore fisico di Giacobbe, contro la concezione dell’episodio quale visione profetica, per quanto pienamente logica (come ho detto è ciò che un grande Rabbi come Nachmanide contesta all’autorevole Maimonide), non è a mio avviso decisiva, poiché se si entra in un’ottica metafisica, come mi appare essere quella del testo, può ammettersi che HaShem “generi” un dolore realmente sentito da un uomo, anche se quest’ultimo ha in realtà partecipato ad una “provvidenziale allucinazione”, come Rav Elia Benamozegh molto acutamente definisce le apparizioni “angeliche”.

    1. Sono un “noachide etico”, ammiratore di Gesù e della Tradizione Ebraica in generale, ma non aderisco ad un culto specifico. La mia interpretazione tende a cercare il significato che chi ha scritto il testo intendeva dare; personalmente tendo a considerare leggendarie tali narrazioni bibliche, il che però non ne sminuisce dal mio punto di vista l’importanza. Anche il mito è uno strumento di trasmissione della conoscenza, come sapevano bene pure gli antichi Greci.

      1. Ma se tutte le narrazioni bibliche per te sono solo leggende, come mai ammiri Gesù e la tradizione ebraica? Non sei un tantino in contraddizione? No, perché mi chiedo come si può ammirare una leggenda? Come se io ti dicessi, non ci credo… però ammiro Giove, Afrodite, Minerva, Marte, Apollo, Atena e tanti altri….Ok, va bene per una conoscenza, lo sai che i miti nacquero dall’esigenza di fornire una risposta universale alle domande umane sui misteri della vita. Il mito è un po come una “favola” adatto ai bambini dove si racconta della lotta tra il bene e il male. Certo possono servire a istruire le persone, un tempo le si usava al mantenimento dell’ordine sociale e a sviluppare la cultura del periodo. Ma sempre di favole si tratta, come quella di babbo natale o topolino. Quindi, che importanza possono mai avere per un individuo? Per me nessuna…Poi tra Gesù e gli scritti della tradizione ebraica c’è un tale abisso, talmente profondo e incolmabile distante miliardi, miliardi, di anni luce, che le due cose non possono stare insieme. La fede monoteista è un’altra cosa, credimi!

  4. Caro Luigi, ma eravamo in tema e daiii!!!!. Ho semplicemente chiesto a Riccardo come interpretava il brano in questione. E dato che ha usato la parola di “teofania” ho subito raddrizzato le antenne e ho approfondito no? Lui mi ha gentilmente risposto con garbo, e mi sembrava giusto replicare per correttezza. Mica gli sono saltata addosso eh? Tranquillo, non ho intenzione di fare nessuna disputa o polemica religiosa. Ma tu sbrigati a scrivere la seconda parte, perché vorrei avere delle risposte quanto prima e non fra 2 mesi come tuo solito, se no perdo interesse. Anche tu però…intanto posso dialogare con gli utenti o no?

  5. Per Antonella.

    Se credi che tra Gesù e la Tradizione Ebraica vi sia un abisso, per quanto mi riguarda vuol dire che conosci molto poco la Tradizione Ebraica. Yeshua ha Notzri è per me, a tutti gli effetti, un maestro ebreo di Eretz Yisrael sino al midollo. Ha comunque ragione l’amministratore del sito, lasciamo stare polemiche religiose, che anche a me personalmente non interessano affatto.

    1. Grazie Riccardo per la tua risposta. Ti lascio volentieri nella tua convinzione su Gesù e alle tue strane idee . A me poco importa cosa tu credi di conoscere della tradizione ebraica. I fatti sono altri. E per obbedire a Luigi, mi taccio! Ciaooo carissimo.

      1. Che I fatti siano altri è tutto da dimostrare. Ad ogni modo magari, se lo avrai voluto naturalmente, mi enuncerai in modo circostanziato le ragioni per le quali esisterebbe un “abisso”, secondo te, tra Gesù, ebreo di Eretz Yisrael, e la Tradizione del suo popolo. Sarò eventualmente lieto di risponderti nel merito.

  6. Riccardo per favore non insistere. Non è questa la sede opportuna per risponderti a quanto chiedi . Se l’amministratore del sito farà un articolo in merito, stai pure tranquillo che ti risponderò a dovere e in maniera circostanziata. Ma non qui su questa pagina e non ora. Come ho promesso e per rispetto a Luigi 🤐. E poi non hai appena scritto che non ti interessavano le polemiche interreligiose?🤔 Ci hai ripensato? 😂 Buona serata.

  7. Piuttosto rimanendo su questo articolo molto interessante, se hai qualcosa altro da aggiungere e magari ampliare, portando le tue conoscenze e opinioni, ne sono felice. 😉😊

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