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“Lascia andare il mio popolo”: la frase mai detta

“Il viaggio degli Israeliti dalla schiavitù alla terra promessa è uno dei più grandi esempi di emancipazione della storia dell’umanità, che ha avuto il suo eco nelle rivendicazioni dei diritti civili in tutto il mondo”. Con queste parole, pronunciate lo scorso anno in occasione della festa di Pesach, l’ex presidente americano Barack Obama ha ricordato la vicenda biblica dell’Esodo e la sua indiscutibile importanza storica. La celebre frase “Lascia andare il mio popolo“, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato e continua a ispirare generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.

I fatti, tuttavia, secondo il racconto biblico, non si svolsero proprio come molti ritengono. Le rappresentazioni cinematografiche e le interpretazioni semplici e riduttive del testo biblico hanno infatti diffuso nella mentalità comune una versione dell’Esodo un po’ diversa da quella presentata nella Torah. Continua a leggere

Shemot: La diplomazia di Mosè

Tratto dal libro Between the Lines of the Bible, di Rabbi Yitzchak Etshalom.

Nella sezione iniziale del Libro dell’Esodo ci viene presentata la figura centrale del Pentateuco: Mosè. Il suo ruolo principale di capo e di profeta è senza rivali, indiscusso e incontrastato all’interno della tradizione ebraica. Ciò che però non ci viene detto – almeno non esplicitamente – è il motivo per cui Mosè fu scelto per guidare gli Israeliti fuori dall’Egitto, verso il Sinai e (idealmente) fino alla Terra promessa.

[…]

L’obiettivo della missione di Mosè sembra essere quello di condurre i figli d’Israele nel paese dei loro antenati (Esodo 3:8) dopo una sosta presso il Monte Sinai per adorare Dio. Perché mai quest’impresa doveva essere compiuta attraverso la diplomazia, e tramite gli ardui negoziati con il Faraone, che durarono molto tempo e costarono tanta sofferenza? Dio, con la sua onnipotenza, non poteva forse far uscire gli Israeliti dall’Egitto all’istante? Per la nostra immaginazione è certamente facile pensare a una redenzione e a un esodo rapidi ed immediati, ma ciò non rientrava nel piano di Dio. Perché allora Dio scelse di ricorrere alla diplomazia e di comandare al suo eletto di negoziare con il Faraone?

Come abbiamo detto, lo scopo dell’Esodo non era soltanto quello di liberare una nazione di schiavi, né di far stabilire gli Ebrei nella loro terra, bensì quello di condurli al Monte Sinai:
“…e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte” (Esodo 3:12).
Affinché ciò potesse accadere, gli Israeliti dovevano essere pienamente consapevoli di due realtà: Chi è Dio e chi è il Suo popolo. Essi dovevano comprendere che Hashem, il Dio di Israele, è la sola potenza a cui è dovuta completa fedeltà e che Egli domina i cieli e la terra. Gli Israeliti dovevano anche essere consci del loro glorioso passato del loro ancora più glorioso futuro. Essi erano infatti i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, destinati a diventare il prezioso popolo di Dio, il Suo tesoro tra le nazioni e un regno di sacerdoti (Esodo 19:5-6).
Fin dai primi versi del Libro dell’Esodo possiamo dedurre che gli Israeliti, in quella determinata epoca, non condividevano queste credenze. Ciò appare chiaramente nel momento in cui Mosè cerca di convincere il popolo a cooperare, ma quest’ultimo in risposta lo esorta a lasciar perdere e ad accettare lo status quo (vedi Esodo 5:19-21). Gli Israeliti, in quanto popolo, non erano pronti a una simile metamorfosi nazionale.

[…]

Gli Israeliti erano prigionieri dell’influenza del Faraone e della sua corte. Per ottenere la consapevolezza della loro missione e del loro orgoglio, oltre che della sovranità del loro Dio, essi avevano bisogno che il Faraone stesso riconoscesse il potere e la giustizia di Dio e ammettesse le colpe degli Egiziani. Questo è il tema ricorrente nelle relazioni diplomatiche tra Mosè e il Faraone. Gli Israeliti non potevano essere pronti a partire (verso il Sinai e la Terra promessa) fino a che la loro più grande icona culturale (il Faraone) non si fosse presentato a loro in piena notte implorando loro di lasciare l’Egitto, accettando la giustizia di Dio e il Suo decreto.
Le relazioni diplomatiche dovevano perciò essere condotte necessariamente da qualcuno che avesse una propria dignità, che fosse a suo agio nella corte del Faraone, e che comprendesse l’unità essenziale della nazione.

Essendo stato adottato dalla figlia del Faraone, Mosè conosceva i protocolli e il cerimoniale della corte. Egli percepiva la sua dignità, poiché non era mai stato soggetto alla schiavitù e non era culturalmente sottomesso al Faraone. […] Provenendo dall’esterno, egli comprendeva l’unità di base degli Israeliti. Si noti in che modo la Torah descrive l’interesse di Mosè per le sofferenze del popolo:
“Mosè crebbe ed uscì fra i suoi fratelli” (Esodo 2:11).
Agli occhi di Mosè, tutti gli Ebrei, non importa se Leviti o Daniti, erano suoi fratelli senza distinzione.
Mosè era dunque il candidato perfetto per unire il popolo, per rappresentarlo con dignità dinanzi alla corte e per affrontare il Faraone sul suo stesso campo, finché questi non avesse dichiarato: “Il Signore è giusto, e io e il mio popolo siamo malvagi” (9:27).

Chukkat: L’enigma del peccato di Mosè

chukas

Il brano di questa settimana (Numeri 19:1 – 22:1) ci presenta alcuni eventi che richiamano alla mente quanto era già stato narrato nel Libro dell’Esodo, poco dopo l’uscita dall’Egitto. Prima di esaminare i nuovi tragici svolgimenti, è perciò utile ricordare gli avvenimenti che avevano segnato le tappe del primo periodo trascorso dagli Israeliti nel deserto, nell’ordine in cui la Torah li espone:

1) Attraversamento del Mar Rosso e canto di vittoria (Esodo 14 – 15:21)

         2) Lamentele del popolo per la mancanza d’acqua (Esodo 15:22-27)

              3) Lamentele per la mancanza di carne; osservanza dello Shabbat (Esodo 16)

         4) Nuove lamentele per la mancanza d’acqua (Esodo 17:1-7)

5) Vittoria di Israele contro Amalek  (Esodo 17:8-16).

Il racconto si svolge secondo una struttura chiastica facilmente individuabile. La vittoria degli Israeliti sugli Egiziani presso il Mar Rosso (1) è messa in parallelo alla battaglia contro Amalek (5). La sete del popolo accomuna sia la seconda che la quarta sequenza narrativa. Al centro dello schema troviamo le lamentele per la mancanza di carne, con la successiva discesa della manna e il precetto del riposo sabbatico.

Tutti questi temi ritornano nel Libro dei Numeri, al termine delle peregrinazioni degli Israeliti nel deserto. Anche qui, come nell’Esodo, il popolo affronta le stesse sfide e le stesse problematiche. Al posto del Faraone e di Amalek ora ci sono i temibili Cananei;  le proteste e il bisogno di acqua e di cibo affliggono la nuova generazione come quella precedente.

Eppure, in questa successione di eventi che ricorrono, avviene un cambiamento inatteso: Moshè, la grande guida del popolo ebraico, assieme a suo fratello Aaron, viene ora escluso dalla promessa di entrare nella Terra santa:

E Hashem disse a Moshè e ad Aaron: «Poiché non avete creduto in me per dare gloria al Mio Nome agli occhi dei figli d’Israele, voi non introdurrete questa assemblea nel paese che io ho dato loro» (Numeri 20:12).

Questa drammatica decisione della Volontà divina è espressa in seguito a una vicenda molto simile ai racconti del Libro dell’Esodo che prima abbiamo ricordato. Il problema nasce ancora una volta dalle recriminazioni del popolo assetato:

Il popolo ebbe una lite con Moshè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti ad Hashem! Perché avete condotto la comunità di Hashem in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere».
Allora Moshè e Aaron si allontanarono dalla comunità per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la Gloria di Hashem apparve loro. Hashem disse a Moshè: «Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame».
Moshè dunque prese il bastone che era davanti ad Hashem, come Hashem gli aveva ordinato. Moshè ed Aaron convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, ribelli! vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?».  Moshè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza. Ne bevvero la comunità e tutto il bestiame (Numeri 20:1-11).

Nulla di nuovo, a prima vista, se non fosse che questo lieto epilogo è seguito immediatamente dalla condanna a morire nel deserto inflitta ai due capi di Israele. Ma qual è il peccato di Moshè? Cos’ha fatto il più grande Profeta della Bibbia per meritare tanta disapprovazione? I Maestri e i commentatori hanno cercato di risolvere l’enigma proponendo interpretazioni diverse. Secondo Rashi, l’errore di Moshè fu quello di colpire la roccia invece di parlare ad essa come gli era stato comandato. Eppure la Torah ci dice che l’ordine di Dio iniziava proprio con le parole “Prendi il bastone”, e inoltre Moshè aveva già compiuto un gesto molto simile in passato (vedi Esodo 17:6), senza che ci fossero conseguenze negative. È dunque difficile ritenere del tutto soddisfacente questa prima spiegazione.

Maimonide individua il peccato di Moshè nell’asprezza delle parole che egli rivolge al popolo: “Ascoltate, ribelli!”. Nachmanide e il Chizkunì pongono invece l’attenzione su ciò che Moshè afferma riguardo al miracolo: “Vi faremo forse noi uscire acqua da questa roccia?”. Un simile modo di esprimersi potrebbe infatti lasciar credere erroneamente che a fornire l’acqua siano Moshè e Aaron con i loro poteri, mentre lo scopo del miracolo era invece quello di santificare il Nome di Dio per rinnovare la fede degli Israeliti.
Altri commentatori, fra cui Ibn Ezra, ritengono che il motivo della condanna sia da identificare nell’atteggiamento tenuto dalle due guide d’Israele davanti alle proteste del popolo: essi infatti si allontanarono in fretta dall’assemblea dimostrando così la loro debolezza. Di tutt’altro avviso è invece Abrabanel, il quale spiega che la decisione divina di impedire a Moshè l’ingresso nella terra promessa era in realtà già stata presa in occasione della triste vicenda dei dodici esploratori (Numeri 14:26-33), e che l’episodio della roccia non è quindi da intendere come la causa principale della punizione.
L’approccio interpretativo che consiste nel ricercare in ogni minimo dettaglio del brano una trasgressione da imputare a Moshè diviene oggetto di critica da parte di Samuel David Luzzatto, che scrive: “Moshè nostro Maestro ha compiuto solo un peccato, ma i commentatori fanno gravare su di lui più di tredici peccati, poiché ciascuno nel proprio cuore inventa un nuovo peccato”.

Secondo Rabbi Jonathan Sacks, più che un vero e proprio peccato, ciò che la Torah imputa a Moshè è probabilmente la sua inadeguatezza a guidare una nuova generazione, poiché ogni epoca ha bisogno di un proprio leader, e l’autorità di una guida non può trascendere lo spazio e il tempo. Chi ha condotto gli Israeliti alla libertà, e ha affrontato la loro mentalità di schiavi, non può riuscire anche a trasformare un popolo di nomadi in una nazione stabilita sulla terra. Attraversare il Mar Rosso non è come attraversare il Giordano.

Sembra che inoltre, in questo contesto, le colpe del popolo siano in parte attribuite anche al suo condottiero, che è responsabile dell’istruzione e dell’avanzamento morale della sua gente, e che è chiamato ad identificarsi con l’intera comunità. Ma in tutto ciò, l’unica cosa davvero certa è che alla domanda “Perché a Moshè non fu permesso di entrare nella terra promessa?” si continuerà a rispondere con nuove ipotesi e nuove interpretazioni.