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Leggere la Bibbia con i rabbini – Lezione 1: Alberi ribelli (audio)

Sapevate che gli alberi si ribellarono a Dio durante la Creazione, che Giacobbe e suo figlio Giuseppe studiavano insieme le leggi del Deuteronomio, e che Mosè nacque avvolto da una grande luce? “La mia Bibbia non dice questo!” starete forse pensando. Eppure i Saggi d’Israele hanno tratto tutto ciò e molto altro dai versi della Torah ricorrendo al metodo esegetico del Midrash.

Nel nostro ciclo di lezioni audio “Leggere la Bibbia con i rabbini“, esamineremo alcune delle interpretazioni degli antichi Maestri per scoprire come delle storie sorprendenti e dei ragionamenti in apparenza inconcepibili possono aiutarci in realtà a comprendere meglio le Scritture portandoci al di sotto della superficie del senso letterale.

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“Allora si cominciò a invocare il Nome di HaShem”

E Adam conobbe ancora sua moglie, ed ella generò un figlio e lo chiamò Shet: «Poiché Dio ha stabilito (shat) per me un altro seme al posto di Hevel, che Kayin ha ucciso».
E anche a Shet nacque un figlio, ed egli lo chiamò Enosh. Allora si cominciò a chiamare con il nome di HaShem
(Genesi 4:25-26).

Dopo averci narrato la storia di Kayin (Caino), e della sua stirpe di uomini progrediti nell’arte e nella tecnica -ma non altrettanto nella moralità, come si evince dal canto del violento e sanguinario Lemekh -, il Libro della Genesi ritorna a parlare della coppia umana originaria, Adam e Chavah (Adamo ed Eva), per raccontarci di un’altra genealogia che si sviluppa in parallelo a quella del fratricida Kayin Continua a leggere

Caino e Abele: figli dell’Eden

Kayin

La Torah si apre con il Libro di Bereshit (“In Principio”), la Genesi, il testo che narra l’inizio del mondo, dell’umanità, delle nazioni, ma anche della ribellione, della violenza e del dolore. L’universo ideale e ordinato descritto nel racconto della Creazione ha una vita piuttosto breve: nel giro di pochissimi capitoli tutto decade, e l’ombra del peccato si allarga sempre di più fra le pagine della Bibbia. Continua a leggere

Quello che non vi hanno mai detto su Adamo ed Eva

GanEden

E il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. E il Signore Dio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e i cui frutti erano buoni da mangiare. In mezzo al giardino vi erano anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2:8-9).

La vicenda di Adamo ed Eva è considerata una storia notissima, come le favole che tutti abbiamo ascoltato fin da piccoli e che ci appaiono perciò banali e persino irrilevanti. Ma cosa sappiamo veramente di questo racconto? Molti sarebbero sorpresi nel constatare che il testo della Genesi non parla affatto di una mela, del diavolo, del “peccato originale” e neppure della corruzione della natura umana. Numerosi elementi associati al racconto dell’Eden provengono in realtà da varie tradizioni e da culture differenti che spesso costituiscono un ostacolo alla comprensione della storia biblica e del suo messaggio originale. Cerchiamo allora di accostarci al misterioso giardino e ai suoi abitanti primordiali nel tentativo di apprendere ciò che la Torah intende davvero trasmettere ai suoi lettori. Continua a leggere

Bereshit: la Creazione del mondo

Bereshit

La Torah e i miti pagani sulla Creazione

Il racconto dei sette giorni della Creazione nella Genesi descrive il passaggio graduale da una condizione caotica a una di ordine e armonia, attraverso dieci comandi pronunciati da Elohìm (Dio, il Giudice Supremo).

Questo brano non impiega una terminologia scientifica e non mira a trasmetterci nozioni sui segreti della natura o sui meccanismi che regolano l’universo.
Il grande ebraista fiorentino Umberto Cassuto (1883 – 1951), nelle prime pagine del suo commentario, ci offre un’impeccabile spiegazione:

“Lo scopo di questa sezione della Torah è quello di insegnarci che il mondo intero e tutto ciò che esso contiene è stato creato dalla parola dell’Unico Dio, secondo la Sua volontà, senza alcuna limitazione. In questo modo la Torah si oppone alle credenze comuni tra i popoli dell’antico Oriente, in particolare fra quelli confinanti con Israele. Il linguaggio utilizzato, tuttavia, è del tutto privo di spirito di polemica o di disputa; gli aspetti controversi si possono cogliere soltanto indirettamente, attraverso le espressioni sottili e pacate della Scrittura” (U. Cassuto, A Commentary on the Book of Genesis, Vol I, cit. p. 7).

Tramite una critica implicita e silenziosa, il racconto della Creazione intende quindi sradicare le credenze idolatriche sull’origine del cosmo e presentare una visione rivoluzionaria di Dio e del mondo.
Un confronto con gli antichi miti mesopotamici e cananei risulta quindi indispensabile e illuminante.

Il poema epico babilonese noto come Enuma Elish, ritrovato a Mosul (Iraq) nel 1849, narra la formazione dell’universo nei termini di una sanguinosa guerra combattuta tra la dea Tiamat, regina del mare primordiale, e i suoi discendenti divini. La lotta si conclude quando il giovane Marduk, dopo aver superato varie prove, uccide Tiamat per poi tagliare il suo cadavere in due parti e creare con esse il cielo e la terra.
Secondo i testi epici di Ugarit, le fasi iniziali della creazione del mondo furono segnate dalla rivalità di Baal con il dio Mot e dalle sue battaglie contro i temibili mostri marini.

La spiegazione di Umberto Cassuto prosegue:

“Ci furono però alcuni pensatori fra i popoli che riuscirono a formulare concetti più avanzati rispetto a quelli diffusi nel loro ambiente culturale: uomini come Amenhotep IV, il faraone che attribuiva l’intera creazione ad un solo dio (la divinità solare Aton). Eppure anche queste poche menti più elevate riuscirono a concepire il loro dio creatore solo come uno fra i tanti dei, e benché esso fosse considerato il più importante, rimaneva comunque legato alla natura o associato a uno degli elementi dell’universo fisico.
Poi arrivò la Torah, che si innalzò come il volo di un’aquila sopra tutte queste credenze. Invece di tante divinità, essa proclamava infatti l’esistenza di un Unico Dio, privo di origini e di genealogie. Al posto delle guerre e degli scontri fra divinità, la Torah pone una sola Volontà che regna sovrana e incontrastata su ogni cosa. Per la prima volta, il Creatore non è identificato con l’universo o con una sua parte, ma è ritenuto superiore alla natura e separato da essa. Il sole, gli astri e tutti gli altri elementi del cosmo, grandemente esaltati nei racconti degli altri popoli, sono visti soltanto come creazioni dell’Unico Dio”.

Tra la Torah e i poemi epici precedenti possiamo individuare anche un’altra importante differenza. I miti antichi avevano spesso la funzione di legittimare il potere politico: Marduk, l’eroe del poema Enuma Elish, è il dio nazionale di Babilonia, città che, secondo il medesimo testo epico, sarebbe stata costruita proprio dalle divinità. Similmente, secondo il mito di Eridu, furono le divinità a fondare la nazione sumera subito dopo la creazione del mondo. Nei primi undici capitoli della Genesi, al contrario, il racconto ha un carattere chiaramente universale. La Terra d’Israele non è mai menzionata, e il popolo ebraico non compare. Il patriarca Abramo, padre degli Ebrei, entrerà sulla scena soltanto dopo che la Genesi avrà descritto l’origine delle antiche nazioni.

Il numero sette
Il racconto della Creazione è costruito secondo un sistema armonioso di corrispondenze numeriche. In questa struttura, il numero sette appare fondamentale sia nel tema principale che nei suoi dettagli testuali. Si tratta infatti di un numero che gli Israeliti e molti altri popoli dell’antichità associavano all’idea di completezza e all’instaurazione dell’ordine nella natura. Seguendo l’antica simbologia numerica, l’opera del Creatore viene quindi distribuita in sette giorni per evidenziare l’assoluta perfezione e il carattere impeccabile dell’ordine universale.
Nel racconto della Creazione, l’importanza attribuita al numero sette e ai suoi multipli è dimostrata anche dal fatto che essi compaiano continuamente all’interno del testo:
  • Il primo verso è formato da sette parole (Bereshit barà Elohim et HaShamayim veet Haaretz).
  • Dopo il primo verso, che serve da introduzione, il racconto appare diviso in sette paragrafi (uno per ciascun giorno della Creazione), separati dalla frase “E fu sera e fu mattina…” .
  • Il nome Divino Elohim compare trentacinque volte (7×5). I termini Shamayim (cielo) e Haaretz (terra) compaiono entrambi ventuno volte (7×3). Dio, il cielo e la terra sono i tre componenti principali del racconto.
  • La frase “E Dio disse…” (Vayomer Elohim) ricorre sette volte in riferimento al mondo della natura, e tre volte in relazione all’umanità.
  • La parola “acqua” (mayim) compare sette volte nel secondo e nel terzo paragrafo, quelli in cui viene descritta la divisione delle acque e la creazione dei mari.
  • La parola “buono” (tov) ricorre sette volte.
  • Il secondo verso è formato da quattordici parole (7×2).
  • Il settimo paragrafo, dedicato al settimo giorno, è formato da trentacinque parole (7×5), e comprende al suo interno tre frasi consecutive che contengono l’espressione “settimo giorno”; ciascuna di queste tre frasi è formata da sette parole.
  • L’espressione “secondo la loro specie” è usata sette volte in riferimento al mondo animale, e tre volte in riferimento ai vegetali.
La struttura

La cronologia della Creazione riportata nella Genesi è spesso divenuta oggetto di critiche basate su osservazioni razionali e scientifiche, in quanto in essa è possibile riscontrare alcune apparenti illogicità: fra queste ricordiamo in particolare l’esistenza del giorno e della notte prima della creazione dei corpi celesti, e il fatto che la comparsa delle piante sulla superficie terrestre preceda la creazione del sole. Tali critiche, tuttavia, non prendono in considerazione il carattere letterario e teologico del racconto della Genesi, un racconto che non si presenta di certo come un resoconto di carattere scientifico. Quella dei sette giorni della Creazione è infatti una narrazione concettuale che si sviluppa seguendo uno schema basato su un sistema di parallelismi facilmente individuabili:

Prima triade Seconda triade
1 – La luce 4 – I luminari
2 – Il mare e il cielo 5 – Le creature marine e i volatili
3 – La terra asciutta e la vegetazione 6 – Gli animali terrestri e l’uomo

Il lavoro iniziato nei primi tre giorni viene completato nella triade successiva. Alla creazione della luce e alla separazione del giorno dalla notte (primo giorno) corrisponde la costituzione del sole e della luna come segni distintivi di tale separazione (quarto giorno). L’aria e l’acqua, i due spazi creati nel secondo giorno, vengono popolati nel quinto giorno dagli uccelli e dalle creature marine. Allo stesso modo, le terre emerse compaiono nel terzo giorno, e vengono poi popolate dai loro abitanti animali e umani nel sesto giorno. Soltanto lo Shabbat, il settimo giorno, non ha alcuna corrispondenza, poiché segna il completamento dell’opera divina e la sua consacrazione.

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Per un’analisi completa del racconto della Creazione consulta il nostro libro La tua voce ho udito – Viaggio nel Libro della Genesi, disponibile su Amazon.

Libro

Bibbia, mostri marini e miti cananei

E Dio creò i taninim ghedolim e tutti gli esseri viventi che si muovono, di cui brulicano le acque, ciascuno secondo la propria specie, ed ogni volatile secondo la propria specie (Genesi 1:21).

I taninim ghedolim, termine tradotto con «grandi mostri marini», «grandi rettili» o «grandi animali marini», sono l’unica specie di animali a cui il racconto biblico della Creazione dedica un riferimento esplicito. Sulla precisa identificazione di questi misteriosi esseri viventi, oltre che sul motivo della loro menzione specifica, studiosi sia religiosi che accademici hanno formulato opinioni diverse. Nel suo notissimo commentario alla Bibbia ebraica, Rashi spiega:

Taninim – I grandi pesci che sono nel mare. Secondo le affermazioni della Aggadah, si tratta qui del Leviathan e della sua consorte, che Il Santo Benedetto Egli sia, creò maschio e femmina”.

Sulla base della tradizione rabbinica dell’Aggadah, Rashi suggerisce quindi che il termine Taninim alluda al Leviathan, il leggendario mostro degli abissi menzionato più volte nella Bibbia e nella letteratura ebraica successiva. Questa antica interpretazione diviene particolarmente interessante se vista alla luce di una comparazione tra le parole della Torah e i miti comuni a diverse culture del Medio Oriente di tremila anni fa. In questo ci viene in aiuto il grande studioso ebraista fiorentino Umberto Cassuto, che nel suo Commentario al Libro della Genesi ha trattato la questione con estrema chiarezza:

“All’interno dell’intera sezione [del racconto della Genesi] sono menzionate solo le categorie generali delle piante e degli animali, ma non le specie distinte, eccetto per quanto riguarda i mostri marini. Possiamo essere certi che tale eccezione sia dovuta ad un motivo preciso. Sembra che anche qui la Torah intenda far risuonare una protesta contro alcuni concetti che erano comuni fra i pagani, e in una certa misura anche fra gli Israeliti, ma che non erano in accordo con lo spirito [dell’insegnamento della Torah]. In Egitto e in Mesopotamia si narravano leggende di ogni genere sulle battaglie tra le grandi divinità e i draghi marini. Secondo l’epica ugaritica, i principali nemici del dio Baal, oltre al dio Mot, erano il signore del mare e alcuni mostri come il Dragone, il Leviathan detto «serpente guizzante» e «serpente tortuoso», e altre creature simili. Negli ambienti israeliti, le tradizioni che riguardano i mostri marini e i loro alleati assunsero un aspetto coerente con lo spirito della fede d’Israele. Perciò non ci sono più potenze divine che si oppongono alla Divinità suprema. […] La Torah esprime la propria protesta in maniera silenziosa, dichiarando: E Dio creò i grandi mostri marini. In effetti, è come se la Torah dicesse: Nessuno osi immaginare che i mostri marini fossero esseri mitologici nemici di Dio o in rivolta contro di Lui; essi erano invece come ogni altra creatura, e furono formati in un tempo e in un luogo già stabiliti dalla Parola del Creatore, affinché potessero adempiere il Suo volere come ogni altro essere creato. Allo stesso modo è scritto nel Salmo 148: Lodate il Signore dalla terra, voi mostri marini e tutti gli abissi. Il salmista invita tutte le creature a lodare il Signore, e fra esse menziona in modo specifico i mostri marini” (U. Cassuto, From Adam to Noah, pp. 49-51).

Dunque, secondo l’eccellente spiegazione di Cassuto, la Torah nomina i taninim ghedolim per contrastare un’idea pagana molto diffusa nell’antichità. Mentre la mitologia dei popoli politeisti parlava delle guerre combattute dagli dei del cielo contro i mostri acquatici, la Bibbia, al contrario, insiste nell’affermare che il mare, con tutte le sue creature, sia stato creato dalla Volontà incontrastata dell’Unico Dio. Le bestie più temibili vengono in questo modo private della loro aura mitica e divina, per essere considerate semplici animali, parte dell’ordine naturale stabilito dal Creatore.

Tuttavia, se da un lato la Torah (ovvero il Pentateuco) rigetta totalmente le storie leggendarie sui mostri marini, dall’altro è anche vero che questi stessi miti ricompaiono in altre sezioni della Bibbia ebraica,  dove le Scritture sembrano persino voler dare credito alle antiche credenze mesopotamiche e cananee:

Con la tua forza dividesti il mare e schiacciasti la testa dei mostri marini nelle acque. Frantumasti le teste del Leviathan e le desti in pasto al popolo del deserto (Salmi 74:13-14).

Risvegliati, risvegliati, rivestiti di forza, o braccio del Signore, risvegliati come nei giorni antichi, come nelle generazioni passate! Non sei tu che hai fatto a pezzi Rahab, che hai trafitto il dragone? Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, che hai fatto delle profondità del mare una strada, perché i redenti vi passassero?  (Isaia 51:9-10).

In quel giorno il Signore punirà con la sua spada dura, grande e forte il Leviathan, il serpente guizzante, il Leviathan, il serpente tortuoso, e ucciderà il mostro che è nel mare (Isaia 27:1).

Come si spiega tutto ciò? I brani citati intendono forse trasmettere un’idea diversa sulla Creazione del mondo rispetto a quanto narrato dalla Genesi?
È bene partire ancora una volta da quanto afferma Umberto Cassuto a questo proposito:

“I profeti e i poeti biblici, abituati a rivestire i propri concetti in un abito poetico e a comunicarli attraverso similitudini, facendo uso degli strumenti comuni della poesia, non rinunciavano ad utilizzare ciò che si trovava facilmente nei poemi epici dell’epoca. Ma la Torah, che non è scritta in versi ma in prosa, e che impiega in genere un linguaggio semplice, in cui ogni parola è scelta scrupolosamente, è ben attenta a non introdurre alcun elemento che non sia in completo accordo con le sue dottrine” (U. Cassuto, Introduzione al Commentario al Libro della Genesi).

Se analizziamo attentamente i passi di Isaia e dei Salmi nel loro contesto, possiamo comprendere che in essi in realtà non si parla affatto della Creazione o di una vera lotta tra Dio e i mostri marini. Nel Salmo 74, il mare che viene diviso e il “popolo del deserto” (v. 14) sono elementi che alludono chiaramente al passaggio attraverso il Mar Rosso del popolo ebraico dopo l’uscita dall’Egitto. Il Leviathan e i mostri marini uccisi da Dio rappresentano quindi il Faraone e l’esercito egiziano che annegarono e furono sconfitti, come narra il Libro dell’Esodo. Ciò è in perfetto accordo con alcuni brani poetici di Ezechiele, in cui il Faraone è paragonato a un drago acquatico:

Ecco, io sono contro di te, Faraone, re d’Egitto, grande dragone, che giaci in mezzo ai tuoi fiumi (Ezechiele 29:3).

Innalza una lamentazione sul Faraone, re d’Egitto, e digli: […] Tu eri come un dragone nei mari e ti slanciavi nei tuoi fiumi (Ezechiele 32:2).

Gli autori biblici, come spiega Cassuto, sfruttano metafore e similitudini tratte dall’antica mitologia per descrivere la vittoria di Dio sui nemici di Israele. Ciò è evidente anche nei versi di Isaia che abbiamo citato: “…Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, che hai fatto delle profondità del mare una strada, perché i redenti vi passassero? Così i riscattati del Signore torneranno, verranno a Sion con grida di gioia e un’allegrezza eterna coronerà il loro capo” (Isaia 51:9-11). Qui, come nel Salmo 74, il miracolo della salvezza degli Israeliti richiama poeticamente i miti sulla lotta tra le divinità del cielo e del mare, ma lo fa in un contesto di assoluto monoteismo.
In Isaia 27, invece, come mostra il contesto, l’uccisione del Leviathan rappresenta il giudizio di Dio contro “l’iniquità degli abitanti della terra” (Isaia 26:21). I terribili mostri mitologici diventano così soltanto immagini letterarie dietro cui si celano gli uomini malvagi.