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Il mistero del serpente di rame

E HaShem mandò fra il popolo dei serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e molti Israeliti morirono (Numeri 21:6).

Nel nostro ultimo commento alla Parashah di Chukkat, abbiamo visto come gli Israeliti, a causa del loro sprezzante rifiuto del piano divino della Redenzione, siano divenuti vittime dell’attacco dei nechashìm serafìm, ossia i “serpenti ardenti” del deserto. In questo articolo proseguiremo l’analisi della vicenda per soffermarci su ciò che accade nel momento in cui Dio concede al popolo sofferente un rimedio alla terribile piaga. Continua a leggere

Miriam e le acque nel deserto

miriam

E tutta l’assemblea dei figli d’Israele arrivò al deserto di Sin nel primo mese, e il popolo si fermò a Kadesh. Là morì Miriam e là fu sepolta, e non c’era l’acqua per l’assemblea, ed essi si radunarono contro Moshè e contro Aaron (Numeri 20:1-2).

I racconti della Bibbia non sono semplici storie da leggere in maniera superficiale, né banali annotazioni raccolte per tramandare la memoria di eventi del passato. La Torah nasconde spesso segnali e dettagli la cui rilevanza per la comprensione del testo risulta essenziale. A volte, concetti che sembrano non avere alcun legame fra loro, o frasi accostate in modo apparentemente casuale, celano in realtà un disegno che si dispiega a poco a poco agli occhi del lettore attento.

È il caso del brano che abbiamo appena citato: subito dopo averci parlato della morte di Miriam, sorella maggiore di Moshè, il testo inizia a narrare della crisi che sconvolse il popolo a causa della mancanza d’acqua. La frase “Là morì Miriam e là fu sepolta” è unita alla seguente (“non c’era l’acqua per l’assemblea”) da una lettera vav, equivalente alla congiunzione e italiana, che non a caso moltissimi traduttori eliminano, inserendo al suo posto un punto, per separare nettamente le due frasi.
Gli antichi Maestri, invece, non si sono lasciati sfuggire questo particolare, e hanno suggerito l’esistenza di una connessione tra la morte di Miriam e la mancanza d’acqua:

“Rabbi Yose bar Yehuda ha detto: Il popolo d’Israele ha avuto tre capi eccellenti: Moshè, Aaron e Miriam. Tre grandi doni furono concessi al popolo d’Israele grazie a costoro: l’acqua (lett. “il pozzo”), le nubi e la manna. L’acqua è stata fornita grazie al merito di Miriam, le nubi della gloria grazie ad Aaron, e la manna grazie a Moshè. Quando Miriam morì, l’acqua scomparve, come è scritto: ‘Là Miriam morì e fu sepolta’, e subito dopo è scritto: ‘e non c’era l’acqua per l’assemblea, ed essi si radunarono contro Moshè e Aaron’ “(Talmud, Ta’anit 9a).

“Il pozzo”, le nubi e la manna, i tre doni elencati da Rabbi Yose, rappresentano i tre elementi fondamentali di cui ogni viaggiatore nel deserto ha bisogno per sopravvivere: l’acqua da bere, un riparo all’ombra, e qualcosa da mangiare. Associare ciascuno di questi elementi a uno dei tre leader del popolo ebraico durante l’epoca che precede l’ingresso nella Terra promessa, significa evidenziare l’importanza che questi grandi personaggi ebbero durante la lunga esperienza del viaggio nel deserto.

Il fatto che Moshè e Aaron siano fortemente esaltati e considerati indispensabili per la salvezza del popolo è tutt’altro che sorprendente. Ricordare le loro imprese e i loro meriti sarebbe di certo superfluo. Che Aaron sia associato alle nubi di gloria si spiega probabilmente alla luce del fatto che egli era il Cohen Gadol (Sommo Sacerdote), e che la Presenza di Dio in forma di nube ricopriva il Santuario, i cui riti erano amministrati proprio da Aaron e dai suoi figli. Il Talmud stesso, inoltre, fa notare che, in seguito alla morte di Aaron, gli Israeliti vennero attaccati dal re di Arad, a dimostrazione del fatto che la dipartita del Sommo Sacerdote avesse reso il popolo vulnerabile.
Che Moshè abbia avuto un ruolo chiave nella sopravvivenza fisica di Israele – di cui la manna è immagine rappresentativa – è  indiscutibile.
Ciò che appare molto meno chiaro è il motivo per cui anche a Miriam sia riservato l’onore di essere citata tra i redentori di Israele e di essere persino associata a un elemento tanto importante come l’acqua.

Chi è Miriam, e in cosa consiste il suo merito? La Torah non ci rivela molto su questo interessante personaggio femminile. Il contesto storico, un’epoca in cui, in linea generale, alle donne non spettavano posizioni di potere, ha impedito a Miriam di emergere in maniera prominente, come è stato invece concesso ai due fratelli maschi. Tuttavia, il suo valore traspare ugualmente, se si riesce ad entrare nelle profondità del testo.
A legittimare l’associazione proposta dai Maestri del Talmud tra Miriam e l’acqua è il fatto che questa misteriosa profetessa compaia costantemente (non sempre in maniera esplicita) proprio nelle occasioni in cui Moshè o l’intero popolo si trovano ad avere a che fare con l’acqua, in situazioni anche molto diverse fra loro:

  • Quando Moshè, ancora bambino, è affidato da sua madre alle acque del Nilo, Miriam interviene in suo favore (Esodo 2:4-8).
  • In seguito, quando è l’intera nazione ad essere stata appena salvata dalle acque (con il passaggio del Mar Rosso), Miriam compare di nuovo, questa volta per cantare un inno di ringraziamento a Dio (Esodo 15:20-21).
  • Subito dopo, il popolo si ritrova in un’oasi le cui acque sono troppo amare (marim, in ebraico) per essere bevute. Considerando che la lingua ebraica non possiede le vocali nella grafia, marim (amare) è identico a Miriam (מרים).
  • In Numeri 20:1-2, come abbiamo visto, il testo accosta la morte di Miriam alla mancanza d’acqua.
  • Rivolgendosi agli Israeliti assetati, Moshè dichiara: “Ascoltate, ribelli!” (Numeri 20:10). Anche il termine “ribelli” (morim), graficamente identico a Miriam, può essere inteso come un’allusione velata al nome della profetessa.

Anche se figlia di un mondo in cui il sesso femminile era messo ai margini della società, Miriam riesce ad essere presente nei momenti cruciali della storia della redenzione d’Israele e a lasciare un segno indelebile nella vita del popolo, come testimoniano le parole del profeta Michea, che dopo molti secoli non mancherà di menzionare Miriam tra i liberatori della nazione, assieme ai suoi illustri fratelli (Michea 6:4). Non bisogna poi dimenticare che l’acqua, a cui Miriam è associata, è uno dei simboli della Torah (vedi Deuteronomio 3:22; Isaia 55:1) e che essa, nei rituali che si svolgevano nel Tempio, rappresentava la vita e la rigenerazione. Tutto ciò getta le basi affinché il ruolo della donna, nell’ambito della vita nazionale e della preservazione dei valori spirituali, sia riconosciuto come tutt’altro che secondario.

La logica dietro la mucca rossa

Parah

Il rituale biblico della mucca rossa (Parah Adumah) è prescritto dalla Torah per la purificazione di colui che è entrato in contatto con un corpo morto, come è spiegato dettagliatamente nel Libro di Bemidbar (Numeri, capitolo 19). Questo antico rito, in apparenza del tutto irrazionale, è considerato tanto misterioso che persino il saggio Re Salomone, secondo i Maestri, non riuscì a comprendere il suo significato. Si tratta di un perfetto esempio di norma religiosa estranea alla logica, in contrapposizione a quelle leggi di natura etica, morale e sociale il cui scopo risulta invece evidente.

Ma prima di addentrarci in qualsiasi riflessione, vediamo innanzitutto in cosa consiste il rituale della mucca rossa secondo le parole della Bibbia:

Questo è lo statuto della legge che il Signore ha comandato, dicendo: «Di’ ai figli d’Israele che ti portino una giovenca completamente rossa, senza difetti, e su cui non è mai stato posto alcun giogo. La darete al sacerdote Eleazar, che la condurrà fuori dell’accampamento e la farà scannare in sua presenza. Il sacerdote Eleazar prenderà col dito un po’ del suo sangue e lo spruzzerà sette volte sul davanti della tenda di convegno; poi si brucerà la giovenca sotto i suoi occhi. […] Il sacerdote prenderà quindi del legno di cedro, dell’issopo, del panno scarlatto, e li getterà in mezzo al fuoco che consuma la giovenca. […] Un uomo puro raccoglierà le ceneri della giovenca e le depositerà fuori dell’accampamento in luogo puro, dove saranno conservate per l’assemblea dei figli d’Israele per l’acqua di aspersione allo scopo di purificazione. […] Chi tocca il corpo morto di qualsiasi persona sarà impuro per sette giorni. Egli si purificherà con quell’acqua il terzo e il settimo giorno, e sarà puro; ma se non si purificherà il terzo e il settimo giorno, non sarà puro» (Numeri 19:2-11).

Agli occhi di chi è nato e vissuto nella società moderna, questi precetti appaiono immensamente strani e persino macabri; ma anche per gli antichi, come abbiamo anticipato, tale cerimonia era fonte di non poca perplessità. Tutto ciò non deve però impedirci di ricercare un senso nel rito, con l’aiuto delle interpretazioni esposte dai commentatori rabbinici e dagli studiosi, e con il sostegno del principio di Maimonide secondo cui tutte le leggi della Torah possiedono uno scopo e un significato che attende solo di essere compreso. Indaghiamo allora su cosa sia l’impurità che le ceneri della mucca rossa sono in grado di allontanare, per poi concentrarci sui vari elementi coinvolti nella cerimonia.

– Vita, morte e impurità

Rabbi Jonathan Sacks, in un suo commento alle leggi del Levitico, chiarisce il motivo per cui la Torah consideri “impuro” chiunque entri in contatto con un cadavere:

“Il primo principio essenziale per comprendere le leggi di purità rituale è l’affermazione secondo cui Dio è vita. L’Ebraismo proclama un rifiuto assoluto dei culti, sia antichi che moderni, che glorificano la morte. Le grandi piramidi d’Egitto erano maestosi monumenti funebri. Arthur Koestler scriveva che senza la morte ‘le cattedrali crollano e le piramidi si dissolvono nella sabbia’”.

Bisogna ricordare che, nella concezione ebraica e biblica, “impuro” (tameh) non significa sporco, maledetto e neppure peccaminoso. L’impurità propriamente detta è infatti una condizione temporanea che non consente alla persona di accostarsi al Santuario e di compiere i riti religiosi. Tutto ciò che ha a che fare con la morte (cadaveri, carcasse animali, malattie che rendono il corpo simile a un cadavere) o con la dipartita della capacità di generare vita (mestruazioni, emissione seminale, parto) provoca impurità.

La Torah pone quindi una rigida separazione tra qualsiasi manifestazione della morte e il mondo del sacro (cioè il Tempio). Secondo Ibn Caspi e Chizkuni, ciò ha lo scopo di tenere l’essere umano lontano dal culto dei morti per fargli comprendere che la santità risiede nella vita. Il salmista dichiara: “Che profitto darà il mio sangue, se scendo giù nella fossa? Può forse la polvere celebrarti, o proclamare la tua verità?” (Salmi 30:9). Mentre le culture idolatriche che circondavano Israele esaltavano il valore religioso della morte (con la venerazione dei sepolcri e l’evocazione delle anime trapassate), la Torah comanda invece di prendere le distanze da tutto ciò, e proibisce di recarsi al Santuario dopo aver toccato un defunto o essere entrati nella tenda in cui giace una salma. Ai sacerdoti, secondo la Bibbia, non è neppure lecito accedere ai cimiteri, in netta contrapposizione alle usanze pagane.

L’uomo che sceglie di essere fedele alla Torah deve dunque comprendere il valore supremo della vita, focalizzarsi sugli obblighi morali da adempiere qui, in questo mondo, l’unico mondo in cui Dio ci chiama ad agire.

– Il significato simbolico del rito

Nessuno dei componenti inclusi nel rituale della mucca rossa è stato scelto in maniera casuale. Il termine parah (mucca, giovenca), in ebraico ha la stessa radice della parola “fertilità”. La mucca richiama i concetti di fecondità e abbondanza. Il colore rosso (adom), da cui deriva la parola adamah, cioè “terra”, quella da cui ha preso vita l’essere umano (chiamato per questo Adam), è il colore del sangue, e la Bibbia afferma che “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Il prerequisito per cui la giovenca debba essere “senza difetto” simboleggia la completezza e la mancanza di contaminazione, mentre il fatto che su di essa non è mai stato posto alcun giogo significa che all’animale non è mai stata sottratta forza vitale. Possiamo dunque dedurre che la mucca rossa sia un’immagine della vita nel suo senso più totale. Essa rappresenta l’assenza di qualsiasi forma di debolezza e di decadenza, un emblema di vita pura e rigogliosa.

Eppure, la Torah comanda di uccidere la giovenca e di bruciare tutto il suo corpo fino a ridurlo in cenere. L’emblema della vita si trasforma così in un’immagine di morte. Nel fuoco vengono gettati anche un legno di cedro e un panno scarlatto. Se si considera che il legno di cedro ha anch’esso un colorito rossiccio, si comprende che il rosso, il colore del sangue, e quindi della vita, giochi un ruolo fondamentale anche nell’aggiunta di questi oggetti. L’issopo, anch’esso bruciato, è una pianta capace di vivere nelle condizioni più aride e inospitali. Esso era inoltre usato come rimedio contro problemi respiratori e circolatori. È dunque possibile intendere anche questa pianta come un simbolo di vita.

Per ottenere la purificazione dal contatto con un morto, è necessario essere aspersi con dell’acqua che contenga le ceneri della mucca rossa: dunque la cenere, l’immagine della morte, viene unita all’acqua, un altro grande simbolo di vita. In questo modo il ciclo si chiude: la vita, dopo essere stata annientata nel fuoco, torna a rinascere in una nuova forma. Si tratta, in fondo, della rappresentazione del medesimo processo di rinnovamento compiuto da chi ritorna alla condizione di purità rituale dopo essere entrato in contatto con la drammatica realtà della morte. Il rito della Parah Adumah insegna a non rivolgere lo sguardo verso la morte, ma a concentrarsi sulla vita che va avanti, che scorre come l’acqua di un fiume. Non è una coincidenza che, subito dopo il brano relativo alla mucca rossa, il Libro dei Numeri narri la morte di Miriam, e che nei versi successivi si parli della grande crisi della leadership del popolo ebraico, con la condanna inflitta a Mosè e Aronne a morire nel deserto. Sarà infatti la nuova generazione a portare avanti la missione d’Israele e ad entrare nella Terra promessa. Anche in questo caso, la vita continua il suo corso, e la morte non cancella ogni cosa.

Secondo Rabbi Oury Cherki, è proprio la natura di questo misterioso legame tra vita e morte ciò che realmente sfuggiva alla comprensione di Salomone, e a quella di tutti noi.

– “Il morto non rende impuro”

A proposito della mucca rossa, il Midrash Bemidar Rabbà (19, 8) racconta che un pagano, incuriosito dalla complessità di questo rito di purificazione, disse al grande maestro Rabban Yochanan Ben Zakkai: “Queste azioni che voi fate sembrano delle magie!”. Il maestro gli rispose che il rituale era simile agli esorcismi, nei quali uno spirito maligno viene scacciato tramite acqua e radici. Il pagano, che credeva negli esorcismi, andò via soddisfatto. I discepoli di Yochanan Ben Zakkai, invece, chiesero dei chiarimenti:

Dopo che l’idolatra se ne andò, i suoi allievi gli dissero: «Di quello ti sei liberato respingendolo con una pagliuzza, ma a noi che cosa dici?» Rispose loro: «Giuro sulla vostra vita che non è il morto che rende impuro, non è l’acqua che purifica, ma il Santo Benedetto Egli sia che ha detto: una norma ho sancito, un decreto ho stabilito, non ti è permesso trasgredire il mio decreto».

Al contrario di quanto si potrebbe dedurre dalla risposta data al pagano, Rabban Yochanan dichiara che la purità e l’impurità non sono due condizioni esistenti in natura: l’acqua non ha in sé stessa un potere purificatore, né i corpi privi di vita possono contaminare spiritualmente. In altre parole, la cerimonia prescritta dalla Torah non ha un potere magico e non agisce su forze soprannaturali realmente esistenti; essa è valida solo poiché è stata ordinata dal Sovrano dell’universo, e in quanto tale deve essere osservata.

Per approfondire: Chukkat: il mistero del rosso – articolo di Rav Scialom Bahbout

Chukkat: L’enigma del peccato di Mosè

chukas

Il brano di questa settimana (Numeri 19:1 – 22:1) ci presenta alcuni eventi che richiamano alla mente quanto era già stato narrato nel Libro dell’Esodo, poco dopo l’uscita dall’Egitto. Prima di esaminare i nuovi tragici svolgimenti, è perciò utile ricordare gli avvenimenti che avevano segnato le tappe del primo periodo trascorso dagli Israeliti nel deserto, nell’ordine in cui la Torah li espone:

1) Attraversamento del Mar Rosso e canto di vittoria (Esodo 14 – 15:21)

         2) Lamentele del popolo per la mancanza d’acqua (Esodo 15:22-27)

              3) Lamentele per la mancanza di carne; osservanza dello Shabbat (Esodo 16)

         4) Nuove lamentele per la mancanza d’acqua (Esodo 17:1-7)

5) Vittoria di Israele contro Amalek  (Esodo 17:8-16).

Il racconto si svolge secondo una struttura chiastica facilmente individuabile. La vittoria degli Israeliti sugli Egiziani presso il Mar Rosso (1) è messa in parallelo alla battaglia contro Amalek (5). La sete del popolo accomuna sia la seconda che la quarta sequenza narrativa. Al centro dello schema troviamo le lamentele per la mancanza di carne, con la successiva discesa della manna e il precetto del riposo sabbatico.

Tutti questi temi ritornano nel Libro dei Numeri, al termine delle peregrinazioni degli Israeliti nel deserto. Anche qui, come nell’Esodo, il popolo affronta le stesse sfide e le stesse problematiche. Al posto del Faraone e di Amalek ora ci sono i temibili Cananei;  le proteste e il bisogno di acqua e di cibo affliggono la nuova generazione come quella precedente.

Eppure, in questa successione di eventi che ricorrono, avviene un cambiamento inatteso: Moshè, la grande guida del popolo ebraico, assieme a suo fratello Aaron, viene ora escluso dalla promessa di entrare nella Terra santa:

E Hashem disse a Moshè e ad Aaron: «Poiché non avete creduto in me per dare gloria al Mio Nome agli occhi dei figli d’Israele, voi non introdurrete questa assemblea nel paese che io ho dato loro» (Numeri 20:12).

Questa drammatica decisione della Volontà divina è espressa in seguito a una vicenda molto simile ai racconti del Libro dell’Esodo che prima abbiamo ricordato. Il problema nasce ancora una volta dalle recriminazioni del popolo assetato:

Il popolo ebbe una lite con Moshè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti ad Hashem! Perché avete condotto la comunità di Hashem in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere».
Allora Moshè e Aaron si allontanarono dalla comunità per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la Gloria di Hashem apparve loro. Hashem disse a Moshè: «Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame».
Moshè dunque prese il bastone che era davanti ad Hashem, come Hashem gli aveva ordinato. Moshè ed Aaron convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, ribelli! vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?».  Moshè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza. Ne bevvero la comunità e tutto il bestiame (Numeri 20:1-11).

Nulla di nuovo, a prima vista, se non fosse che questo lieto epilogo è seguito immediatamente dalla condanna a morire nel deserto inflitta ai due capi di Israele. Ma qual è il peccato di Moshè? Cos’ha fatto il più grande Profeta della Bibbia per meritare tanta disapprovazione? I Maestri e i commentatori hanno cercato di risolvere l’enigma proponendo interpretazioni diverse. Secondo Rashi, l’errore di Moshè fu quello di colpire la roccia invece di parlare ad essa come gli era stato comandato. Eppure la Torah ci dice che l’ordine di Dio iniziava proprio con le parole “Prendi il bastone”, e inoltre Moshè aveva già compiuto un gesto molto simile in passato (vedi Esodo 17:6), senza che ci fossero conseguenze negative. È dunque difficile ritenere del tutto soddisfacente questa prima spiegazione.

Maimonide individua il peccato di Moshè nell’asprezza delle parole che egli rivolge al popolo: “Ascoltate, ribelli!”. Nachmanide e il Chizkunì pongono invece l’attenzione su ciò che Moshè afferma riguardo al miracolo: “Vi faremo forse noi uscire acqua da questa roccia?”. Un simile modo di esprimersi potrebbe infatti lasciar credere erroneamente che a fornire l’acqua siano Moshè e Aaron con i loro poteri, mentre lo scopo del miracolo era invece quello di santificare il Nome di Dio per rinnovare la fede degli Israeliti.
Altri commentatori, fra cui Ibn Ezra, ritengono che il motivo della condanna sia da identificare nell’atteggiamento tenuto dalle due guide d’Israele davanti alle proteste del popolo: essi infatti si allontanarono in fretta dall’assemblea dimostrando così la loro debolezza. Di tutt’altro avviso è invece Abrabanel, il quale spiega che la decisione divina di impedire a Moshè l’ingresso nella terra promessa era in realtà già stata presa in occasione della triste vicenda dei dodici esploratori (Numeri 14:26-33), e che l’episodio della roccia non è quindi da intendere come la causa principale della punizione.
L’approccio interpretativo che consiste nel ricercare in ogni minimo dettaglio del brano una trasgressione da imputare a Moshè diviene oggetto di critica da parte di Samuel David Luzzatto, che scrive: “Moshè nostro Maestro ha compiuto solo un peccato, ma i commentatori fanno gravare su di lui più di tredici peccati, poiché ciascuno nel proprio cuore inventa un nuovo peccato”.

Secondo Rabbi Jonathan Sacks, più che un vero e proprio peccato, ciò che la Torah imputa a Moshè è probabilmente la sua inadeguatezza a guidare una nuova generazione, poiché ogni epoca ha bisogno di un proprio leader, e l’autorità di una guida non può trascendere lo spazio e il tempo. Chi ha condotto gli Israeliti alla libertà, e ha affrontato la loro mentalità di schiavi, non può riuscire anche a trasformare un popolo di nomadi in una nazione stabilita sulla terra. Attraversare il Mar Rosso non è come attraversare il Giordano.

Sembra che inoltre, in questo contesto, le colpe del popolo siano in parte attribuite anche al suo condottiero, che è responsabile dell’istruzione e dell’avanzamento morale della sua gente, e che è chiamato ad identificarsi con l’intera comunità. Ma in tutto ciò, l’unica cosa davvero certa è che alla domanda “Perché a Moshè non fu permesso di entrare nella terra promessa?” si continuerà a rispondere con nuove ipotesi e nuove interpretazioni.