Daniele – Parte 4: Il montone e il capro

...Sta' bene attento, o figlio d'uomo, perché questa visione riguarda il tempo della fine (Daniele 8:17).

Nel nostro studio del Libro di Daniele, l’ultima volta ci siamo occupati del sogno della statua di Nevukadnetsar, con la sua predizione relativa ai quattro regni che domineranno la terra prima dell’avvento del regno messianico.

Più avanti, ai capitoli 7 e 8, Daniele torna ad affrontare lo stesso tema, aggiungendo nuovi elementi che arricchiscono il quadro già tracciato in precedenza.

Piuttosto che parlare della visione del capitolo 7 (le quattro bestie), analizzeremo prima quella del capitolo 8 (il montone e il capro), poiché alcuni dettagli inclusi in quest’ultima ci permetteranno in seguito di riflettere meglio sulla visione precedente, che appare più complessa.

Imperi e animali

Le visioni allegoriche dei capitoli 7 e 8 ripropongono lo stesso schema già presente nella visione della statua: una successione di regni sempre più potenti e temibili a cui fa seguito un intervento divino che porta la giustizia sulla terra. In questi casi, tuttavia, le immagini utilizzate sono diverse: il testo non rappresenta più i regni in questione come metalli o sostanze inanimate, ma come animali (bestie feroci al capitolo 7, animali domestici al capitolo 8).

Quello di Daniele non è l’unico libro nella Bibbia in cui le nazioni e i loro sovrani sono descritti poeticamente come bestie o creature mostruose. Basti pensare ai termini tanninim e Leviathan (mostri marini o serpenti acquatici), impiegati in alcuni versi per alludere all’Egitto e al Faraone (Ezechiele 29:3; Salmi 74:13-14).

Nel caso di Daniele, però, non siamo davanti a semplici metafore: le visioni qui descritte ci presentano una “versione codificata” della storia dell’umanità, dove ogni particolare rimanda a un significato preciso da decifrare.

Tali visioni confondono lo stesso Daniel: se prima egli era il saggio che interpretava con successo i sogni del re, finendo per essere omaggiato e quasi divinizzato, ora abbiamo invece un Daniel più umile, atterrito e confuso dai suoi stessi sogni, il cui significato è rivelato da una figura angelica che interviene per offrire il suo aiuto (8:15-16).

La differenza si deve al fatto che questa volta Daniel è coinvolto in prima persona nell’esperienza mistica, e assiste in maniera diretta al presagio delle sventure che si abbatteranno sul popolo d’Israele, che nel sogno della statua non erano state neppure menzionate.

In linea con il tipico rifiuto biblico di esaltare eccessivamente qualsiasi creatura mortale, il testo riporta dunque il nostro protagonista alla sua natura vulnerabile, come si comprende anche dal fatto che l’angelo si rivolge a Daniel chiamandolo ben adàm (8:17), cioè “figlio d’uomo”, che in ebraico significa “essere umano”.

Si deve inoltre notare che, mentre dal capitolo 2 al 7 il testo è scritto in aramaico, dal capitolo 8 ritorna invece la lingua ebraica. Secondo la studiosa Gitta Neufeld, questo cambio di idioma si spiega considerando che la visione del montone e del capro avviene “nel terzo anno del regno di Belshazzar” (8:1), ossia l’anno della caduta di Babilonia. L’abbandono della lingua aramaica (la lingua dei Babilonesi) a favore dell’ebraico potrebbe essere allora un segno di affrancamento dal dominio straniero. In ogni caso, come abbiamo visto nella prima parte, l’alternanza delle due lingue nel testo ha anche un valore strutturale.

Il significato della visione

Alzai gli occhi e guardai, ed ecco, in piedi davanti al torrente un montone che aveva due corna; le due corna erano alte, ma un corno era più alto dell'altro, anche se il più alto era spuntato per ultimo. Vidi il montone che cozzava a ovest, a nord e a sud, nessuna bestia gli poteva resistere, né alcuno poteva liberare dal suo potere. Così fece ciò che volle e diventò grande (8:3-4). 

Per scoprire a cosa si riferisca l’immagine del montone non dobbiamo sforzarci: è l’angelo stesso, al v. 20, a spiegarci che questo animale rappresenta “i re della Media e della Persia“.

Possiamo pertanto intuire facilmente che il corno più piccolo, ma spuntato per primo, corrisponda alla Media, mentre quello più grande alla Persia. Il popolo dei Persiani, infatti, era inizialmente sottomesso ai Medi, ma in seguito si emancipò e ottenne il potere grazie al re Ciro, fondatore di un grande impero.

Come si nota, il brano tralascia del tutto il regno di Babilonia, con cui si apriva invece il sogno della statua (e la visione delle quattro bestie al cap. 7), poiché la sua caduta per mano dei Persiani era ormai imminente al tempo in cui Daniel ebbe la visione (8:1).

Mentre consideravo ciò, ecco venire dall'ovest un capro [che percorreva] tutta la superficie della terra senza toccare il suolo. Il capro aveva un corno vistoso fra i suoi occhi. Giunse fino al montone dalle due corna, che avevo visto in piedi davanti al torrente, e gli si avventò contro nel furore della sua forza (8:5-6).

L’arrivo del capro pone fine al dominio del montone. L’angelo ci rivela che questo secondo animale corrisponde al regno di Yavàn (8:21), cioè “Ionia”. Tale nome è usato tutt’oggi dagli Ebrei per riferirsi alla Grecia.

Il capro ha un grosso corno che rappresenta “il primo re”: non c’è dubbio che si tratti di Alessandro Magno, che con una rapidissima campagna militare sconfisse la Persia e divenne il padrone assoluto del mondo, impresa a cui rimanda il movimento del capro, che percorre tutta la terra “senza toccare il suolo” (8:5).

Nel 323 a.e.v., proprio quando era giunto al culmine del suo potere, Alessandro morì improvvisamente. Il testo, infatti, ci dice che il grande corno del capro si spezzò, e che “al suo posto spuntarono quattro corna vistose, verso i quattro venti del cielo” (8:8). Si parla qui della divisione dell’impero greco tra i Diadochi e della nascita dei quattro regni ellenistici che, come dice ancora il brano, non raggiunsero mai la stessa potenza del glorioso impero di Alessandro (8:22).

Fino a qui, malgrado le allegorie e le immagini allusive, la visione risulta molto semplice da decifrare, tanto che tutti i commentatori e gli studiosi sono sostanzialmente concordi nella sua interpretazione. Le divergenze sorgono però a causa di ciò che avviene adesso:

Da una di queste [quattro corna] uscì un piccolo corno, che diventò molto grande verso sud, verso est e verso il paese glorioso. Si ingrandì fino a giungere all'esercito del cielo, fece cadere in terra parte dell'esercito e delle stelle e le calpestò. Si innalzò addirittura fino al capo dell'esercito, gli tolse il sacrificio continuo e il luogo del suo Santuario fu abbattuto. L'esercito gli fu dato in mano assieme al sacrificio continuo, a motivo della trasgressione. La verità fu gettata a terra (8:9-12).

Secondo la spiegazione dell’angelo, questo piccolo corno è “un re dall’aspetto feroce” (8:23) che sottometterà il “popolo dei santi” (Israele) e insorgerà persino contro “il Principe dei principi” (Dio), ma alla fine sarà sconfitto “senza mano [d’uomo]” (8:25).

Chi è dunque il piccolo corno? Rashi lo identifica con l’impero romano; per Saadia Gaon si tratta dell’Islam, e per Abravanel del papato. Alcune congregazioni cristiane hanno visto in esso addirittura la potenza angloamericana o un “nuovo ordine mondiale” del terzo millennio.

Queste interpretazioni hanno qualcosa in comune: tutte si sforzano di rendere il nostro brano il più rilevante possibile rispetto alla situazione storica in cui vivevano coloro che le hanno formulate, cercando in qualche modo di applicare le predizioni di Daniel al tempo presente.

Se vogliamo però mantenerci fedeli al testo, non dobbiamo cercare adempimenti così lontani nel tempo: ricordiamo infatti che il piccolo corno sorge da uno dei quattro regni nati dalla divisione dell’impero di Alessandro, quindi dai regni ellenistici. L’orizzonte temporale è perciò ben definito.

A questo proposito, il libro dei Maccabei, un’opera storica che non fa parte del canone ebraico delle Scritture, ci racconta:

“Alessandro dunque aveva regnato dodici anni quando morì. I suoi ufficiali assunsero il potere, ognuno nella sua regione. Dopo la sua morte cinsero tutti il diadema e, dopo di loro, i loro figli per molti anni, moltiplicando i mali sulla terra. Uscì da loro una radice perversa, Antioco Epìfane, figlio del re Antioco, che era stato ostaggio a Roma, e cominciò a regnare nell’anno centotrentasette del regno dei Greci” (1 Maccabei 1:7-10).

Dobbiamo allora seguire l’interpretazione di Ibn Ezra, secondo cui il piccolo corno è il sovrano seleucide Antioco Epifane. Questo re, passato alla storia per la sua ambizione ed eccentricità, si impegnò a opprimere Israele nel tentativo di soffocare l’identità ebraica, compiendo grandi stragi.

Un confronto tra il Libro di Daniele e le fonti storiche come il libro dei Maccabei non lascia spazio a dubbi: Antioco devastò Gerusalemme e profanò il Tempio (“Il luogo del Santuario fu abbattuto”), ponendo fine alle offerte sacrificali degli Ebrei (“…gli tolse il sacrificio continuo”), e morì per cause naturali (“senza mano d’uomo”).

Duemilatrecento sere e mattine

Secondo Daniele 8:14, la desolazione del Tempio e la cessazione del sacrificio continuo causate dal piccolo corno dureranno “duemilatrecento sere e mattine”, al termine delle quali “il Santuario sarà purificato”. Ciò appare coerente con la vicenda di Antioco?

Per opporsi al dominio del tiranno seleucide, alcuni Ebrei insorsero nel 167 a.e.v., dando inizio alla celebre Rivolta dei Maccabei. Dopo circa tre anni e mezzo di scontri con le forze ellenistiche, nel 164 i ribelli ottennero il controllo di Gerusalemme e riconsacrarono il Tempio profanato da Antioco.

Il verso di Daniele non parla di “duemilatrecento giorni”, ma “duemilatrecento sere e mattine” (alla lettera “sera e mattina”). L’uso di questa espressione può essere spiegato considerando che qui si fa riferimento al “sacrificio continuo”, cioè il korbàn tamìd, che veniva offerto nel Santuario due volte al giorno: alla mattina e alla sera.

“Duemilatrecento sere e mattine” corrispondono allora a 2300 offerte mancate del korban tamid, quindi a 1150 giorni in cui il culto del Tempio sarà interrotto a causa del piccolo corno. Ciò equivale a poco più di tre anni, un dato decisamente compatibile con la cronologia della persecuzione di Antioco e della Rivolta dei Maccabei.

Il tempo della fine?

L’importanza e la solennità della visione sono sottolineate dal fatto che, come dichiara l’angelo a Daniel, essa riguarda “il tempo della fine” (8:17-19). Ma di quale fine si tratta? La fine di cosa?

Pensando che si parli qui della “fine dei giorni” (come in Daniele 12:13), molti sono stati condotti a rigettare l’interpretazione storica (che identifica il piccolo corno con Antioco Epifane) e a cercare adempimenti futuri, dal momento che all’epoca dei Maccabei non si verificò alcuna “fine del mondo”, né altri sconvolgimenti apocalittici che l’espressione “tempo della fine” potrebbe farci venire in mente.

Nel contesto del nostro capitolo, esiste tuttavia un’alternativa che sembra più coerente. Al v. 19, l’angelo dice a Daniel: “Ecco, io ti faccio conoscere ciò che avverrà nell’ultimo [tempo] dell’indignazione, perché [la visione riguarda] il tempo fissato della fine”.

In questo verso, il tempo della fine è collegato all'”ultimo tempo dell’indignazione” (acharìt ha’azàm). Ciò può riferirsi al momento in cui Dio cesserà di essere indignato verso Israele per i suoi peccati, facendo placare quell’ira che aveva causato la distruzione del Primo Tempio. La vittoria miracolosa contro il potente regno seleucide, celebrata con la festa di Hanukkah, rappresentò infatti per gli Ebrei il segno del rinnovato favore divino dopo le tante sventure subite e la lunga dominazione straniera.

È anche possibile che “l’indignazione” di cui si parla sia in realtà rivolta non a Israele ma ai suoi oppressori, i quali provocheranno l’ira del Creatore con i loro crimini finché essa non giungerà al “culmine“. Lo stesso termine compare infatti in questo senso in Daniele 11:36, anche qui in riferimento ad Antioco: “Il re dunque farà ciò che vuole, s’innalzerà, si magnificherà sopra ogni dio e proferirà cose inaudite contro il Dio degli dèi e avrà successo finché non sarà colma l’indignazione (ha’azam)”.

Non ci resta allora che dedicarci al capitolo 7, la visione delle quattro bestie, facendo tesoro di quanto abbiamo appreso finora. Questo sarà l’argomento del prossimo articolo.

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