Rosh HaShanah: il capodanno nel settimo mese

Come descrivereste la festa solenne di Rosh HaShanàh? Chiunque risponderebbe dicendo che si tratta del capodanno ebraico, celebrato con il suono dello shofar (corno di montone), le preghiere incentrate sulla regalità divina, ma anche con i pasti festivi che esprimono l’auspicio di trascorrere un anno pieno di dolcezza. Inoltre, è essenziale ricordare che questa festa è considerata il “Giorno del Giudizio” – cioè il giorno dell’anno in cui Dio esamina la condotta di ogni creatura –, e che essa segna l’inizio di un periodo di intenso pentimento in cui è obbligatorio sforzarsi di rimediare ai propri errori.

Ma com’è descritta questa festa nella Torah? In tutt’altro modo, secondo quanto sembrerebbe dai pochi versi che ne parlano.

Il settimo mese, nel primo giorno del mese, avrete un giorno di riposo, un annuncio del clamore, una santa convocazione. Non farete alcun lavoro e porterete sacrifici con il fuoco ad HaShem (Levitico 23:24-25).

Il settimo mese, nel primo giorno del mese, avrete una santa convocazione: non farete alcun lavoro. Sarà per voi il giorno del clamore (Numeri 29:1).

Tutto qui. Nessun riferimento al Giorno del Giudizio o al ravvedimento; e neppure l’idea del “capodanno” appare supportata dal testo biblico, che al contrario pone questa festività nel settimo mese e non la chiama mai con il nome di Rosh HaShanah (alla lettera, appunto, “capo dell’anno”).

Con l’eccezione del suono dello shofar, richiamato dal termine teruàh (“clamore”), che altrove indica proprio il suono di questo antico strumento (vedi Levitico 25:9), tutti gli altri elementi tradizionalmente associati alla festa sembrano essere assenti dal testo della Torah.

La Bibbia parla di Rosh HaShanah, o meglio del “giorno del clamore” (Yom Teruah), in maniera decisamente enigmatica, senza rivelarne esplicitamente l’origine o il significato, e senza dirci neppure ciò che la festa celebra o commemora. A questo proposito, nel suo commentario alla Torah, Nachmanide scrive: “Dio ci ha detto di osservare una festività senza spiegarci il motivo e lo scopo”. Che legame esiste allora tra l’esposizione biblica così oscura e la successiva “versione rabbinica” di questa solennità?

Quale calendario?

Come abbiamo appena osservato, l’idea che la festa biblica del “giorno del clamore” sia tradizionalmente nota come il “capodanno ebraico” sembra in contraddizione con il fatto che tale festività si celebri nel settimo mese, chiamato Tishrei. Secondo il calendario istituito dalla Torah, l’anno comincia infatti con il mese di Nissan, in primavera, ossia il mese in cui ebbe inizio la Redenzione dall’Egitto, come è scritto in Esodo 12:1-2: “HaShem disse a Moshè e ad Aharon nel paese d’Egitto: «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno»”.

Con quale criterio allora i rabbini hanno denominato “capodanno” una festa che invece ricorre in Tishrei, a circa metà dell’anno?

La risposta è in realtà piuttosto semplice, poiché l’inizio dell’anno varia a seconda della prospettiva da cui ci poniamo. Dal punto di vista della storia nazionale di Israele, certamente l’anno si apre con il mese della liberazione dalla schiavitù, che inaugura il calendario religioso specifico dell’Ebraismo.

La Bibbia riconosce però anche un altro calendario (con un altro inizio): quello agricolo, di importanza fondamentale nell’assetto economico della società non solo in Israele, ma anche in gran parte del mondo antico. La Torah fa riferimento a questo calendario quando afferma che la “festa del raccolto”, cioè Sukkot, cade “alla fine dell’anno” (Esodo 23:16), e che l’anno sabbatico (l’ultimo anno del ciclo agricolo settennale) ha inizio proprio nel settimo mese (Levitico 25:8-9).

Coerentemente con tale concezione, il Talmud (Rosh HaShanah 8a) afferma che “Tishrei è considerato il capodanno in relazione alle stagioni”. Con questo capodanno si rinnova il ciclo di semina, crescita e raccolta che comincia in autunno, con la stagione delle piogge. A ciò sembra alludere anche il verso di Deuteronomio 11:12 in cui, proprio in riferimento alla pioggia, il testo afferma che Dio ha cura della terra santa (per fornire l’acqua di cui i suoi abitanti hanno bisogno) “dal principio alla fine dell’anno”. 

L’annuncio del Giudizio

Possiamo a questo punto chiederci su quale base si fondi la concezione rabbinica di Rosh HaShanah come Yom HaDin (Giorno del Giudizio): si tratta forse di una tradizione del tutto indipendente dal testo biblico?

Secondo Rabbi Menachem Leibtag, l’origine di questa idea va ricercata proprio nel significato agricolo della festività, considerando l’importanza cruciale delle piogge d’autunno per la sopravvivenza del popolo in Terra d’Israele:

“In previsione della stagione delle piogge (che inizia in autunno) e delle conseguenze che essa avrà sull’intero anno, la Torah comanda ai figli di Israele di riservare un mikrà kodesh – una speciale congregazione – nel settimo mese affinché essi si riuniscano per dichiarare la sovranità di Dio su tutta la Creazione. Facendo ciò, ci ricordiamo che è Dio a determinare il nostro destino, in base alle nostre azioni” (fonte: https://tanach.org/special/rosh.txt).

Notando che il suono dello shofar (a cui è associato il termine teruah) era impiegato nei tempi biblici nel contesto della guerra (Giosuè 6:5; Giudici 7:16-20), spesso per lanciare un allarme alla popolazione (Amos 3:6; Sofonia 1:16), Rabbi Leibtag afferma inoltre:

“La Torah ci ordina di osservare uno Yom Teruah (“giorno del clamore”) il primo giorno del settimo mese. Chiaramente, la Torah non ci chiede di andare in guerra in questo giorno; tuttavia, ci viene comandato di creare un’atmosfera che simuli la tensione e il timore della guerra. Facendo ciò nell’attesa del nuovo anno agricolo che sta per cominciare, mostriamo a Dio la nostra convinzione che il nostro destino è nelle sue mani” (Ibidem).

I temi della regalità del Creatore e del suo Giudizio sul mondo intero – essenziali nella visione rabbinica di Rosh Hashanah – compaiono in realtà in una serie di Salmi (95-99), in cui si afferma, ad esempio: “HaShem regna […] egli giudicherà i popoli con rettitudine. […] Poiché egli viene, viene a giudicare la terra. Egli giudicherà il mondo con giustizia e i popoli nella sua fedeltà” (96:10-13); “Il Re è potente e ama la giustizia. Tu hai stabilito il diritto e hai esercitato in Giacobbe giudizio e giustizia” (99:4).

La liturgia ebraica di Rosh HaShanah, incentrata sull'”incoronazionedi Dio e sul tema del giudizio, appare ispirata proprio a questi (e ad altri) capitoli dei Salmi nei quali, almeno in un verso, si può intravedere una connessione con la festività biblica del “giorno del clamore” : “Con le trombe e con il suono dello shofar acclamate dinanzi al re HaShem” (98:6).

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