Chi ha scritto la Torah? Il caso del Deuteronomio

In un commento inviato sul nostro sito, un utente ha scritto:

…non si deve dimenticare che il Deuteronomio è uno scritto relativamente tardo. Secondo la Bibbia è stato scritto dal re Giosia nel VII secolo a.C. contrabbandandolo come il fortunoso ritrovamento di un rotolo perduto della Torà. Ma è altresì molto probabile che sia stato composto da Esdra, il primo legislatore dopo il ritorno in Israele in seguito all’editto di Ciro.

Questo commento ci offre la possibilità di affrontare nel dettaglio un argomento interessante e di grande importanza: chi è l’autore del Libro del Deuteronomio? E più in generale, quando e da chi è stata composta la raccolta di testi che oggi chiamiamo Torah o “Pentateuco”?

In contrasto con la tradizione che attribuisce la stesura della Torah a Mosè, la moderna critica testuale ritiene che il Deuteronomio (in ebraico Devarím), come molti altri libri della Bibbia, non sia il prodotto di un unico autore, ma sia stato scritto in tempi diversi da vari autori.

La sua sezione principale, costituita dai capitoli 5-26, sarebbe stata composta, come ci ha ricordato il nostro utente, all’epoca del re Giosia, che con la sua grande riforma intendeva abolire il culto di tutti gli dèi diversi dal Dio di Israele.

Il monoteismo ebraico, secondo la critica, non risale dunque ad Abramo o a Mosè, ma è invece un concetto teologico sorto da un’evoluzione religiosa progressiva che ebbe uno dei suoi momenti cruciali proprio nella rigorosa riforma di Giosia.

A completare il Deuteronomio con la composizione dei capitoli 1-4 e 27-34 sarebbe stato il sacerdote Esdra e altri autori vissuti dopo il ritorno dall’esilio a Babilonia. Secondo alcuni studiosi, il testo avrebbe raggiunto la sua forma attuale in epoca molto tarda, nel IV secolo a.e.v., quindi più di otto secoli dopo la morte di Mosè.

In questo articolo ci proponiamo ora di mettere alla prova ciò che la critica afferma in merito alla stesura del Deuteronomio, mettendo in luce elementi che contraddicono i fondamenti delle ipotesi accademiche. Faremo ciò per amore della ricerca obiettiva, sulla base delle scoperte di studiosi contemporanei, sforzandoci di condurre un’analisi libera da preconcetti.

Chi seguirà le nostre riflessioni con il medesimo spirito, arriverà forse a concordare con la definizione di Rabbi Menachem Leibtag secondo cui il Deuteronomio è “il libro più frainteso di tutta la Bibbia”.

Il luogo che Dio sceglierà

Uno dei primi motivi che ha spinto i critici a vedere nel Deuteronomio un’opera molto più tarda dell’epoca di Mosè è il fatto che in questo testo si insista molto sull’esistenza di un luogo centrale di adorazione, un santuario unico per l’intero popolo d’Israele:

Cercherete [Dio] nella sua dimora, nel luogo che HaShem, vostro Dio, sceglierà fra tutte le vostre tribù, per farvi risiedere il suo nome. Là andrete (12:5).

Ciò è in netto contrasto con quanto si legge nei vari racconti biblici dove si parla di bamòt (“alture”), ossia “altari locali” costruiti in molti luoghi di Israele. Alcuni di essi erano utilizzati per adorare divinità pagane, ma altre erano luoghi di culto del Dio degli Ebrei. Persino il profeta Samuele era solito recarsi presso uno di questi altari per offrire sacrifici (1 Sam. 9:12). Forse egli non conosceva la legge del Deuteronomio, secondo cui Israele ha un solo santuario legittimo?

La Bibbia ci racconta che il re Giosia distrusse tutte le bamot (2 Re 23:8) stabilendo il Tempio di Gerusalemme come unico santuario, e abolì inoltre tutte le manifestazioni dell’idolatria, facendo ciò per attenersi a un antico “libro della Legge” (23:24) andato perduto e recentemente ritrovato all’interno del Tempio.

Per molti studiosi, tale ritrovamento è da intendere come una mera  finzione letteraria o come un’invenzione propagandistica: il presunto libro “ritrovato”, cioè il Deuteronomio, era stato in realtà scritto proprio al tempo di Giosia allo scopo di far apparire la riforma del sovrano come una fedele messa in pratica degli insegnamenti di Mosè.

Da una prospettiva storica, l’ipotesi può apparire convincente. Eppure ci si dovrebbe chiedere: se la norma che stabilisce la legittimità di un unico luogo di culto in Israele è stata scritta davvero al tempo di Giosia (magari da uno scriba della sua corte), perché il testo non menziona Gerusalemme? In altri termini, se lo scopo di tale legge era di giustificare la politica religiosa del re, perché mai impiegare un’espressione sibillina e generica come “il luogo che Dio sceglierà” (ripetuta oltre quindici volte nel Deuteronomio)?

All’epoca della riforma di Giosia, all’interno del popolo ebraico esistevano opinioni contrastanti su quale fosse il luogo sacro “prediletto” dal Creatore. Nel regno di Giuda, dove regnava la dinastia davidica, tale luogo era identificato con Gerusalemme; ma nel regno ebraico del nord, il re Geroboamo aveva stabilito le città di Bet-El e Dan come sedi principali di adorazione (1 Re 12:26-30).

Era dunque nel pieno interesse del presunto autore del Deuteronomio chiarire una volta e per sempre la questione e affermare che il luogo del Santuario si trova a Gerusalemme. Difficilmente uno scriba del re Giosia si sarebbe fatto sfuggire una simile occasione di mettere a tacere i sostenitori dei culti rivali.

E invece, per oltre quindici volte, il testo si limita a parlare del “luogo che Dio sceglierà”, senza allusioni più precise o indizi geografici, non facendo chiarezza, anzi favorendo addirittura nuovi scismi, come di fatto avvenne quando i Samaritani identificarono il Monte Gherizìm come il vero luogo del santuario. Essi basarono la loro scelta sul fatto che proprio il Deuteronomio, in un altro brano, indica questo monte come il punto da cui gli Israeliti, una volta entrati nel paese, avrebbero dovuto proclamare le benedizioni divine (Deut. 11:29).

Ricordiamo a questo proposito che in Genesi 28:19 il testo menziona Beit-El come la località in cui Giacobbe ebbe il famoso “sogno della scala” e costruì un monumento sacro.

A maggior ragione, in presenza di un simile riferimento al principale luogo sacro degli oppositori del Tempio di Gerusalemme, è davvero difficile pensare che Giosia o Esdra non abbiano pensato di inserire il nome della città santa nella Torah. Un problema che scompare se si fa risalire il Deuteronomio a un’epoca molto più antica di queste contese religiose.

Che dire allora delle bamot? Dobbiamo tenere conto del fatto che, al tempo in cui il profeta Samuele offriva sacrifici su un “altare locale”, non esisteva alcun Santuario nazionale in Israele, poiché il Tabernacolo di Shiloh era stato distrutto dai Filistei alcuni decenni prima.

Secondo la tradizione ebraica, quando le circostanze storiche non permettevano l’istituzione di un santuario centrale, l’adorazione presso le bamot era considerata lecita, seppure in via temporanea. La costruzione del Tempio da parte di Salomone modificò tale situazione in modo permanente, rendendo pienamente applicabile il precetto deuteronomico di accentrare il culto in un unico luogo.

Si noti che, prima di Giosia, già un altro sovrano è lodato dalla Bibbia per aver eliminato gli altari locali: il re Ezechia (2 Re 18:3-4). Il suo provvedimento ebbe però vita breve, poiché il figlio Manasse, una volta divenuto re, “ricostruì le bamot demolite dal padre Ezechia” (21:2).

L’annuncio dell’esilio

In due diverse occasioni, parlando delle sciagure che colpiranno la nazione ebraica in caso di infedeltà alla Legge divina, il Deuteronomio predice che il popolo perderà il possesso della terra promessa e sarà esiliato dai suoi nemici:

HaShem vi disperderà fra i popoli e solo un piccolo numero di voi sopravviverà in mezzo alle nazioni dove HaShem vi condurrà. Là servirete dèi fatti da mano d'uomo, dèi di legno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non mangiano, non annusano (4:27-28).
HaShem farà muovere contro di te, da lontano, dalle estremità della terra, una nazione come l'aquila che vola: una nazione della quale non capirai la lingua. [...] HaShem ti disperderà fra tutti i popoli, da un'estremità all'altra della terra, e là servirai altri dèi, che né tu né i tuoi padri avete mai conosciuto, di legno e pietra. E fra quelle nazioni non troverai pace e non vi sarà luogo di riposo per la pianta dei tuoi piedi (28:49-65).

Dal punto di vista di un credente legato alla tradizione, questi versi non mettono in discussione l’origine mosaica del Libro: il grande profeta Mosè, parlando in nome di Dio, poteva certamente predire ciò che sarebbe avvenuto in futuro al suo popolo.

Ma da una prospettiva storico-critica, si ritiene invece generalmente che questi brani siano stati scritti dopo le invasioni assire e babilonesi della terra d’Israele, in un’epoca in cui la nazione ebraica aveva già subito la perdita dell’indipendenza e l’esilio.

Commentando Deut. 4:27, Robert Alter scrive infatti:

“Questa terribile prospettiva […] tormenta il Deuteronomista, che scrive in un periodo successivo al tempo in cui l’impero neo-assiro aveva istituito una politica di deportazione degli elementi sostanziali delle popolazioni soggiogate al fine di rendere il territorio conquistato libero per la colonizzazione. In effetti, alcune sezioni del libro, inclusa questa, potrebbero essere state scritte durante l’esilio babilonese” (R. Alter, The Five Books of Moses).

Prima di accettare una simile conclusione, anche in questo caso è bene porsi alcune domande. Se l’autore di questi versi intendeva riferirsi alla conquista di Israele da parte degli imperi mesopotamici (Assiria e Babilonia), per quale motivo ha parlato di “una nazione di cui non capirai la lingua”, proveniente “dalle estremità della terra”, i cui déi erano sconosciuti agli Israeliti e ai loro padri?

Questa descrizione non appare applicabile all’Assiria né a Babilonia, nazioni relativamente vicine, in cui la lingua corrente era l’aramaico (idioma molto simile all’ebraico), che secondo 1 Re 18:26 era una lingua conosciuta dai capi di Giuda.

Quando nella Bibbia si parla delle “estremità della terra”, l’allusione è sempre a territori ancora sconosciuti perché molto remoti, il cui pensiero suscita la paura innata dell’ignoto. La Mesopotamia non corrisponde a questa descrizione, poiché era la terra d’origine del patriarca Abramo e della sua famiglia, come ci ricorda il libro di Giosuè:

E Giosuè disse a tutto il popolo: «Dice HaShem, Dio d'Israele: I vostri padri, come Terach padre di Abramo e padre di Nachor, abitarono dai tempi antichi oltre il fiume e servirono altri déi (Giosuè 24:2).

Quali erano questi dèi che i padri d’Israele servirono secondo Giosuè? Quelli adorati in Mesopotamia (la terra “oltre il fiume”). Dunque come potrebbe il Deuteronomio asserire che gli Israeliti in esilio serviranno divinità sconosciute ai loro antenati?

I brani in questione appaiono molto più coerenti se intesi come predizioni non specifiche, non ispirate alle deportazioni compiute dagli Assiri e dai Babilonesi, bensì all’idea di un “annullamento dell’Esodo” che priva gli Israeliti dei doni ottenuti grazie alle promesse di Dio (la terra, la libertà, le benedizioni divine), riportandoli alla loro condizione di schiavitù ed esilio.

Un’opera unica

Finora abbiamo raccolto soltanto piccoli ma significativi indizi che ci incoraggiano a mettere in discussione la teoria dell’origine del Deuteronomio proposta dalla critica biblica moderna. Esiste però anche una prova più consistente, che possa magari indicarci quale sia la direzione giusta? Riteniamo di sì.

Come abbiamo già ricordato, il Deuteronomio è concepito dagli studiosi come il risultato dell’integrazione di testi originariamente indipendenti: il nucleo principale, costituito dai capitoli 5-26, che risale all’epoca di Giosia, e altro materiale composto soprattutto dopo l’esilio in Babilonia, che in seguito è stato collocato in apertura e in chiusura del Libro.

Ebbene, mettiamo per un attimo da parte questa ricostruzione e concentriamoci sui seguenti versi:

Guardate, io pongo oggi davanti a voi la benedizione e la maledizione: la benedizione se ascolterete i comandamenti di HaShem, vostro Dio, che oggi vi prescrivo; la maledizione, se non ascolterete i comandamenti di HaShem, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire altri dèi che non avete conosciuto. E avverrà che quando HaShem, il tuo Dio, ti avrà introdotto nella terra che tu vai ad occupare, tu porrai la benedizione sul monte Gherizim e la maledizione sul monte Eival. Non sono forse essi al di là dal Giordano, ad ovest della strada dove il sole tramonta; nel paese dei Cananei che abitano nell'Aravah di fronte a Ghilgal, presso la Quercia di Moreh? Poiché voi state per passare il Giordano per entrare ad occupare la terra, che HaShem, vostro Dio, vi dà. Voi la possederete e vi abiterete. Abbiate dunque cura di mettere in pratica tutti gli statuti e i decreti che oggi io pongo davanti a voi (Deut. 11:26-32).

Questo brano precede e anticipa un lungo discorso di Mosè nel quale vengono illustrate le leggi della Torah che il popolo dovrà osservare una volta entrato nella terra promessa.

I versi che abbiamo citato introducono i seguenti temi: benedizioni e maledizioni (vv. 26-28); il Monte Eival e il Monte Gherizim (vv. 29-31); gli statuti e i decreti da mettere in pratica (v. 32). Il teologo tedesco Norbert Lohfink ha notato che questi stessi temi sono trattati (in modo più esteso) nei capitoli che seguono (12-28), ma esattamente in ordine inverso, formando la tipica struttura biblica detta “chiasmo”:

  • A. Benedizioni e maledizioni (11:26-28)
    • B. Monte Eival e Monte Gherizim (11:29-31)
      • C. Statuti e decreti (11:32)
      • C1. Statuti e decreti (12:1–26:19)
    • B1. Monte Eival e Monte Gherizim (27:1-26)
  • A1. Benedizioni e maledizioni (28:1-68)

Come si vede, il chiasmo così formato presenta dei confini molto ampi e si estende fino al capitolo 28, abbracciando quindi anche due capitoli (27-28) che secondo l’opinione del mondo accademico sarebbero estranei al nucleo originario del Deuteronomio, essendo stati scritti in un’epoca successiva. E invece, questi capitoli risultano inscindibili da quelli che li precedono, in quanto fanno parte dello stesso impianto artistico.

La scoperta di questa struttura letteraria rappresenta un duro colpo alla solida fortezza costruita dalla critica testuale. Il Libro, almeno nell’ampia sezione che comprende i capitoli da 11 a 28, appare così un’opera unica e coerente in cui i diversi temi sono disposti secondo un ordine tutt’altro che casuale.

La questione, naturalmente, non è per nulla risolta. Ci sono altri aspetti essenziali da affrontare e interrogativi a cui rispondere. Per il momento ci fermeremo qui, ma riprenderemo il discorso in un nuovo articolo andando alla ricerca di altre prove sull’origine del Deuteronomio e della Torah nel suo complesso.

5 commenti

  1. studio iniziale splendido per lucidità e chiarezza espositiva, attendo voracemente il seguito e gli approfondimenti su questo tema chiave, grazie!

  2. È un po’ che seguo il blog e trovo sempre illuminanti gli argomenti. Credo sia il miglior sito “noachide” in Italia. Spero che cresca sempre più.

  3. Caro redattore,

    riconosco che gli indizi con i quali intendi incrinare la “fortezza” accademica non sono da sottovalutare. Da parte mia, però, vorrei provare a confutarli poiché credo che Mosè non possa aver scritto nulla dei sacri testi… per la semplice ragione che a mio parere detto personaggio non sia mai esistito.

    Scrivi:
    “Se la norma che stabilisce la legittimità di un unico luogo di culto in Israele è stata scritta davvero al tempo di Giosia (magari da uno scriba della sua corte), perché il testo non menziona Gerusalemme? In altri termini, se lo scopo di tale legge era di giustificare la politica religiosa del re, perché mai impiegare un’espressione sibillina e generica come “il luogo che Dio sceglierà” (ripetuta oltre quindici volte nel Deuteronomio)?”

    Ritengo sia importante considerare innanzitutto il fatto che i sacerdoti si mantenevano con le offerte dei fedeli, le quali – anziché confluire interamente al tempio di Gerusalemme – erano disperse fra i molti santuari esistenti in Israele.
    Se, un bel giorno, i sacerdoti di Gerusalemme avessero annunciato il ritrovamento di un manoscritto sacro che certificava espressamente la loro sede quale l’unica legittimata a rimpinguarsi di tutte le offerte in circolazione, sarebbe apparsa palese agli occhi di tutti “l’opportunità” di quella scoperta.
    A quanto pare Giosia e i suoi sacerdoti non erano poi così ingenui da credere di poter imporre banalmente il proprio monopolio sia economico sia di potere in tutto Israele con uno scritto artificioso redatto su misura per loro. Infatti, quello scritto emerso misteriosamente si limitava ad attestare con accortezza (ma per più di quindici volte!) che era volontà divina che ci fosse un solo luogo di culto in tutto il paese.
    Tale attestazione, come primo e fondamentale risultato, intanto mirava a porre termine alla pluralità dei santuari. Poiché il manoscritto in causa decretava la legittimità di un unico santuario in tutta Israele ma senza definire quale dovesse essere, sorgeva ovviamente il quesito: qual era quello designato dalla volontà celeste?
    Gli scaltri sacerdoti di Gerusalemme sapevano che vi era una sola risposta valida a tale quesito: che quel santuario unico non poteva essere altro che il tempio della città santa, essendo la prima “casa” di HaShem costruita da re Salomone espressamente per decisione divina:

    “Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno” (2Samuele 7:13).

    “Egli infatti mi ha detto: Salomone tuo figlio costruirà il mio tempio e i miei cortili”
    (1Cronache 28:6).

    Ora, con quel “casuale” ritrovamento scritturale, veniva fuori che HaShem di “case” oltre alla prima – vale a dire il tempio di Gerusalemme – non ne voleva altre. L’eventuale aggiunta, in quel documento, che il suddetto tempio rappresentasse l’unica sede legittima per officiare i riti ebraici, sarebbe stata, più che superflua, un vero boomerang.
    Che poi i Samaritani, i cui culti israelitici erano mischiati con quelli stranieri, abbiano voluto identificare il santuario unico quello posto sul monte Gherizìm, ciò fa comprendere quanto fosse tenace l’opposizione in Palestina all’accentramento cultuale e, insieme ad esso, all’autorità politica di re Giosia. Difficile pensare che essi avrebbero abboccato alle pretese egemoniche di un re e di qualche sacerdote accreditate a chiare lettere in un documento esibito da loro stessi.
    Bisogna ricordare, a questo proposito, che il regno israelita di Samaria, detto del Nord, non esisteva più da diversi decenni. Ho l’impressione che la riforma di quel monarca mirasse soprattutto a rafforzare il suo potere nella Giudea e a estenderlo nel resto d’Israele. Sostanzialmente fu un tipo di riforma politica in veste religiosa – il che fa pensare a quella dell’imperatore romano Costantino, il quale, per conferire unità all’impero e solidità alla sua corona, elesse a religione di stato il cristianesimo.

    Mi viene spontaneo un confronto con i molti santuari panellenici della Grecia antica; riporto dall’enciclopedia Treccani:

    “I grandi santuari panellenici, frequentati da tutti i Greci e dotati di uno statuto internazionale: il santuario di Zeus ad Olimpia nell’Elide, quello di Apollo a Delfi nella Focide, il santuario di Poseidone all’Istmo presso Corinto e quello di Nemea tra Corinto ed Argo, anch’esso dedicato a Zeus.”

    Come è noto, in questi luoghi di culto si svolgevano periodicamente attività agonistiche fra tutti i greci, e accadeva che in tali occasioni le frequenti guerre fra le polis erano sospese. I greci erano dunque legati da una comune religione e il loro diritto di esercitarla non era impedito né dalle guerre né dal monopolio di un unico centro di culto.

    Scrivi:
    “Se l’autore di questi versi intendeva riferirsi alla conquista di Israele da parte degli imperi mesopotamici (Assiria e Babilonia), per quale motivo ha parlato di “una nazione di cui non capirai la lingua”, proveniente “dalle estremità della terra”, i cui déi erano sconosciuti agli Israeliti e ai loro padri? Questa descrizione non appare applicabile all’Assiria né a Babilonia, nazioni relativamente vicine, in cui la lingua corrente era l’aramaico (idioma molto simile all’ebraico), che secondo 1 Re 18:26 era una lingua conosciuta dai capi di Giuda.”

    Chi sostiene, come me, la tesi accademica che molti libri del Tanakh siano stati redatti da più autori, tiene conto che essi, soprattutto se appartenenti a epoche diverse, non avevano lo stesso livello di conoscenza. Prendiamo come esempio il libro di Daniele, la cui composizione secondo molti analisti è a più mani: in alcuni passi Media e Persia sono presentati, erroneamente, come due imperi distinti che in tempi successivi dominarono su Israele; in altri, invece, sono correttamente mostrati come un unico impero. Ciò rivelerebbe diversità di preparazione storica fra due scrittori del medesimo testo.
    Per rispondere alla tua osservazione, dico che agli occhi di uno degli autori di Deuteronomio la Mesopotamia poteva apparire come una regione posta ai confini della Terra, e gli dèi e la lingua dei popoli che vi risiedevano potevano essergli personalmente sconosciuti. O, anche qualora egli avesse avuto una erudizione storico/geografica meno approssimativa, potrebbe aver enfatizzato l’estraneità e la lontananza di quegli invasori e delle loro divinità, mostrandoli in un certo senso come oscuri alieni, per accentuare la percezione di tragedia cosmica subita dagli Israeliti soggiogati.

    Scrivi:
    “Come si vede, il chiasmo così formato presenta dei confini molto ampi e si estende fino al capitolo 28, abbracciando quindi anche due capitoli (27-28) che secondo l’opinione del mondo accademico sarebbero estranei al nucleo originario del Deuteronomio, essendo stati scritti in un’epoca successiva. E invece, questi capitoli risultano inscindibili da quelli che li precedono, in quanto fanno parte dello stesso impianto artistico. La scoperta di questa struttura letteraria rappresenta un duro colpo alla solida fortezza costruita dalla critica testuale. Il Libro, almeno nell’ampia sezione che comprende i capitoli da 11 a 28, appare così un’opera unica e coerente in cui i diversi temi sono disposti secondo un ordine tutt’altro che casuale.”

    Nulla vieta che la struttura a chiasmo del Deuteronomio sia stata elaborata soltanto in seguito; non è improbabile, cioè, che le aggiunte apportate in un secondo momento siano state organizzate in maniera da realizzare il chiasmo così da far apparire il tutto come un’opera unitaria, il che avrebbe conferito un punto in più alla veridicità dell’opera.
    Non penso ci sia motivo di sminuire la scaltrezza e l’abilità di quegli scribi o sacerdoti che miravano ad acquisire potere e ricchezza esibendo, ai loro tutt’altro che ingenui compatrioti, niente più che uno scritto creato artatamente da loro.

    Scrivi:
    “Persino il profeta Samuele era solito recarsi presso uno di questi altari per offrire sacrifici (1 Sam. 9:12). Forse egli non conosceva la legge del Deuteronomio, secondo cui Israele ha un solo santuario legittimo?”

    Qui mi pare che tu ti sia risposto da solo; infatti scrivi:
    “Che dire allora delle bamot? Dobbiamo tenere conto del fatto che, al tempo in cui il profeta Samuele offriva sacrifici su un “altare locale”, non esisteva alcun Santuario nazionale in Israele, poiché il Tabernacolo di Shiloh era stato distrutto dai Filistei alcuni decenni prima.”
    “Secondo la tradizione ebraica, quando le circostanze storiche non permettevano l’istituzione di un santuario centrale, l’adorazione presso le bamot era considerata lecita, seppure in via temporanea. La costruzione del Tempio da parte di Salomone modificò tale situazione in modo permanente, rendendo pienamente applicabile il precetto deuteronomico di accentrare il culto in un unico luogo.”

    Una mia curiosità:
    il libro di Levitico si sofferma molto sui rituali, come i sacrifici di espiazione e di riparazione sia individuali sia collettivi, che sembrano imprescindibili oltre che nella vita religiosa anche negli aspetti giuridici dell’ebraismo. Ad esempio, per la donna sposata e il suo amante scoperti in flagrante adulterio il Deuteronomio commina la pena di morte (22:22), ma il Levitico prescrive (19:20-22) che, se la donna maritata è soltanto una serva, tale pena è sostituita con un sacrificio offerto dal suo amante e officiato da un sacerdote.
    Ciò valeva nell’ebraismo antico, ma oggi? Presumo che odiernamente valgono le tradizioni talmudiche; mi chiedo però in che modo – o con quale autorità – queste abbiano sostituito un rigido protocollo qual è quello di Levitico, che fu dettato direttamente da HaShem.
    Riguardo ai cristiani della dottrina trinitaria mi pare che la questione si sarebbe risolta col sacrificio di Cristo: Dio, in quanto padre, pone le regole della Torah; Dio stesso, in quanto figlio, le ha abolite.

    1. Caro Marco,

      Vorrei innanzitutto rispondere alla tua domanda sull’Ebraismo odierno, sperando di aver inteso bene le tue parole. In mancanza del Tempio non è possibile offrire alcun sacrificio, e nell’Ebraismo si segue quindi il principio già formulato dai Profeti, ben prima che dal Talmud, secondo cui la preghiera sostituisce i sacrifici. Le preghiere sono chiamante infatti “i sacrifici delle nostre labbra” (Osea 14:2) che gli Israeliti possono sempre offrire quando manca il Tempio. Ciò è quanto prevede anche 1Re 8:46-50, secondo cui il popolo ebraico in esilio è chiamato a pregare in direzione del Tempio per ottenere l’espiazione.
      Oltre al Tempio, manca però anche un tribunale ebraico nazionale (Sinedrio), per cui non è possibile applicare in alcun modo le pene previste dalla Torah. I tribunali rabbinici locali si occupano perciò prevalentemente di questioni legate al matrimonio, al divorzio, alle conversioni e al cibo kasher. L’esempio da te riportato non sarebbe inoltre in ogni caso rilevante al giorno d’oggi, dato che non esistono più schiavi.

      La tua prima obiezione si addice più a una situazione sul modello del Nuovo Testamento, con una dottrina da predicare in un contesto relativamente pacifico. Ma qui siamo in un’atmosfera ben diversa: il re Giosia non usa argomentazioni dottrinali, ma distrugge gli altari rivali e li contamina con ossa umane. Dubito, inoltre, che qualcuno avrebbe rigettato il nuovo fantomatico Libro della Legge se avesse letto in esso che l’unico Tempio legittimo era quello di Gerusalemme: il libro contiene in fondo una pretesa molto più ambiziosa e anacronistica (secondo il punto di vista della critica, non il mio), cioè quella secondo cui dovrebbe esistere un unico santuario, quando persino i grandi profeti come Samuele avevano edificato altari al Dio d’Israele in vari luoghi del paese. L’esatta ubicazione del santuario è poca cosa se confrontata a questa innovazione.

      Come giustamente ricordi, il regno del Nord aveva cessato di esistere al tempo di Giosia. Ciononostante, il santuario di Bet El fatto costruire da Geroboamo era ancora attivo e venerato da molti, tanto che Giosia dovette farlo a pezzi.

      Dici che la scelta del Tempio di Gerusalemme come unica autentica casa di Dio doveva sembrare ovvia anche in assenza di una menzione esplicita, ma ciò è vero solo dal punto di vista della casa reale di David e dei suoi seguaci. Per un fedele di Bet El o di altri santuari, “il luogo che Dio sceglierà” poteva apparire un’espressione abbastanza generica da poter essere applicata a qualsiasi altro luogo di culto diverso da Sion. Da un testo che, presumibilmente, sarebbe stato scritto per spazzare via le opposizioni religiose, ci si aspetterebbe un’indicazione molto più chiara.

      Inoltre, l’idea secondo cui il Deuteronomio sarebbe stato composto con lo scopo di far confluire le offerte del popolo verso un unico santuario, favorendo l’elite sacerdotale di Gerusalemme, mal si concilia con il fatto che in questo modo tali sacerdoti si sarebbero dati la proverbiale “zappa sui piedi”: il Deuteronomio è infatti un testo che, se confrontato al Levitico, limita in maniera non trascurabile i privilegi dei sacerdoti. Ciò avviene almeno in tre diversi modi:

      1. Il Deuteronomio menziona due delle quattro tipologie di offerte sacrificali prescritte dal Levitico (olah e shelammim), omettendo sistematicamente le altre due, cioè il chattat e il korban asham (il sacrificio di purificazione e il sacrificio per la colpa), che sono proprio i due tipi di sacrifici in cui l’unico a godere dell’offerta è il sacerdote.
      2. Secondo il Levitico, le primizie offerte dai fedeli appartengono ai sacerdoti, mentre secondo il Deuteronomio le medesime primizie devono essere sì portate al Santuario, ma consumate dal fedele “lifné HaShem” (in presenza del Signore).
      3. Alcuni precetti come il divieto dei tatuaggi e della rasatura ai lati del capo sono presentate nel Levitico come norme di santificazione che riguardano esclusivamente i sacerdoti, mentre il Deuteronomio estende le stesse regole a tutti gli Israeliti in virtù del fatto che tutti sono santi.

      Riguardo la struttura del testo, la situazione da te immaginata è teoricamente possibile. Anche il Decameron di Boccaccio potrebbe anche essere stato composto originariamente come una raccolta confusa di novelle, che poi un redattore successivo avrebbe diviso in dieci giornate e in tematiche. È teoricamente possibile, ma è realistico? La presenza di una struttura artistica, quando aderisce armoniosamente al testo e al suo messaggio, è un segno che rivela un progetto autoriale, e ciò avviene nel Deuteronomio, non solo per il chiasmo, ma anche per altri elementi ancora più rilevanti di cui si parlerà nel prossimo articolo.

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