Archivi tag: Chiasmi biblici

Ester: il libro del ribaltamento

ester

Il libro di Ester (Megillàt Estèr) racconta una storia che è stata spesso definita, come scrive Rav Roberto della Rocca, “un concatenarsi di eventi del tutto casuali”. La vicenda del libro è animata da trame losche e segrete, equivoci e colpi di scena improvvisi, proprio come in un romanzo. La rivelazione della Volontà sovrana di Dio, che guida gli eventi nelle grandi narrazioni bibliche della Torah e dei Profeti, qui sembra mancare del tutto. Al suo posto si dispiega invece un mondo caotico dominato dall’incertezza, o piuttosto, secondo la mentalità del malvagio ministro Haman, dalle sorti (Purim, in lingua persiana), che danno appunto il nome alla festività di cui il libro di Ester spiega l’origine.

Eppure, da uno studio accurato che vada oltre la semplice lettura, non è difficile scoprire che questo antico testo sia in realtà composto secondo una rigida struttura chiastica. Scomponendo l’intero racconto in sequenze narrative, il libro appare infatti diviso in due metà simmetriche, di cui la seconda costituisce il “ribaltamento” della prima; ciò significa che ciascuna sequenza della prima metà viene sovvertita da una sequenza parallela posta in posizione speculare. Continua a leggere

La Torre di Babele

bavel

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. E avvenne che, mentre viaggiavano dall’oriente, essi trovarono una pianura nella terra di Shinar, e vi si stabilirono. E si dissero l’un l’altro: «Orsù, facciamo dei mattoni e cuociamoli col fuoco!». E usarono mattoni come pietre e bitume come malta. E dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una torre la cui cima sia in cielo, e facciamoci un nome per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra» (Genesi 11:1-4).

Qual è il vero significato della storia della Torre di Babele? Si tratta di un mito primitivo nato per spiegare l’origine delle nazioni e delle differenze linguistiche, come molti ritengono, o c’è qualcosa di più profondo? La grande città, con la sua celebre torre, è divenuta da millenni un simbolo di presunzione, di idolatria, del potere umano svincolato da ogni limite. Attraverso uno studio accurato del testo biblico e il contributo importantissimo dell’archeologia, è possibile rivolgere uno sguardo nuovo all’immagine di Babele, che riesce ad essere al contempo leggendaria e reale, antica quanto la civiltà eppure sorprendentemente attuale.

La struttura

Da un punto di vista prettamente letterario, il racconto di Babele è un vero e proprio capolavoro artistico condensato in soli 9 versi. La struttura del brano è composta da sequenze parallele in contrapposizione fra loro, disposte secondo uno schema speculare. Si tratta di un tipico esempio di chiasmo biblico:

A Tutta la terra ha una sola lingua (v. 1)

       B Gli uomini si riuniscono nella valle di Shinar (v. 2)

            C Progetto umano (vv. 3-4)

                 D “Discesa” di Dio (v. 5)

            C’ Progetto divino (vv. 6-7)

       B’ Gli uomini si disperdono su tutta la terra (v. 8)

A’ Fine dell’uniformità linguistica (v. 9)

La prima metà del testo (sequenze A, B, C) descrive la situazione iniziale e l’operato degli uomini. La seconda metà è invece il “rovesciamento” della prima, e segna perciò una totale inversione degli avvenimenti narrati. A fare da “spartiacque” tra le due sezioni è la frase riportata in Genesi 11:5: Ma il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il testo sottolinea in questo modo il fatto che sia proprio l’intervento di Dio a far capovolgere bruscamente la situazione.
L’affermazione secondo cui “Il Signore discese” non è da intendere alla lettera. Cassuto spiega infatti che si tratta probabilmente di un’espressione idiomatica impiegata negli scritti dell’epoca per indicare l’azione delle divinità. Inoltre, la frase è chiaramente utilizzata in opposizione al folle desiderio dei costruttori della Torre di “salire fino al cielo”.

All’interno del testo ebraico, le lettere Bet (b, v), Lamed (l) e Nun (n) ricorrono frequentemente in associazione tra loro, creando allitterazioni che sembrano dare forza all’aspetto ironico del racconto: Havah nilbenah levenim (v. 3); lahem hallevenah leaven (v. 3); Havah nibnè lanu (v. 4); banù benè (v. 5); Bavèlbalàl (v. 9).
Per lo stesso motivo, sono da notare i due impieghi di paronomasia al v. 3: nilbenah lavenim ; venisrefah lisrefah.

Lo sviluppo delle lingue

Che i racconti della Genesi non siano dei resoconti storiografici né delle trattazioni scientifiche è un fatto certamente innegabile. È tuttavia altrettanto vero che le interpretazioni più diffuse di molti passi biblici tendano molto spesso ad accrescere gli aspetti miracolosi e soprannaturali delle storie narrate oltre i limiti consentiti dal testo. Per quanto riguarda la vicenda di Babele, si ritiene comunemente che la confusione delle lingue sia avvenuta in maniera istantanea, per mezzo di un fenomeno prodigioso. Tuttavia, come fa notare Abraham Ibn Ezra, l’immagine degli uomini che all’improvviso non riescono più a comprendersi a vicenda non corrisponde a ciò che il testo biblico afferma. La Genesi infatti racconta semplicemente che Dio, per realizzare il suo proposito di confondere le lingue dell’umanità, disperse gli abitanti della valle di Shinar:

E il Signore li disperse di là sulla faccia di tutta la terra, ed essi cessarono di costruire la città (Genesi 11:8).

Le diverse famiglie umane si stabilirono così in luoghi diversi del mondo, sviluppando poi ognuna un proprio linguaggio in modo del tutto naturale. Questa sembra essere l’interpretazione più vicina al significato letterale del racconto della Genesi, che riassume in poche parole e con una terminologia semplice un processo ben più complesso e graduale.

L’imperialismo babilonese

Quella di cui parla il racconto di Babele è un’umanità che sembra non conoscere alcuna discordia. Per la prima volta nel Libro della Genesi, l’armonia regna incontrastata nei rapporti umani. Può dunque risultare difficile comprendere il motivo per cui la generazione di Babele sia presentata come un esempio negativo degno della punizione divina. Qual era la colpa dei costruttori della Torre?
La scelta delle genti di radunarsi nella pianura di Shinar (che, non a caso, è il territorio in cui si sviluppò la prima civiltà sedentaria della Storia, quella dei Sumeri), e di costruire  lì una città con una torre “la cui cima sia in cielo”, è stata interpretata dai Maestri del Midrash come una folle rivolta contro il Creatore. Il desiderio di “farsi un nome”, che anima i costruttori durante la loro impresa, può inoltre essere inteso come un segno dell’arroganza umana. “La polemica del racconto”, scrive Robert Alter, “è rivolta contro l’urbanesimo e la fiducia presuntuosa nelle conquiste tecnologia”.

Per riuscire a capire pienamente l’autentico messaggio di questo brano è necessario considerare il contesto storico e culturale a cui esso fa riferimento. Lungi dall’essere un semplice mito sulla nascita della differenziazione linguistica, il racconto di Babele è infatti una critica all’imperialismo babilonese e alle sue elevate pretese politiche e religiose.

Quasi quattromila anni fa, il re Hammurabi (probabilmente citato nella Bibbia con il nome di Amraphel) sottomise tutta la Mesopotamia e conquistò molte città, trasformando così Babilonia nel centro di un grande impero multietnico. Le popolazioni assoggettate, secondo alcune iscrizioni dell’epoca di Ashurbanipal II  e Sargon II, erano costrette ad accettare “un unico linguaggio”.
Il poema mesopotamico noto come Enuma Elish narra che la città di Babilonia fu costruita dalle divinità al termine della creazione del mondo. A mettere in contatto gli esseri umani con le divinità erano alcune maestose costruzioni chiamate ziggurat, le cui rovine possono essere osservate ancora oggi. Molti studiosi hanno identificato la Torre di Babele con l’Etemenanki, un’antichissima ziggurat edificata a Babilonia il cui nome significa “casa delle fondamenta del cielo e della terra”. Questa imponente struttura, che superava i novanta metri di altezza, ospitava sulla sua cima un tempio consacrato al dio Marduk. Tali edifici rappresentavano l’orgoglio di un potere totalitario volto all’unificazione del mondo sotto il dominio di un solo regno e di una sola cultura.

Contro questa concezione si scaglia l’aspra critica del racconto biblico che, con espressioni satiriche e dissacranti, demolisce letteralmente il mito della supremazia babilonese. Lo studioso Paolo Brusasco, nel suo libro Babilonia, All’origine del mito, spiega in proposito:

“La torre – meraviglia tanto esaltata dal sovrano – il simbolo stesso di Babilonia come capitale multietnica del mondo, diventa emblema di arroganza e prevaricazione di un potere schiacciante che sottomette i popoli, e genera confusione e divisione. La deplorazione della torre si combina quindi con la condanna di Babilonia (e della Mesopotamia tutta) quale archetipo della civiltà urbana e multirazziale, fittizia e viziosa costruzione umana”.

Mentre i costruttori della Torre aspirano ad elevarsi fino al cielo, il testo ci narra che è in realtà il Sovrano dell’universo a “scendere” per giudicare l’operato degli uomini. Un chiaro elemento di satira è costituito da ciò che il brano ci dice sul nome della città:
“Perciò a questa fu dato il nome di Bavèl, perché lì il Signore confuse (balàl) la lingua di tutta la terra” (Genesi 11:9).
La Torah quindi fa derivare Bavèl da balàl (confondere), ma questa semplice affinità fonetica non ha nulla a che fare con la vera origine del nome di Babilonia. In lingua sumera, Bavèl significa infatti “Porta di Dio”. Ciò ci riporta al già menzionato mito sulla fondazione della città mesopotamica da parte delle divinità, un mito che la Bibbia intende negare con forza. Collegare il nome di Babele al verbo confondere significa quindi deridere l’idolatria e screditare le leggende imposte dai sovrani babilonesi.

L’intento della Torah sta dunque nel metterci in guardia dal pericolo (ancora fortemente attuale) di una forzata omogeneità spacciata per armonia, e nel contrastare le pretese di chi vuole sopprimere le legittime differenze attraverso il proprio potere, come è sempre avvenuto in ogni dittatura totalitaria.
Ma a tutto ciò si contrappone la promessa divina di un’epoca futura in cui l’umanità sarà davvero unita, non allo scopo di “farsi un nome” o di raggiungere il cielo con le proprie forze, ma spinta finalmente da intenti lodevoli e sinceri:
“Poiché allora darò ai popoli un linguaggio puro, affinché tutti invochino il Nome del Signore, per servirlo di comune accordo” (Sofonia 3:9).

Quello che non vi hanno mai detto su Adamo ed Eva

GanEden

E il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. E il Signore Dio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e i cui frutti erano buoni da mangiare. In mezzo al giardino vi erano anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2:8-9).

La vicenda di Adamo ed Eva è considerata una storia notissima, come le favole che tutti abbiamo ascoltato fin da piccoli e che ci appaiono perciò banali e persino irrilevanti. Ma cosa sappiamo veramente di questo racconto? Molti sarebbero sorpresi nel constatare che il testo della Genesi non parla affatto di una mela, del diavolo, del “peccato originale” e neppure della corruzione della natura umana. Numerosi elementi associati al racconto dell’Eden provengono in realtà da varie tradizioni e da culture differenti che spesso costituiscono un ostacolo alla comprensione della storia biblica e del suo messaggio originale. Cerchiamo allora di accostarci al misterioso giardino e ai suoi abitanti primordiali nel tentativo di apprendere ciò che la Torah intende davvero trasmettere ai suoi lettori. Continua a leggere

Il centro della Torah

I cinque libri che costituiscono la Torah (Pentateuco) sono composti e ordinati secondo una struttura organica molto precisa, che viene alla luce grazie agli innumerevoli parallelismi, simmetrie, contrapposizioni, riferimenti incrociati e ad altri espedienti letterari. Se volessimo tracciare uno schema o un disegno che rappresenti il percorso geometrico della Torah, il risultato sarebbe una sorta di struttura a chiasmo che converge verso il centro, cioè verso il Libro del Levitico.

struttura

La Torah si apre con Genesi (Bereshit), il Libro delle origini, che funge da prologo e da introduzione all’intera storia di Israele, e si chiude con il Deuteronomio (Devarim), che segna invece l’epilogo e il resoconto di tutto ciò di cui i libri precedenti hanno trattato. Mentre Genesi si occupa del passato, con i racconti delle origini del mondo e soprattutto del popolo ebraico, Deuteronomio guarda invece al futuro, con i discorsi di Mosè in preparazione all’entrata nella Terra santa, e con le promesse dettagliate che riguardano il lontano avvenire di Israele. Entrambi i libri, inoltre, nelle loro rispettive sezioni conclusive, contengono un elenco delle benedizioni impartite a ciascuna delle dodici tribù.

Il Libro dell’Esodo (Shemot) appare diviso in due metà: la prima (capitoli 1-20) prevalentemente narrativa, che racconta la liberazione degli Israeliti dalla schiavitù in Egitto; la seconda (capitoli 21-40) riporta invece le leggi e gli ordinamenti trasmessi da Dio a Mosè, in particolare quelli relativi alla costruzione del Tabernacolo (Mishkan). Allo stesso modo, il Libro dei Numeri (Bamidbar) è formato da due parti: una dedicata quasi interamente alle leggi del Tabernacolo e del culto divino, l’altra (a partire dal capitolo 10), che riprende il racconto degli Israeliti nel deserto, narrando del viaggio verso la Terra di Canaan. Sia Esodo che Numeri si aprono con la lista dei nomi degli Israeliti e delle loro famiglie. Anche questi due libri sono quindi collegati da uno schema speculare ben individuabile.

Il Libro del Levitico (Vayikrà), per la sua posizione intermedia e centrale, può dunque essere considerato il vero e proprio punto focale della Torah. In esso troviamo le leggi di santità e purificazione, la descrizione dei rituali che regolano la relazione del popolo con Dio, i doveri dei sacerdoti e l’imperativo costante affinché Israele segua la via della giustizia e della consacrazione, in contrapposizione all’esempio negativo delle nazioni vicine.
Molti commentatori antichi e moderni hanno fatto notare che il Levitico ha a sua volta una struttura interna con un centro che ne rappresenta il nucleo tematico: il capitolo 19, un brano che contiene ciò che alcuni studiosi hanno denominato “codice di santità”. Che questo capitolo costituisca la sezione centrale del Levitico è evidenziato dal fatto che i capitoli immediatamente precedenti e quelli successivi risultino anch’essi ordinati secondo uno schema speculare:

Capitoli 16-17: norme di purità rituale per i sacerdoti

Capitolo 18: condanna delle abitudini religiose e sessuali di Egiziani e Cananei

Capitolo 19: “Codice di santità”

Capitolo 20: condanna delle abitudini religiose e sessuali di Egiziani e Cananei

Capitoli 21-22: altre norme di purità rituale per i sacerdoti

“Sarete santi, perché Io, Hashem (Y-H-V-H), il vostro Dio, sono Santo” (Levitico 19:2). Con questa solenne esortazione ha inizio il brano che rappresenta l’apice e il cuore della Torah. I versi successivi contengono leggi di natura etica che riguardano le relazioni tra gli esseri umani, assieme a norme di tipo religioso e rituale. Il testo non pone alcuna separazione tra queste due categorie diverse di leggi, ma le unisce in un solo codice morale, realizzando una connessione fra la sfera del Divino e dell’umano che non ha precedenti in altre culture antiche.

Fra i precetti inclusi nel capitolo 19 troviamo il rispetto per i genitori, l’osservanza dello Shabbat, la proibizione dell’idolatria e delle superstizioni, l’obbligo di aiutare i poveri, la condanna del furto, dei falsi giuramenti, dei giudizi corrotti e della vendetta, ma anche il rispetto per gli stranieri e per i disabili.

Non maledirai il sordo e non metterai alcun inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono Hashem (Levitico 19:14).

Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore. Riprendi pure il tuo prossimo, ma non tirarti addosso alcun peccato per causa sua. Non farai vendetta e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono Hashem (Levitico 19:18).

Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, onora la persona anziana e temi il tuo Dio. Io sono Hashem. Quando uno straniero risiede con voi nel vostro paese, non lo maltratterete. Lo straniero che risiede fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono Hashem, il vostro Dio (Levitico 19:32-34) .

L’espressione Io sono Hashem compare ben diciassette volte nel corso dell’intero brano, che è costituito da trentasette versi. A dominare il nucleo centrale del Levitico e della Torah è quindi il Nome Divino (o Tetragramma sacro). Nella prospettiva biblica, non esiste una moralità più assoluta di quella che deriva direttamente da Dio, e che di conseguenza è estranea ad ogni parzialità ed imperfezione. Se gli uomini devono seguire la giustizia, secondo la Torah, non è solo per timore delle autorità terrene e delle punizioni; ma neppure per obbedire ai sacerdoti e ai giudici, o unicamente in virtù di un semplice (seppur lodevole) bisogno di rispettare i propri simili. L’etica e la giustizia hanno una radice e una motivazione più profonda: esse si fondano sulla colonna che sorregge l’intera esistenza, cioè su Dio. Anì Hashem Elohechem (“Io sono Hashem, il vostro Dio”), l’affermazione che accompagna i precetti di questo capitolo, è la più inviolabile garanzia della validità dei valori morali di una Legge che non può essere annullata.