“Il Signore ha detto al mio signore”: demistifichiamo il Salmo 110

Il nostro ultimo articolo (“Benedire Dio: chi può farlo e cosa significa”) ha fatto nascere un dibattito sul capitolo 110 del Libro dei Salmi, il canto poetico noto soprattutto per la frase: “Il Signore ha detto al mio signore…”.

Abbiamo pertanto deciso di proporre un commento dettagliato a questo salmo incoraggiando i lettori, come di consueto, a riscoprire obiettivamente il senso del testo biblico nel suo contesto originario.

Dopo aver analizzato il capitolo, non mancheremo di soffermarci sulle riletture in chiave messianica e cristologica che l’hanno caricato di significati mistici e profetici, rendendolo uno dei testi ebraici più cari alla tradizione della Chiesa.

“Un canto di David” o “un canto per David”?

Nella sua intestazione, il salmo 110 si apre con l’espressione leDavìd, che può significare sia “di David” che “per David”, come pure “riguardo David”. Potrebbe trattarsi quindi di un’indicazione dell’autore o piuttosto di una dedica.

Come stiamo per scoprire, il salmo si presenta chiaramente come una celebrazione del re d’Israele. L’ipotesi più probabile è dunque che esso sia stato composto, come sostiene Ibn Ezra, da un poeta di corte per omaggiare il sovrano.

In alternativa, secondo Nachmanide, David potrebbe aver composto il testo parlando in terza persona di sé stesso, affinché il salmo fosse recitato dai sacerdoti e dal popolo in proprio onore. Ciò avviene anche nel salmo 18, dove al v. 50 David scrive: “Grandi liberazioni egli concede al suo re, usa benevolenza verso il suo unto, verso David e la sua discendenza”.

Lo stesso vale del resto per altri salmi attribuiti a David e a suo figlio Salomone, in cui si parla in terza persona del “re” e dell'”unto” (vedi Salmi 20, 21 e 72).

Chi parla a chi?

La famosa frase “Il Signore ha detto al mio Signore”, così come è riportata in molte edizioni della Bibbia, è il frutto di una traduzione fuorviante e inaccettabile, che lascia intendere ai lettori poco avveduti che il verso faccia riferimento a due “Signori”, ovvero, secondo il dogma trinitario, a due persone divine distinte, entrambe chiamate “Signore”.

È bene precisare subito che, nel testo ebraico, non si parla affatto di due “Signori”. È scritto infatti: Neum Y-H-V-H l’adonì; ossia, alla lettera: “Dichiarazione di Y-H-V-H al mio signore”.

Colui che “dice” o che “dichiara” è dunque Dio, chiamato con il suo nome sacro, il Tetragramma (Y-H-V-H), che da molte traduzioni sparisce del tutto e viene sostituito con “il Signore” o “l’Eterno”.

L’espressione “al mio signore”, in ebraico l’adonì, andrebbe resa con l’iniziale minuscola, poiché non si riferisce Dio ma a un semplice signore umano. Se infatti il salmista avesse voluto alludere al Creatore, avrebbe impiegato il termine Adonai (“Il mio Signore”, usato infatti al v. 5), e non adonì, che indica sempre esseri umani in carne e ossa, come un padrone o un re.

David o altri sovrani sono spesso chiamati con il termine adonì nelle Scritture. Si veda ad esempio 2 Samuele 3:21, dove il comandante Avner dice a David: “Io andrò a radunare tutto Israele presso il mio signore (adonì), il re”.

Ancora oggi, in Israele, si usa questa parola per rivolgersi a qualcuno in maniera educata o formale, senza alcun intento di divinizzare l’interlocutore, esattamente come in italiano diciamo: “mi scusi, signore”.

Traducendo sia il Nome divino che la parola adonì con “Il Signore”, si è cercato per secoli di spingere i lettori a credere che nel salmo si parli di due esseri di natura divina; in realtà, come abbiamo visto, il salmista sta invece presentando un discorso o una dichiarazione che Dio rivolge a un signore umano, il re.

“Siedi alla mia destra”

Cosa dichiara allora la Divinità a questo semplice signore mortale? “Siedi alla mia destra finché io faccia dei tuoi nemici uno sgabello per i tuoi piedi” (v. 1).

Sedere alla destra del trono trono significa assumere un posto d’onore godendo della protezione del sovrano. Notiamo un esempio in 1 Re 2:19, dove si legge che Bat-sheva, madre di Salomone, sedette alla destra del re.

La metafora indica pertanto che il signore celebrato dal salmista gode del grande privilegio di stare assiso accanto al trono divino. La sua autorità è tuttavia limitata dal fatto che egli ha un ruolo subalterno rispetto all’unico vero Re, l’Altissimo, così come Bat-sheva era inferiore a Salomone.

La stessa idea è espressa nel salmo 20, in cui si afferma che il Creatore protegge il re d’Israele e perciò, in battaglia, “gli risponderà dal suo cielo santo con la forza salvatrice della sua destra” (Salmi 20:6).

Dio vuole sottomettere i nemici del suo eletto rendendoli come “uno sgabello per i suoi piedi“, un’immagine che compare anche nell’arte dell’antico Egitto, dove il Faraone è talvolta raffigurato nell’atto di sedere sul trono con i piedi posti sopra le teste dei propri avversari.

Al verso successivo, rivolgendosi al “suo signore”, il salmista scrive che Dio “estenderà lo scettro della tua forza da Sion, domina in mezzo ai tuoi nemici!”. Da qui possiamo comprendere che questo “signore” è proprio il re d’Israele, colui che governa dal monte Sion, a Gerusalemme.

Al v. 3 il contesto di guerra si arricchisce con la descrizione poetica delle truppe del re che si offrono volontarie e si radunano all’alba (“nel grembo dell’aurora”) per combattere.

Il re di giustizia

Il v. 4 ci dice poi che Dio “ha giurato e non si pentirà”. Ritorna qui il concetto della Divinità che assicura il proprio sostegno al re, questa volta attraverso una promessa irrevocabile, un giuramento.

Alla lettera, tale promessa si traduce così: “Tu sei un sacerdote in perpetuo secondo la mia parola, Malki-Tzedek“.

L’espressione dibratì (“la mia parola”) indica un discorso solenne o una questione di notevole importanza. Qui si riferisce alla parola di Dio, il suo giuramento, secondo cui il re sarà “sacerdote in perpetuo”.

Il nome Malki-Tzedek, letteralmente “re di giustizia”, compare nel racconto di Genesi 14, quando Abramo ritorna vittorioso da una sua impresa militare e viene accolto appunto da Malki-Tzedek, re di Shalèm, che pronuncia una benedizione per il patriarca.

La città di Shalem, come notano molti commentatori, è da identificare con Gerusalemme (Yeru-Shalem, Yerushalayim). Il nome Malki-Tzedek, o il suo sinonimo Adoni-Tzedek (“signore di giustizia”) era dunque il titolo regale del sovrano di Gerusalemme, come si evince da Giosuè 10:1.

Perché allora, nel salmo 110, Dio si rivolge al re d’Israele chiamandolo Malki-Tzedek?

Prima della conquista di Gerusalemme da parte degli Israeliti, la città apparteneva al popolo dei Gebusei, che chiamavano il loro monarca “Malki-Tzedek” o “Adoni-Tzedek”. Quando però David la prese e la trasformò nella sua capitale, egli ne divenne il nuovo re, il nuovo “Malki-Tzedek“.

Nel suo Commentario, il Malbim spiega in proposito che David è chiamato con il nome che apparteneva in origine al re di Gerusalemme, e ciò in virtù del fatto che egli ha posto il suo trono nella stessa città.

Il salmista sta insomma affermando che, per inviolabile decreto divino, il governo di Gerusalemme appartiene legittimamente a David, erede del titolo di “re di giustizia”.

La frase vuole essere una risposta alle pretese dei nemici, i quali desiderano muovere guerra agli Israeliti e privarli delle loro conquiste. Contro le ambizioni di questi avversari, il salmo assicura che il Creatore stesso ha scelto David come padrone di Gerusalemme, estendendo il suo scettro da Sion (v. 2) e attribuendogli solennemente il titolo di Malki-Tzedek.

Un messaggio analogo è espresso nel salmo 2 (vedi il nostro commento a riguardo), secondo cui le nazioni insorgono contro Israele, ma Dio le mette a tacere dichiarando: “Io ho insediato il mio re sopra Sion, il mio monte santo” (v. 6).

È affascinante notare che il profeta Geremia sviluppa ulteriormente questa connessione tra Gerusalemme e il “re di giustizia”: egli annuncia infatti l’avvento messianico nella città santa di un discendente di David che riceverà un titolo regale simile, ma ancora più nobile ed elevato. Non sarà più Malki-Tzedek, bensì HaShem-Tzidkenu, cioè “Dio è la nostra giustizia” (Geremia 23:6).

“Tu sei sacerdote per sempre”

Se il salmo si riferisce davvero a David, come si dovrebbe intendere allora l’idea che egli sia “un sacerdote in perpetuo“?

Questa frase sembra ricollegarsi al fatto che il Malki-Tzedek della Genesi era anche un sacerdote, precisamente “sacerdote di El Elyon” (Genesi 14:18), un nome divino molto antico (“Dio Altissimo”) che venne poi “adottato” dalla Torah e associato così al Dio d’Israele.

In più occasioni, la Bibbia attesta in effetti che David svolse anche un ruolo sacerdotale, seppure egli non appartenesse alla stirpe levitica, a cui la Torah attribuisce il sacerdozio vero e proprio:

  • Secondo 2 Samuele 6:14, David indossò l’efod, tipico paramento sacerdotale, per guidare il corteo dell’Arca di Dio.
  • Nello stesso capitolo, al v. 18, David benedice pubblicamente il popolo. Ciò era di solito una prerogativa dei sacerdoti secondo Numeri 6:23-27.
  • In 1 Cronache 16:4-6 David nomina alcuni Leviti come ministri al servizio dell’Arca del Patto, esercitando così una certa autorità nell’ambito del culto.
  • In 2 Samuele 8:18 è scritto alla lettera: “I figli di David erano sacerdoti (kohanim)”. La parola kohanim può talvolta assumere anche il senso più laico di “ufficiali”; eppure, l’utilizzo di questo termine dalla connotazione sacra sembra contribuire a rappresentare David come una figura religiosa oltre che politica.

Possiamo affermare perciò che David e i suoi discendenti, per quanto non fossero “sacerdoti” nel senso levitico, e non potessero quindi svolgere in prima persona i riti nel Tempio, ricoprissero comunque un ruolo sacro come servitori dell’Altissimo e responsabili del culto.

Esistono perciò ragioni sufficienti per spiegare l’applicazione del termine “sacerdote” alla persona del re d’Israele all’interno dei Salmi, che sono pur sempre testi di natura poetica e non giuridica.

Un trionfo teocentrico

Con un linguaggio a tratti piuttosto crudo, il salmo 110 prosegue descrivendo lo scontro tra il re d’Israele e gli agguerriti avversari, con Dio che protegge il suo consacrato e combatte per lui annientando le schiere nemiche.

“Il Signore” (Adonai), secondo il v. 5, è alla destra del suo eletto. La posizione sembra essersi invertita: ora è il Re divino a stare alla destra del re umano. Ciò è dovuto al fatto che il contesto non è più quello pacifico della sala del trono, ma il campo di battaglia: Dio affianca David in guerra per proteggerlo e affrontare i nemici insieme a lui.

Il Signore dunque “giudica i popoli, riempie [il campo] di cadaveri, schiaccia le teste su un grande territorio” (v. 6): immagini cruente della Divinità guerriera che fa fallire i piani di conquista dei regni malvagi.

In accordo con la tipica concezione biblica, la poesia d’Israele non esalta la potenza dei mortali e non innalza mai i capi e i sovrani come oggetto di venerazione.

Colui che qui sbaraglia i nemici e trionfa in battaglia non è David, non è l’esercito, né i suoi generali, ma il Creatore del mondo. È a Lui che è rivolta la lode del salmista, seppure il re umano e i suoi coraggiosi volontari siano comunque celebrati in questo canto.

Il salmo 110 e i Vangeli

Il salmo 110, come si è detto, è da sempre un testo di enorme importanza nella tradizione cristiana, ed è persino uno dei capitoli della Bibbia ebraica più spesso citati nel Nuovo Testamento.

In particolare, secondo i tre Vangeli sinottici, Gesù utilizzò il v. 1 per dimostrare la superiorità del Messia rispetto a David: “Se dunque Davide lo chiama signore, come può essere suo figlio?” (Matteo 22:45).

Secondo questa argomentazione, il salvatore messianico promesso dai profeti non può essere ritenuto un semplice “figlio di David”, alla stregua di uno dei tanti re d’Israele, poiché David stesso, nel salmo 110, lo omaggia riferendosi a lui come “signore”.

I Vangeli danno così per scontato che l’autore del salmo sia proprio David, e che nel testo egli parli in prima persona riferendosi a un re futuro, il Messia.

Come però abbiamo chiarito all’inizio, entrambe queste premesse sono tutt’altro che incontestabili: esistono altri salmi (18, 20, 21 e non solo) che, pur aprendosi con l’espressione leDavid (“di David” o “per David”), parlano del re in terza persona.

Eppure, nonostante la “prova scritturale” presentata nei Vangeli appaia alquanto debole, l’idea della superiorità del Messia espressa da Gesù non è di per sé in contrasto con il pensiero ebraico.

Alcuni testi rabbinici, come il Midrash Tehillim (21:1), dichiarano infatti che il Messia sarà più esaltato di Abramo, di Mosè e degli angeli, e dunque anche di David.

Certo, nell’Ebraismo non si è mai giunti ad attribuire al re messianico una natura divina, ma ciò, a ben vedere, non avviene neppure nei Vangeli: il fatto che il Messia sia superiore a David non significa che sia un essere divino, o persino “Dio in carne”, come la dottrina cristiana ha poi affermato in epoca successiva.

La spiegazione di Gesù può risultare forzata sul piano del senso primario e contestuale, ma essa appare in fondo in linea con i tipici metodi di esegesi talmudica di natura non letterale. In termini rabbinici, si tratta di un midrash e non del pshat.

Il Salmo 110 e l’Epistola agli Ebrei

Se, come abbiamo suggerito, l’interpretazione evangelica del salmo rientra ancora nei confini della tradizione ebraica, chi invece ha usato il medesimo brano biblico per andare ben oltre questi confini è l’autore di un altro libro neotestamentario, l’Epistola agli Ebrei.

Secondo questo testo, il salmo 110 preannuncerebbe la venuta di Gesù, il quale è ritenuto un “sacerdote secondo l’ordine di Malki-Tzedek”, ossia il detentore di un sacerdozio perfetto ed eterno, che renderebbe di fatto la Torah obsoleta per la sua “debolezza e inutilità” (Ebrei 7:18).

L’Epistola agli Ebrei scorge nel salmo la profezia dell’istituzione di un nuovo culto fondato sul sacrificio espiatorio di Cristo per i peccati dell’umanità, una “speranza migliore” (7:19) e un “mutamento della Legge” (7:12).

Questa dottrina si è imposta rapidamente all’interno della Chiesa delle origini, diventando uno dei capisaldi della fede cristiana nella sua pretesa di aver sostituito “l’Antico Patto” e “la Legge mosaica”.

Le presunte prove che l’autore dell’Epistola chiama a sostegno della sua tesi sul “sacerdozio di Malki-Tzedek” rivelano però l’inconsistenza di tale dottrina alla luce della Torah.

Nel racconto di Genesi 14, come abbiamo già ricordato, il re di Shalem benedice Abramo in seguito al suo ritorno dal campo di battaglia. Ciò indicherebbe, secondo l’Epistola, che Malki-Tzedek sia l’emblema di un’autorità spirituale più elevata rispetto ad Abramo, una sorta di prefigurazione di Cristo, poiché “senza alcun dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore” (Ebrei 7:7).

Un simile assioma risulta però privo di un valido fondamento, dal momento che in vari racconti biblici si legge di protagonisti di alto livello spirituale benedetti da persone comuni, meno autorevoli o persino corrotte: 

  • In Genesi 12:3 e altri brani simili, la Torah promette che i popoli che benediranno Abramo e la sua discendenza saranno a loro volta benedetti. Di certo ciò non implica che questi popoli siano spiritualmente superiori ad Abramo.
  • In Numeri 23-24 il maldestro profeta pagano Bil’am benedice più volte il popolo ebraico per volere divino.
  • In 2 Sam. 26:25, il re Shaul, rigettato da Dio per la sua disobbedienza, dice a David: “Tu sia benedetto, figlio mio!”.
  • In Ruth 2:20, la povera e afflitta Naomì invoca una benedizione sul virtuoso Boaz.
  • Ma soprattutto, in numerosissimi casi, personaggi umani cone Noach, Yitrò, David, la regina di Saba, Ezra, lo stesso Malki-Tzedek e tanti altri benedicono il Creatore del mondo.

L’interpretazione dell’Epistola agli Ebrei si basa inoltre sul fatto che Malki-Tzedek è “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita” (Ebrei 7:3).

In altre parole, il fatto che la Genesi non riporti alcuna informazione sulla stirpe di Malki-Tzedek e sulle sue origini dimostrerebbe che questo re sia un essere sovrannaturale e che il suo sacerdozio sia eterno.

In base a questa visione, nell’attribuire al re il nome di Malki-Tzedek, il salmo 110 intenderebbe affermare che il Messia sia un’incarnazione di questa entità spirituale suprema, il sacerdote di un culto superiore rispetto all’Ebraismo.

L’autore dell’Epistola sembra tuttavia ignorare che Malki-Tzedek sia un titolo regale, non un nome proprio, esattamente come “Faraone” in Egitto, “Avimelekh” a Gherar, o “Retzin” nel regno di Aram.

Ciò si comprende dal significato letterale del nome (“re di giustizia”), ma anche dal fatto che, come abbiamo visto, un altro monarca di Gerusalemme, vissuto secoli dopo gli eventi di Genesi 14, è chiamato in maniera analoga nel Libro di Giosuè.

Ebbene, ogni volta che la Bibbia menziona un re non riportando il suo nome personale, ma solo il suo titolo (“Faraone” è l’esempio più noto), non troviamo mai nessuna indicazione sulla stirpe di tale re.

I sovrani egizi, quelli di Gherar, quelli di Aram e di altre nazioni sono tutti, indistintamente, “senza padre, senza madre, senza genealogia”. Si noti addirittura che, nello stesso racconto in cui compare Malki-Tzedek, la Torah menziona altri nove re (Genesi 14:1-2), e di nessuno di loro è precisata la stirpe o la genealogia!

Malki-Tzedek non è quindi un’anomalia, un’eccezione che nasconde significati mistici. L’assenza di riferimenti alla sua famiglia riflette il normale uso biblico che ritroviamo comunemente sia nel caso di re virtuosi che in quello di re malvagi.

Ecco dunque come, sulla base di letture dottrinali che esulano dal contesto originario delle Scritture, si è arrivati a trasformare un salmo puramente ebraico, scritto per celebrare la benevolenza di Dio verso il re d’Israele, in una profezia sul tramonto dell’Ebraismo e sull’avvento di una nuova fede.

10 commenti

  1. Carissimo, siccome il dibattito sul salmo 110 l’ho fatto nascere io, provo qui a rispondere sinteticamente a beneficio dei lettori, perché una spiegazione esauriente e compiuta la puoi trovare nel libro che ti ho mandato, nel capitolo di Davide, di Gesù e di San Paolo.

    Allora, per venire al punto, in primis occorre evidenziare che la giustizia è un concetto sacro per l’ebraismo: la giustizia e solo la giustizia seguirai, perché solo la giustizia libera dalla morte ( gli ebrei l’avevamo scritto anche nei campi di sterminio mi sembra).

    Ma con riguardo alla storia di Davide, puoi facilmente verificare che, nella storia del suo peccato, per giustizia meritava la morte. Lui che era Re di Israele sedente sul trono di Gerusalemme ed avente la legge di Dio iscritta nel suo cuore, dovendo amministrare la giustizia, con sdegno del cuore disse che quell’uomo meritava la morte. Ma quell’uomo sei tu, gli disse il profeta Natan, ma tu non morirai perché il Signore ha perdonato il tuo peccato. Si potrebbero scrivere libri interi sul peccato di Davide, ma qui si può solo dire che tutto il racconto è teso alla salvezza di Davide come dono di Dio, perché la radice del nome Natan, e uguale al verbo donare. Il Signore non potendo condannare l’amato del suo cuore ( il re Davide) fece in modo che da sé stesso si condannasse a morte ( non può esistere mai contraddizione fra l’amore e la giustizia, non potendo mai esistere contraddizioni in Dio, e Dio è sempre colui che salva), affinché potesse gustare tutta la misericordia di Dio ( perché è la misericordia la strada per portare a compimento ogni giustizia, come gli ricordava sempre Mosè: dai gloria alla potenza del tuo nome misericordioso). Per la vita e la tua anima, io non farò tal cosa, disse il giusto Uria ( un non ebreo) e grazie alla fermezza di Uria si salvò Davide, perché non gli permise di tenere nascosto il suo peccato. Comunque, siccome nella Bibbia tutto è collegato, occorre confrontare in tutto il peccato di Adamo con quello di Davide, perché se ad Adamo Dio disse che certamente sarebbe morto, a Davide invece disse ( per mezzo del profeta Natan, dono di Dio) che lui non sarebbe morto, pure perché le reazioni sono diverse, perché se Adamo trovando giustificazioni in sé stesso, sembra quasi accusare Dio per avergli messo la donna accanto, Davide invece confessò in tutto il suo peccato non trovando nessuna giustificazione, ma scrivendo il più bel salmo per tutta l’umanità ( commenta anche questo con grande piacere).

    Ma quel che a noi importa in questo contesto, e che se per giustizia anche lui meritava la morte, non può essere lui il Re a cui fa riferimento il salmo, ma un suo discendente, il futuro Messia, e come tu ammetti l’interpretazione cristiana ed ebraica non differiscono in questo. Salvo, però, nel riconoscimento ed individuazione del Messia.

    E qui arriviamo alle dolenti note, o invece gioiose note. E vorrei tanto che mi ascoltassi e le mie non fossero parole al vento.

    Perché tu hai detto con riferimento al sacerdozio riferito a Melchisdek, e al re di Gerusalemme in questo salmo, che anche Davide esercitò qualche funzione sacerdotale. Ma dimentichi di analizzare, però, i due episodi del trasporto dell’Arca. Perché nel primo trasporto non vi erano sacerdoti, e l’arca guidata da Uzzà, veniva trasportata su un carro nuovo tirato da buoi, e barcollava…. tanto che Uzzà fu sterminato all’istante volendo proteggerla con le sue mani. Il linguaggio biblico è simbolico ed allegorico, e qui significa che la legge di Dio( rappresentata dall’arca) senza sacerdozio barcolla, e non può reggersi sulle mani degli uomini, e se barcolla la legge , muoiono gli uomini, (come anche Davide ebbe paura, come gli ebrei al monte siani). Tanto è vero che per evitare altri spiacevoli episodi, Davide chiamò i leviti nel secondo trasporto ( l’arca posta sulle loro spalle e non più su un carro nuovo tirato dai buoi), dicendogli che siccome non c’erano la prima volta era accaduto quel dramma. Così che rispettando in tutto la legge di Mosè ( l’arca posta sulle spalle dei sacerdoti) non barcollò più l’arca, e senza che nessuno rischiasse di morire, cantando ed esultando di gioia la portarono a Gerusalemme, quasi a compimento di tutta la torah, mancante solo la costruzione del tempio con l’annessa offerta dei sacerdoti. Questo per dire che la legge e il sacerdozio sono complementari nella Bibbia ( perchè la giustizia è sacra) e solo grazie al sacerdozio si salva Davide: al sacerdote perpetuo del re della giustizia che siede sul trono a Gerusalemme.

    PS: il carro nuovo tirato dai buoi, in pratica è l’interpretazione umana della legge illudendosi di poter fare a meno del sacerdozio, ed avere la legge nelle proprie mani, come scritto ne talmud, dimenticando che nel tanak sta scritto che la legge l’ha messa nei loro cuori ( come con Davide) ponendo nelle loro mani solo il timor di Dio.

    Riguardo San Paolo, tu non citi un suo passo essenziale: Nella legge non c’è salvezza, ma chi dice che io annullo la legge mi calunnia, perché con questo io confermo la legge. Ora lasciando da parte ogni disputa, se avesse ragione Paolo, invece è chi sostiene che la salvezza viene dalla legge, ad annullare la legge, non chi come Paolo, sostiene che la salvezza viene dal sacerdozio, perché proprio il sacerdozio conferma e porta a compimento la legge. Ma ciò che dici di Palo sono calunnie, perché più che altre sono interpretazioni successive di alcuni studiosi, solo estrapolazioni parziali dei suo scritti, non una spiegazione unitaria, essendo stato proprio Paolo a ricordare a tutti che Dio non aveva affatto ripudiato il suo popolo, ma che un giorno avrebbe ricostruito Israele, non il vecchio sacerdozio, però, perché quello è morto per sempre, essendosi stracciato le vesti con le sue stesse mani il sommo sacerdote di fronte a Gesù.

    Ma se hai pazienza di leggere il mio libro potresti capire tutto per poi decidere se aprirsi o meno al grande ed affascinante mistero di Dio.

    1. Quando David indossò l’efod sacerdotale e benedì il popolo non accadde nulla di spiacevole, anzi tutto fu pacifico e glorioso. L’episodio della morte di Uzzah è precedente, in quel caso non c’è menzione dell’efod. David svolse funzioni da sacerdote insieme ai sacerdoti veri e propri, non in contrasto con loro. E lo stesso fece Salomone quando inaugurò il Tempio, offrendo sacrifici anche all’esterno del Santuario. Il re davidico fin dalle origini dunque è anche in parte una figura sacerdotale.

      Il sacerdozio levitico, comunque, non è morto per sempre. Non secondo la Bibbia ebraica almeno. Leggi gli ultimi capitoli di Ezechiele e gli ultimi di Zaccaria. Si parla del Tempio ideale dell’era messianica, con i sacerdoti, i sacrifici, il re messianico che offre anche lui sacrifici pure per i propri stessi peccati. Ma davvero si può dare credito a qualcuno che parla di “mutamento della legge”, “nuova alleanza migliore” ecc. fondando un culto di cui i profeti non hanno mai fatto menzione? Naturalmente si è liberi di avere la propria idea e la propria fede, ma lo studio del Tanakh è cosa ben diversa.

      1. La legge l’avete mutata voi con le vostre interpretazione, non certo Gesù che è venuto a dargli compimento, come ti so dicendo da tempo.

        Riguardo il re davidico che è in parte anche sacerdote, non fai altro che confermare quando sostiene i cristianesimo, essendo Gesù sia sacerdote che il Re dei Giudei come da duemila anni è scritto sulla croce. In tutto simile a Davide, tranne che nel peccato. Medita

  2. Permettetemi un’altra aggiunta e chiarimenti, perché voi sapete che il cristianesimo si basa tutto sul peccato originale, e per evitare inutili dispute giocando o litigando con le parole bisogna risalire alle fonti di ogni cosa.

    Le legge è una cosa seria, molto seria, e come dicono i giuristi ogni legge per essere ritenuta tale ha bisogno di una sanzione, altrimenti non sarebbe legge. E in base alla Bibbia, come dice Davide, ogni parola di Dio è legge, perché tutto è legge nell’ebraismo, e non potendo mai essere parole vuote quelle di Dio, ogni parola ha una sanzione. Sanzione per la sua trasgressione, e benedizione per il suo rispetto, e tutte le sue parole sono per sempre stabile nei cieli.

    Ebbene, Dio ha posto un solo divieto ad Adamo, ed ha detto che certamente sarebbe morto se lo avesse trasgredito. Ora se Adamo non muore dopo averlo trasgredito, i giuristi direbbero che verrebbe meno ogni certezza del diritto, e resa vana ogni legge. Perché se Adamo potesse trasgredire quell’unico divieto e non morire, al limite li potrebbe trasgredire tutti e non morire, rendendo vana la legge. Ma è anche vero che se dopo aver trasgredito il primo divieto, comunque dovrebbe morire ( per non rendere vano quel divieto) anche se dovesse rispettare tutti gli altri comandi della legge data da Dio, sarebbe comunque tutto vanità se si muore anche rispettando la legge, come dicono Qolet e Giobbe. Per questo San Paolo dice che nella legge non c’è salvezza e solo per grazia di Dio siamo salvi, come ci insegna la storia di Davide.

    Non sono dogmi ma esegetica biblica basata su due assiomi: se Dio ha creato la vita deve anche vincere la morte per il trionfo della vita eterna, perché sarebbe un Dio impotente se dopo aver creato e donato la vita agli uomini, comunque dovrebbero morire, il giusto come l’empio.

    Perché se Cristo non fosse risorto ( il re giusto per eccellenza) sarebbe vana la nostra fede.

    Tutta qui la teologia di San Paolo, e chi vuol intendere intenda. anche quando diceva che avrebbe preferito essere anatema a vantaggio dei suoi fratelli ebrei avendo un grande dolore nel cuore, perché lui parlava di amore e non di disprezzo, e non diceva nulla di diverso rispetto ai profeti con riguardo ad Israele.

    1. “Perché se Cristo non fosse risorto ( il re giusto per eccellenza) sarebbe vana la nostra fede”.

      La vostra fede, di voi Cristiani, forse sarebbe vana. Ma non certo la fede dell’Ebraismo e del Tanakh, che è coerente e completa senza alcuna resurrezione di un Messia morto per i peccati di tutti. Che Dio sia più forte della morte e che possa vincerla è dimostrato e ribadito anche nel Tanakh, non occorre il Cristianesimo a dimostrarlo. Tanto più che si continua a morire anche dopo aver creduto in Gesù. La vita eterna è relegata a un aldilà misterioso come in ogni religione. Non c’è alcun segno qui sulla terra che la fede cristiana vi renda immortali.

  3. Nemmeno a voi vi è segno che vi rende immortali e che Dio è più forte della morte. Si deve credere nella resurrezione, ciò che è solo questione di fede.

    Ma quello che ti volevo dimostrare è che in base alla Bibbia la salvezza ( ovvero alla resurrezione a vita eterna) non può venire dalla legge, come ci dimostra la storia di Davide.

    Davide è l’amato del Signore, e se la storia di Davide è il cuore della Bibbia, la storia del suo peccato è il cuore di tutto, e se tutti gli ebrei devono imitare Davide, devono prendere spunto dal suo Miserere. Perché nel cuore dell’uomo Dio ha posto il fondamento del mondo.

    Ma tu hai eluso tutte le mie tesi. E a quanto sembra speri tanto, o hai nostalgia, di poter di nuovo far sacrifici di bestiame , capri e montoni, in nuovo tempio da costruire a Gerusalemme. Non so quanti ebrei nutrono questo sogno, e quanti tuoi lettori amerebbero questo. Per ora il vecchio sacerdozio non viene più esercitato dopo l’avvento di Gesù.

    Ed io ti confesso di sperare che un giorno a Gerusalemme fosse adorato il mio Gesù, come del resto sarà.

    1. Se vuoi proseguire il dibattito con me ti chiedo per favore di non discutere di credenze personali. Questo è un sito di impostazione laica, come è specificato nella pagina “Scopo del sito”. Non è un sito di fede. Dunque l’oggetto delle discussioni non è cosa credo io e cosa credi tu, ma cosa dicono i testi. Parliamo di lessico, versetti, figure retoriche, analisi letterarie. Il resto non è pertinente. Ad esempio, non è importante cosa ceedo io in merito ai sacrifici, se mi farebbe piacere o no che ritornassero. Conta invece quello che dicono i testi, e nei libri dei profeti è scritto a chiare lettere, non con allegorie o messaggi sibillini, che il Tempio a Gerusalemme esisterà anche nell’era messianica, che il re messianico vi offrirà sacrifici anche per le sue colpe, e che le altre nazioni verranno a portare lì le loro offerte. Paolo, Giovanni e l’autore della lettera agli Ebrei hanno il loro pensiero, ma non è coerente con quello che dicono Ezechiele, Isaia e Zaccaria.

      La resurrezione a vita eterna è un tema marginale nella Bibbia ebraica. La Torah parla di come costruire una società giusta qui, ora, sulla terra, tra di noi. Il resto è nelle mani di Dio e non rientra nelle preoccupazioni che la Bibbia affida agli esseri umani. E la Bibbia anche su questo è chiara: la legge è vita, è il fulcro del Tabernacolo, ed è la legge che si deve seguire. Quando si commettono errori esiste il ravvedimento, è sempre esistito e non richiede il sangue di un messia, come neppure il sangue di un capretto. L’ha detto anche Salomone nelle Cronache, fra i tanti: “Se il mio popolo si umilia, prega, cerca la mia faccia e torna indietro dalle sue vie malvage io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò il suo paese”. Non con il sangue di Gesù, non con la fede di Paolo.

  4. Se sei laico o credente non si capisce bene. Ma io ti ho mandato un libro con sottotitolo: la fede del Papa e dei laici. Un libro scritto per gli ebrei ed i laici, e lo puoi leggere sia come credente che come laico. Ho scritto tutto lì se vuoi. Ti puoi portare avanti perché un giorno se ne parlerà

    Un saluto

  5. Complimenti per l’onestà intellettuale che si percepisce in quello che fa. Sono una persona che si è avvicinata da anni a certi temi, e mi rendo conto che restano molte cose incomprese. E mi chiedo quali siano state manipolate. C’è una mistica abbastanza famosa, Simone Weil e con lei tanti altri che hanno avuto il medesimo dubbio: il dubbio di una Chiesa umana che ha finito per stravolgere il pensiero del Cristo.

  6. le dirò di più, a guardare i tempi a volte penso che sia riguardo il potere che la Chiesa siamo di fronte ai nuovi farisei, che hanno solo cambiato vestito.

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