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Perché Giona provò a fuggire da Dio?

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E fu [rivolta] la parola di HaShem a Yonah figlio di Amittai, dicendo: «Alzati, va’ a Ninive, la grande città, e predica su di essa, poiché la sua malvagità è salita fino al mio cospetto». Ma Yonah si alzò per fuggire a Tarshish, [lontano] dal cospetto di HaShem (Giona 1:1-2).

Per quale motivo Yonàh (Giona) si sottrae inizialmente alla missione affidatagli da Dio? È una domanda basilare, una domanda che deve necessariamente trovare una risposta se si vuole comprendere la vicenda narrata in questo breve testo della Bibbia ebraica. Eppure non è una domanda facile come si potrebbe credere, né è in alcun modo scontata, come dimostra la varietà di diverse teorie che sono state proposte nei secoli per spiegare l’impossibile fuga di questo profeta dal volere divino. Continua a leggere

Nel ventre del libro di Giona

jonah and the fish

In occasione della solennità di Yom Kippur, il “Giorno dell’Espiazione” stabilito nella Torah, la liturgia ebraica prevede la lettura del libro di Giona (Yonah), un testo breve e dal carattere narrativo incentrato sul tema del ravvedimento.
Tra le tante storie bibliche, quella di Giona è sicuramente una delle più conosciute. Si tratta della vicenda di un profeta a cui Dio affida il compito di predicare nella città corrotta di Ninive, ma che si rifiuta di compiere questa missione e si imbarca nel vano tentativo di sfuggire ai suoi doveri. Ma i piani di Dio prevalgono su quelli di Giona. Dopo essere stato gettato in mare in seguito a una tempesta, il profeta viene infatti inghiottito da un grande pesce, per poi riemergere dagli abissi ancora vivo e con una coscienza rinnovata. Giona decide quindi di ubbidire al comando divino e si reca perciò a Ninive, dove preannuncia la distruzione della città malvagia. Ma questa distruzione non avverrà mai, perché i Niniviti riconoscono i propri peccati e ottengono la misericordia di Dio attraverso il pentimento. Continua a leggere

La Torah non è in cielo

Nella Parashah di questa settimana troviamo un insegnamento di grande importanza che chiarisce il rapporto che esiste tra l’essere umano e la Torah:

Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi nel cielo e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?”. Non è al di là del mare, perché tu dica: “Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?”. Invece, questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica (Deuteronomio 30:11-14).

In riferimento a questo brani, Rav Hirsch spiega: “La Torah, con tutti i suoi contenuti, è vicina a te. Parla di te stesso, e si occupa della tua vita qui sulla terra. Per comprendere ciò che la Torah contiene devi solo scavare nelle profondità del tuo animo e aprire gli occhi per guardare la tua condizione umana materiale”.

La Legge divina, al contrario di come sostiene la teologia cristiana ispirata al pensiero di Paolo di Tarso, non è un giogo da cui bisogna essere liberati. Essa è stata rivelata per essere messa in pratica, per condurre gli esseri umani alla giustizia, come afferma il Deuteronomio nel passo successivo: “Poiché io ti comando oggi di amare Hashem, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue prescrizioni, affinché tu viva e ti moltiplichi, e Hashem, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare” (30:16).

Tutto ciò ci pone tuttavia davanti a un problema fondamentale. Se la Torah è così vicina all’uomo, e i suoi precetti non sono troppo difficili da osservare, com’è possibile che nessuno riesca ad applicarla in modo impeccabile, senza mai fallire nemmeno una volta? Tra tutti i grandi personaggi della Bibbia ebraica, nessuno può essere definito un uomo perfetto, immune dal peccato o infallibile. Il Talmud riporta un’affermazione secondo cui “Se il Santo Benedetto Egli sia fosse entrato in giudizio con Abramo, Isacco e Giacobbe, questi non avrebbero potuto resistere al rimprovero” (Arachin 17a).
Quando Rabbi Eliezer chiese a Rabbi Akiva: «Ho mai trascurato qualcosa dell’intera Torah?», questi gli rispose: «Maestro, tu ci hai insegnato: “Non c’è alcun uomo giusto sulla terra che faccia il bene e non pecchi mai”» (Sanhedrin 101a).

Sembrerebbe dunque che la completa giustizia sia inaccessibile a chiunque, e che nessuno possa elevarsi senza rischiare di cadere.
La soluzione a questo problema, secondo l’Ebraismo, si chiama Teshuvah. La Teshuvah (letteralmente “ritorno”) è un percorso di ravvedimento che comprende il riconoscimento delle proprie colpe, il pentimento e l’abbandono del peccato. Nei Profeti è scritto: “Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7).
“Tornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore” (Malachia 3:7).
Il Talmud dichiara: “Grande è la Teshuvah, perché porta guarigione al mondo. Grande è la Teshuvah, perché raggiunge il Trono della Gloria” (Yoma 86a).

Nachmanide, nel suo Commentario, vede una relazione diretta tra il brano del Deuteronomio che abbiamo preso in esame e la Teshuvah. Egli infatti spiega:
“L’espressione «essa è nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica» significa che [gli Israeliti] devono confessare la loro iniquità, e l’iniquità dei loro padri, attraverso la loro bocca, e ritornare con il loro cuore a Dio accettando la Torah da questo giorno fino alle prossime generazioni”.

In altre parole, se la Torah “non è troppo difficile”, è anche grazie all’esistenza della via del ravvedimento, che permette all’uomo di correggere i propri errori e di ripartire da dove era caduto. E ciò non vale soltanto per Israele, ma per ogni popolo, come ci mostra l’esempio degli abitanti di Ninive nel libro di Giona. Del resto, secondo un’antica tradizione, la Teshuvah è considerata talmente essenziale che essa fu creata da Dio ancora prima che il mondo fisico venisse formato. Questo insegnamento intende sottolineare che, senza il ravvedimento, non ci sarebbe alcuna speranza per l’umanità. L’opportunità di imparare dai propri sbagli per riuscire a migliorarsi è un dono di cui si può far tesoro in ogni momento, senza salire in cielo o attraversare il mare.

Il perdono dei peccati senza sacrifici

I testi sacri del Cristianesimo stabiliscono un nesso fondamentale tra l’espiazione dei peccati e l’offerta dei sacrifici. Nel Nuovo Testamento si afferma infatti che senza spargimento di sangue non c’è perdono (Lettera agli Ebrei, 9:22).
I sacrifici animali prescritti dalla Torah, secondo la dottrina cristiana, erano però soltanto una prefigurazione incompleta di un sacrificio più elevato, quello di Gesù sulla croce, che rappresenta l’adempimento definitivo degli antichi riti ebraici. Su questo punto, il messaggio del Vangelo appare particolarmente intransigente: solo il corpo e il sangue di Gesù, attraverso la fede nella morte espiatoria del Messia, possono garantire all’uomo la salvezza dell’anima.
“Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna»” (Vangelo di Giovanni, 6:53-54).
Allo stesso modo, Paolo di Tarso dichiara che l’uomo, benché si sforzi di compiere opere buone, non può ottenere da solo il perdono dei peccati, e deve perciò affidarsi al potere del sacrificio di Gesù: “…poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Lui è stato prescelto da Dio per fare l’espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Lettera ai Romani, 3:23-25).

Se tutto ciò fosse vero, il popolo ebraico si troverebbe in una condizione spirituale altamente problematica. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta duemila anni fa, gli Ebrei avrebbero infatti perduto l’espiazione incompleta e temporanea fornita dai sacrifici; e inoltre, poiché essi non credono in Gesù, non esisterebbe per loro alcuna via per ottenere il perdono di Dio.
Questo è il punto di vista della dottrina cristiana tradizionale, su cui tuttora insistono molti movimenti religiosi, in particolare evangelici e messianici.

La posizione dell’Ebraismo su questo tema è radicalmente diversa. Gli antichi Maestri del Talmud insegnano che, in mancanza del Tempio e dei riti che in esso si svolgevano, le offerte sacrificali sono sostituite dalla preghiera, dallo studio della Torah e dagli atti caritatevoli. Questi tre elementi, se uniti al ravvedimento (Teshuvah), permettono a chiunque di ricevere il perdono di tutte le proprie colpe.
Su cosa si basa tale insegnamento? Con quale autorità i rabbini hanno stabilito una “via alternativa” ai sacrifici?
In realtà, come si può facilmente constatare, è la Bibbia stessa a indicare la preghiera e le altre opere di pentimento come mezzi di espiazione, indipendentemente dalla pratica dei culti sacrificali. Quando la costruzione del Primo Tempio di Gerusalemme fu completata, il re Salomone si rivolse a Dio pronunciando un discorso che basterebbe da solo a confutare le teorie cristiane sull’espiazione:

“Quando [gli Israeliti] peccheranno contro di te (perché non c’è alcun uomo che non pecchi), e tu, adirato contro di loro, li abbandonerai in balìa del nemico e saranno deportati nel paese del nemico, lontano o vicino, se nel paese in cui sono stati deportati rientrano in se stessi, se tornano a te e ti supplicano nel paese di quelli che li hanno portati in prigionia e dicono: «Abbiamo peccato, abbiamo agito iniquamente, abbiamo fatto del male», se tornano a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nel paese dei loro nemici che li hanno deportati e ti pregano rivolti al loro paese che tu hai dato ai loro padri, alla città che tu hai scelto e al Tempio che io ho costruito al tuo Nome, tu ascolta dal cielo, il luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e sostieni la loro causa, e perdona al tuo popolo che ha peccato contro di te tutte le trasgressioni che ha commesso contro di te” (1Re 8:46-50).

Il Libro del profeta Osea parla di un’epoca futura in cui “…i figli d’Israele staranno per molti giorni senza re, senza capo, senza sacrifici” (Osea 3:4); eppure lo stesso profeta riconosce l’efficacia di un altro tipo di sacrificio, quello che si offre attraverso la preghiera: “Prendete con voi delle parole e tornate al Signore. Ditegli: «Togli via ogni iniquità e accetta ciò che è buono, e noi ti offriremo i sacrifici delle nostre labbra»” (Osea 14:2).

Daniele, trovandosi in esilio a Babilonia, prega per il perdono dei peccati del suo popolo e per la ricostruzione di Gerusalemme: “Mentre io stavo ancora parlando, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo d’Israele e presentavo la mia supplica davanti al Signore, il mio Dio […]  era l’ora dell’offerta della sera (Daniele 9:20-21). Questo versetto segna probabilmente l’origine dell’usanza ebraica di pregare in corrispondenza dell’orario in cui al Tempio venivano eseguiti i riti sacrificali.

Ma qual era la vera natura dei sacrifici e il loro scopo secondo la Torah?
Fra tutte le offerte che venivano presentate nel Santuario, solo alcune avevano la funzione di espiare i peccati. Il Levitico parla anche di sacrifici di ringraziamento, oblazioni di cibo, sacrifici da offrire per sciogliere un voto o per la purificazione rituale. Al contrario di quanto lasciano intendere le fonti cristiane (“Senza spargimento di sangue non c’è perdono”), non tutti i sacrifici di espiazione avevano come oggetto un animale; la Torah consente infatti ai poveri di offrire prodotti farinacei sull’altare per espiare alcuni tipi di trasgressioni (vedi Levitico 5:11).

Ciò che la Bibbia ebraica sottolinea in moltissime occasioni è il fatto che il Creatore del mondo non ha bisogno dei sacrifici: essi servono all’uomo, come segno di rinuncia e di comunione con Dio, ma non sono da intendere come doni materiali volti a placare l’ira di una divinità assetata di sangue.

“Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti riprenderò per i tuoi sacrifici, né per i tuoi olocausti che mi stanno sempre davanti. Non prenderò alcun torello dalla tua casa né capri dai tuoi ovili. Mie sono infatti tutte le bestie della foresta; mio è il bestiame che sta a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli dei monti, e tutto ciò che si muove nei campi è mio. Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio. Mangio forse carne di tori, o bevo sangue di capri? Offri a Dio sacrifici di lode e adempi i tuoi voti fatti all’Altissimo” (Salmi 50:7-14).

Senza il pentimento e lo spirito di umiltà, i sacrifici sono del tutto privi di valore, e vengono perciò rifiutati da Dio:
“Poiché io desidero la misericordia e non i sacrifici, e la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Osea 6:6).
Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).
 “Il sacrificio dell’empio è cosa abominevole, tanto più se lo offre con intento malvagio” (Proverbi 21:27).

I sacrifici erano quindi considerati soprattutto uno strumento per permettere agli uomini di raggiungere una giusta disposizione interiore attraverso un atto di rinuncia. La via più autentica per ricevere il perdono era però quella del ravvedimento e del ritorno alla giustizia, come spesso la Bibbia afferma chiaramente:
“Ciascuno si ritirerà dalla propria via malvagia, e così io perdonerò la loro iniquità e il loro peccato” (Geremia 36:3)
“Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7).
“Se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e torna indietro dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò il suo paese” (2Cronache 7:14).

Si potrebbe a questo punto obiettare che ciò sia valido per Israele, ma non per gli altri popoli. Forse le nazioni del mondo, prive della Rivelazione della Torah, avevano bisogno di un redentore che si sacrificasse per i peccati e di una nuova fede che permettesse anche a loro di conoscere la grazia Divina. Ma una simile idea si dimostra anch’essa inaccettabile alla luce della Bibbia ebraica.
Il Libro di Giona insegna che la potenza del ravvedimento è valida per chiunque, sia Ebrei che non-Ebrei:

“Il re fece proclamare e divulgare a Ninive un ordine che diceva: «Uomini e bestie, armenti e greggi non assaggino nulla, non mangino cibo e non bevano acqua, ma uomini e bestie si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua via malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non si volga, non si penta e metta da parte la sua ira ardente, e così noi non periamo». Quando Dio vide ciò che facevano, e cioè che si convertivano dalla loro via malvagia, Dio si pentì del male che aveva detto di far loro e non lo fece” (Giona 3:7-10).

Il testo non menziona vittime offerte su un altare. Gli abitanti di Ninive ottennero il perdono solo tramite la loro penitenza e il loro abbandono della malvagità.
In modo ancora più clamoroso, persino al re di Babilonia Nabucodonosor, colui che distrusse Gerusalemme e deportò gli Israeliti, il dono della misericordia non viene negato; Daniele dichiara infatti: “Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando compassione verso i poveri” (Daniele 4:27).

Questa esaltazione della potenza del ravvedimento, presente nella Torah prima che nella tradizione rabbinica, appare quindi lontanissima dalle dottrine di chi intende colmare l’abisso tra l’uomo e Dio tramite l’esistenza di mediatori e di sacrifici di riscatto per l’anima umana.

Vedi anche: 
I sacrifici nella Torah (commento di Rabbi Jonathan Sacks).

 

Yehudah e la potenza del ravvedimento

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Yosef è il personaggio che emerge maggiormente nelle vicende narrate nell’ultima parte del Libro di Genesi. Le complicate vicende della sua vita gli permettono di essere riconosciuto meritatamente come un vero leader. Yosef viene infatti prima venduto come schiavo dai suoi fratelli, poi rinchiuso ingiustamente nelle prigioni d’Egitto, e infine eletto dal Faraone come viceré grazie alla sua saggezza. Nel corso di tutti questi eventi, nonostante le difficoltà e le tentazioni, Yosef non si allontana mai dalla via della giustizia. Il suo atteggiamento verso i fratelli giunti in Egitto (vedi Genesi 42), benché dall’esterno appaia come quello di un tiranno insensibile, è tuttavia finalizzato ad uno scopo ben preciso. I Maestri ci fanno notare che il vero intento di Yosef è di fare in modo che i suoi fratelli si trovino in una situazione simile a quella che, vent’anni prima, li aveva portati ad agire empiamente nei suoi confronti. Per questo egli si impegna a mettere il giovane Binyamin in cattiva luce agli occhi dell’intera famiglia, fino al punto di spingere i fratelli ad abbandonarlo e a consegnarlo come schiavo, che in fondo è esattamente ciò che essi avevano fatto con Yosef quando lo avevano venduto ai mercanti ismaeliti. Dunque, in realtà, questa messa in scena non rappresenta una punizione o una vendetta, ma una vera e propria verifica volta a far sbocciare la forma più completa di ravvedimento. Come spiegano i Maestri, infatti, per essere davvero liberati dai una grave colpa, è necessario trovarsi in una situazione analoga a quella che aveva portato a commettere il peccato la prima volta.

Il test pianificato da Yosef risulta superato nel momento in cui Yehudah si fa avanti e chiede addirittura di essere condannato alla schiavitù al posto di Byniamin, pur di risparmiare all’anziano padre la sofferenza della perdita del suo figlio più giovane (Genesi 44:33). Non a caso, proprio Yehuda, che ora mostra un grande spirito di sacrificio, è colui che in passato aveva proposto di vendere Yosef come schiavo (Genesi 37:26-27). L’incredibile dimostrazione di pentimento spinge il viceré d’Egitto a commuoversi e a rivelare la sua vera identità:
E Yosef disse ai suoi fratelli: «Io sono Yosef; mio padre è ancora vivo?». Ma i suoi fratelli non gli potevano rispondere perché erano impauriti alla sua presenza (Genesi 45:3).

Il cambiamento nell’animo di Yehudah era in realtà già iniziato nei capitoli precedenti della Torah. Davanti a sua nuora Tamar, che stava per essere condannata a morte, egli aveva ammesso: «Ella è più giusta di me» (Genesi 44:26). In seguito, per placare le ansie del padre Yaakov, Yehudah si era addossato enormi responsabilità nei confronti di suo fratello Binyamin:
E Yehudah disse a Israele suo padre: «Lascia venire il fanciullo con me, e ci leveremo e andremo perché possiamo vivere e non morire, sia noi che tu e i nostri piccoli. Io mi rendo garante di lui; ne domanderai conto alla mia mano. Se non te lo riconduco e non te lo rimetto davanti, ne porterò la colpa davanti a te per sempre» (Genesi 43:8-9).

È proprio la capacità di ravvedersi completamente che permette a Yehudah di diventare il leader del popolo ebraico, e di essere perciò innalzato persino al di sopra dello stesso Yosef. Il principio espresso nel Talmud (Berachot 34b), secondo cui chi si pente è superiore a chi è sempre rimasto nella giustizia, si applica perfettamente alla vicenda di Yosef e di Yehudah. Il primo, nonostante i grandi onori conseguiti in Egitto, avrà una discendenza corrotta che sparirà dalla storia ebraica dopo la deportazione ad opera degli Assiri; Yehudah, invece, riceverà dal padre il comando del popolo e sarà l’antenato del re David e della stirpe regale.
Tuttavia, alla fine, il destino della nazione d’Israele renderà giustizia ai meriti di entrambi i fratelli. Il profeta Ezechiele (nel brano scelto come Haftarah di Vayigash) parla infatti della promessa secondo cui il “bastone di Yosef” sarà riunito in futuro al “bastone di Yehudah”, per la realizzazione della speranza messianica:
Così dice Hashem il Signore: Ecco, io prenderò i figli d’Israele dalle nazioni fra le quali sono andati, li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese, e farò di loro una sola nazione nel paese, sui monti d’Israele; un solo re regnerà su tutti loro. Non saranno più due nazioni né saranno più divisi in due regni (Ezechiele 37:21-22).