Scintille di Torah II: Esodo

בְּרֵאשִׁית

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dell’Esodo pubblicati nel 2019.

SHEMOT

“E Dio disse: «Io sarò con te, e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte»” (Esodo 3:12).

Che cosa intende la voce divina quando afferma che l’arrivo degli Israeliti al Monte Sinai per servire Dio sarà il “segno” per Moshè? Possiamo forse ritenere che prima di questo evento Moshè non avesse la certezza di essere stato inviato da Dio?

Secondo Rav Chanoch Waxman, la risposta si trova proprio nel verso che racconta l’adempimento della promessa divina: “Nel primo giorno del terzo mese dall’uscita dalla terra d’Egitto, in questo giorno, i figli d’Israele giunsero al deserto del Sinai” (19:1).

I termini “uscire”, “Egitto”, e “deserto” compaiono sia qui che nel primo verso citato.
La missione di Moshè era iniziata quando egli, pascolando il gregge di suo suocero, era giunto al roveto ardente, chiamato in ebraico “sneh” (3:1). Ora, egli guida il “gregge” del Creatore e giunge (medesimo verbo) presso il Sinai, termine che richiama foneticamente lo “sneh”. Come il roveto era in fiamme ma non si consumava, così il Monte Sinai è avvolto dal fuoco (19:18).
Presso il roveto, Dio dice a Moshè “Non avvicinarti!” a causa della sacralità del luogo (3:5). Similmente, in seguito dirà: “Nessuno deve salire sul monte e neppure avvicinarsi” (19:12).

Ciò che era avvenuto a Moshè nell’episodio del roveto avviene quindi in scala maggiore all’intero popolo ebraico con la Rivelazione presso il Sinai. Il primo evento è una prefigurazione del secondo, un “segno”, un’anticipazione profetica. Solo con l’arrivo degli Israeliti al Sinai l’esperienza già vissuta da Moshè raggiunge il suo pieno sviluppo e si realizza, chiudendo un cerchio che Dio aveva iniziato a tracciare quando Moshè era solo un pastore in terra straniera.


VAERÀ

“E disse Moshè davanti ad HaShem: «Se io sono incirconciso di labbra, come mi ascolterà il Faraone?». E disse HaShem a Moshè: «Ecco, ti ho reso un Elohim per il Faraone. E Aharon tuo fratello sarà il tuo profeta»” (Esodo 6:30 – 7:1).

Laddove molte delle traduzioni italiane della Bibbia riportano “parola impacciata” o “lingua biascicante”, la Torah usa un’espressione molto più concreta e ci dice, alla lettera, che Moshè era “incirconciso di labbra” (aràl sefatàim). Il prepuzio (orlà), rimosso con la circoncisione, nel linguaggio biblico può rappresentare un’ostruzione, qualcosa di superfluo che appesantisce e crea impedimenti. Il Deuteronomio parla di “circoncidere il cuore” (10:16), e Geremia di “orecchie incirconcise” (6:10), cioè appunto ostruite, non predisposte all’ascolto.

Per rispondere al timore di Moshè di non essere idoneo a parlare con il Faraone, Dio afferma che trasformerà il suo difetto espressivo in un segno di forza. Restando in silenzio, Moshè diventerà, agli occhi del re d’Egitto, un “Elohìm”, ossia un’autorità potente, un giudice, ma anche una “divinità”. Infatti, proprio come un dio non rivela il suo volere apertamente, egli resterà nell’ombra e si servirà di suo fratello Aharon come di un “navì”, termine che significa “portavoce”, ma anche “profeta”. Il Faraone, che si riteneva egli stesso una divinità, sarà così portato a credere di trovarsi al cospetto di un suo pari.


BO

“Ma contro tutti i figli d’Israele non affilerà un cane la sua lingua, né contro uomini, né contro bestie, perché sappiate che HaShem fa distinzione tra l’Egitto e Israele” (Esodo 11:7).

In previsione della notte fatale della piaga dei primogeniti, Dio rassicura gli Israeliti dichiarando che lo sterminio colpirà soltanto gli Egizi, mentre contro il popolo ebraico neppure un cane oserà abbaiare.

Perché viene menzionato il cane in questo contesto? La frase potrebbe avere semplicemente la funzione di enfatizzare la garanzia della protezione divina: nessuno potrà disturbare la pace dei figli d’Israele, nemmeno i cani.

Il verso assume però ben altro peso se consideriamo il significato attribuito a questo animale dalla religione dell’antico Egitto. Il dio Anubi, rappresentato con sembianze canine, era infatti il protettore delle mummie e dei cimiteri. In epoca tarda fu anche concepito come la guida delle anime nell’oltretomba. Similmente, il dio Khentamentyu, raffigurato in forma di sciacallo, era considerato il guardiano del mondo dei morti.

Proprio in riferimento alla decima piaga, la Torah dice che Dio fece giustizia “contro tutti gli dèi dell’Egitto” (12:12). È dunque altamente possibile che, menzionando specificamente il cane, il testo alluda alla supremazia del Creatore sulle divinità egizie, fra cui vi erano il sole, il Nilo, il Faraone e anche la morte, il cui potere si piega alla volontà del Sovrano dell’universo.


BESHALLACH

“Quando il Faraone lasciò andare il popolo, Dio non lo condusse per la via della terra dei Filistei, benché fosse vicina, poiché Dio disse: «Perché il popolo non si penta, quando vedrà la guerra, e non ritorni in Egitto». Ma Dio guidò il popolo per la via del deserto, verso il Mar Rosso” (Esodo 13:17-18).

L’interpretazione più tradizionale di questo brano sostiene che Dio abbia condotto il suo popolo su una via più lunga ma più tranquilla, in modo da evitare che gli Israeliti si ritrovassero subito ad essere minacciati da popolazioni bellicose e ostili.

Da ciò nasce però un problema insormontabile: di fatto, proprio sulla via “più tranquilla”, gli Israeliti dovettero immediatamente fare i conti con il Faraone e il suo esercito:

“Quando il Faraone fu vicino, i figli d’Israele alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro. Allora i figli d’Israele ebbero grande paura e gridarono ad HaShem. E dissero a Moshè: «Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto?»” (14:10-11).

Sembrerebbe quindi che il proposito di Dio sia clamorosamente fallito. Come si spiega questa incongruenza?
Rav Yoel Bin-Nun fa notare che espressioni come “tornare in Egitto” sono utilizzate dai profeti (vedi Isaia 31:11) non nel senso di un semplice ritorno fisico nella terra d’Egitto, ma in riferimento a chi ricerca il sostegno politico e militare degli Egiziani.

“Contrariamente all’opinione comune – scrive Bin-Nun – l’intenzione di Dio non era di evitare la guerra e di salvare Israele da un grave timore, ma esattamente il contrario: trascinare gli Ebrei in un confronto diretto per ottenere la piena e totale indipendenza presso il Mar Rosso”.

Trovandosi di fronte ai Filistei e ai Cananei, il popolo avrebbe potuto sottomettersi all’Egitto per chiedere protezione dai nemici, e il Faraone avrebbe così rappresentato un potenziale salvatore. Ma in questo modo, Israele non avrebbe potuto raggiungere la piena libertà, che invece ottenne soltanto dopo aver assistito alla distruzione dell’esercito del Faraone, trionfando così sugli antichi oppressori.


YITRÒ

“Voi avete visto che ho parlato con voi dal cielo. Non farete altri dèi accanto a me; non vi farete dèi d’argento o dèi d’oro. Farai per me un altare di terra e su questo offrirai i tuoi olocausti. […] In ogni luogo in cui farò sì che il mio nome sia ricordato, verrò a te e ti benedirò. E se farai per me un altare di pietra, non lo costruirai con pietre tagliate; perché alzando su di esse la tua spada le contamineresti. E non salirai al mio altare per mezzo di gradini, affinché su di esso non si scopra la tua nudità” (Esodo 20:22.26).

Questi versi riportano le prime parole pronunciate da Dio subito dopo la Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Sinai. Basandosi sul commento di Nachmanide, Rabbi Alex Israel sostiene che i precetti qui presentati derivino proprio da alcuni dei Dieci Comandamenti:

– “Voi avete visto che io ho parlato con voi dal cielo”: la frase richiama il primo comandamento: “Io sono HaShem, il tuo Dio…”.
– “Non farete altri dèi accanto a me” riflette il secondo comandamento: “Non avrai per te altri dèi accanto a me”.
– In ogni luogo in cui farò sì che il mio nome sia ricordato…”: il riferimento al Nome di Dio ci ricorda il terzo comandamento.
– Il divieto di contaminare l’altare con “la spada” si può ricondurre alla proibizione di uccidere.
– “…affinché non si scopra la tua nudità”: il pudore che qui si prescrive rievoca la proibizione dell’immoralità sessuale, già espressa nel divieto dell’adulterio.

A prescindere dalle corrispondenze suggerite, l’importanza di questi precetti non può essere sottovalutata: essi definiscono infatti i primi parametri di applicazione della Legge appena rivelata nella vita religiosa del popolo d’Israele.


MISHPATIM

“Se un bue colpisce a morte un uomo o una donna, il bue dovrà essere lapidato e la sua carne non si mangerà; ma il padrone del bue sarà assolto. […] Se uno danneggia un campo o una vigna, lasciando andare le sue bestie a pascolare nel campo di un altro, risarcirà il danno col meglio del suo campo e col meglio della sua vigna” (Esodo 21:28; 22:5).

Cosa ci fanno queste leggi nella Bibbia? Un testo sacro non dovrebbe forse occuparsi di concetti religiosi e realtà ultraterrene? Cosa c’è di spirituale nelle norme sui danni e sui risarcimenti, su bovini che cozzano, o sui furti di bestiame?

Nella nostra società laica che si sforza di tenere separate la religione e la legge dello Stato, è difficile dare una risposta che soddisfi la mentalità comune.
Anche nell’antichità, del resto, il mondo dei rituali e quello dell’etica nei rapporti sociali erano ben distinti, spesso senza alcun legame.

Solo la scorsa settimana abbiamo letto il brano in cui la Torah presenta le prime indicazioni su come adorare Dio e come costruire un altare (20:22-26). Subito dopo, il testo inizia a elencare gli “statuti” (mishpatìm), ossia le leggi civili a cui gli Israeliti devono attenersi. A questo proposito, Rashi commenta:

“Per quale motivo la sezione sulle leggi civili è posta accanto alla sezione che riguarda l’altare? Ciò è per insegnare che si deve porre il Tribunale accanto al Tempio”.

Quella a cui Rashi (e prima di lui i Maestri) fa riferimento non è solo una vicinanza tra i due edifici: il Tempio e il Tribunale sono concettualmente vicini, in quanto esiste una stretta connessione fra loro. Come afferma Resh Lakish nel Talmud (Sanhedrin 7b): “Chi nomina un giudice incompetente sulla comunità è come se avesse piantato un idolo di Astarte in Israele”.

Dal punto di vista biblico, la “religione” è anche e soprattutto un impegno a costruire una società equa. La Torah insiste molto su questo impegno, e non lo fa solo con principi astratti ed esortazioni poetiche a perseguire la giustizia, ma anche affrontando i dettagli tecnici e giuridici sull’applicazione dell’etica divina nella realtà quotidiana.


TERUMAH

“E faranno un’arca di legno di acacia” (Esodo 25:10).

In riferimento alle Scritture, cosa vi fa venire in mente la parola “arca”?
La Torah ci parla di due “arche”: quella costruita da Noach (Noè) per scampare al Diluvio, come narra la Genesi, e quella posta nel Santuario per contenere le Tavole della Legge, nota come “Arca del Patto”. In ebraico, a dire il vero, questi due oggetti sono chiamati in modo diverso: l’arca di Noach è una “tevàh”, quella del Santuario è detta “aròn”. Entrambi i termini indicano però letteralmente una cassa o una scatola.

Rabbi David Fohrman ritiene che tra le due arche esistano delle analogie. Entrambe sono fatte di legno (etz) e sono ricoperte “di dentro e di fuori” (mibait umichutz) di un altro materiale (oro nel caso dell’Arca del Patto, pece nell’arca di Noach).
Possiamo inoltre osservare che, nel Santuario, l’Arca custodisce il Patto (brit) tra Dio e Israele; l’arca di Noach rappresenta anch’essa un patto tra Dio e l’uomo: “E stabilirò il mio patto (brit) con te ed entrerai nell’arca” (6:18).
Come l’Arca del Patto è l’oggetto su cui risiede la Presenza divina (25:22), anche l’arca di Noach è presentata come un Tabernacolo: Dio parla come se si trovasse al suo interno (Genesi 7:1).

Si tratta forse di coincidenze, oppure queste analogie hanno un preciso significato? Forse le due arche rappresentano in qualche modo la stessa cosa? Vi invitiamo a rifletterci e a proporre una risposta.


TETZAVEH

“E Aharon porterà i nomi dei figli d’Israele incisi nel Pettorale del Giudizio, sul suo cuore, quando entrerà nel Santuario, in ricordo perenne davanti ad HaShem” (Esodo 28:29).

In un nostro articolo precedente abbiamo avuto modo di notare una certa corrispondenza tra gli abiti sacri del Sommo Sacerdote e i Tefillìn, gli astucci di cuoio indossati dagli Ebrei in cui sono custodite pergamene che riportano alcuni versi della Torah.

Come il Sommo Sacerdote porta i nomi delle tribù d’Israele incise sul petto – “sul suo cuore” -, e indossa un diadema “continuamente sulla sua fronte per rendere [i figli d’Israele] graditi davanti ad HaShem” (28:38), così ogni Ebreo è esortato a legare le parole della Torah come “un ricordo fra i tuoi occhi” (13:9) e a porle nel proprio cuore (Deut. 6:6). In entrambi i casi, il ricordo costante si esprime attraverso ornamenti visibili, che sono a loro volta il simbolo di un impegno interiore.

Esiste tuttavia una differenza: mentre i Tefillin rappresentano per ciascun Ebreo un richiamo a compiere i propri obblighi verso Dio, gli accessori del Sommo Sacerdote sono invece (simbolicamente) un richiamo per Dio stesso, alla cui presenza i discendenti di Aharon li indossano “per rendere [i figli d’Israele] graditi davanti ad HaShem” (28:38). Vedendo i Tefillin, gli Ebrei devono ricordarsi dei precetti divini; vedendo i paramenti sacri del Sommo Sacerdote, Dio “si ricorda” del Patto con Israele. Il legame reciproco si esprime attraverso strumenti il cui significato è al contempo simile e opposto.


KI TISSÀ

“E HaShem disse a Moshè: «Ho visto questo popolo, ed ecco, è un popolo dal collo duro. E ora lasciami, e la mia ira si infiammerà contro di loro, e io li divorerò. Ma di te farò una grande nazione»” (Esodo 32:9-10).

In questi versi, la Torah ci presenta la dura reazione di Dio al peccato del vitello d’oro. Troviamo qui due elementi particolarmente interessanti. Il primo: Dio dice a Moshè “ora lasciami, e la mia ira si infiammerà”. Se da un lato la frase appare drastica e inclemente, dall’altro la strana espressione “ora lasciami” (hanninàh li) sembra aprire a una possibilità di misericordia. Se non mi lasci – fa intendere Dio a Moshè – e resti qui a pregarmi per il tuo popolo, io non lo annienterò e muterò la mia sentenza.

Un altro elemento da considerare è l’espressione “popolo dal collo duro”. Gli Ebrei sono da sempre noti per la loro “dura cervice”, ma mentre in questi versi tale qualità è menzionata come un motivo di condanna, poco più avanti Moshè la rievocherà per chiedere a Dio di avere pietà degli Israeliti: “Venga HaShem in mezzo a noi, perché questo è un popolo dal collo duro” (34:8). Come si spiega?

Rabbi Yitzchak Nissenbaum, che visse e morì nel ghetto di Varsavia, offre la seguente parafrasi del discorso di Moshè:
“Dio onnipotente, considera questo popolo con favore, perché quello che ora è il suo più grande vizio sarà un giorno la sua virtù più eroica. Sono davvero un popolo ostinato […] Le nazioni li inviteranno ad assimilarsi, ma essi rifiuteranno. Le religioni più potenti li spingeranno a convertirsi, ma resisteranno. Soffriranno umiliazione, persecuzione, persino tortura e morte a causa del nome che portano e della fede che professano, ma rimarranno fedeli all’alleanza che i loro antenati hanno fatto con Te. Andranno alla loro morte dicendo ‘Ani ma’amin’, “Io credo.” Questo è un popolo fantastico nella sua ostinazione – e anche se ora questo è il loro fallimento, ci saranno tempi lontani, in futuro, quando invece sarà la loro forza più nobile”.


VAYAKEL-PEKUDEI

“E ora Betzalel e Oholiav e tutti gli uomini abili, nei quali HaShem ha messo sapienza e intelligenza per saper eseguire tutti i lavori per il servizio del Santuario, faranno secondo tutto ciò che HaShem ha ordinato” (Esodo 36:1).

Cosa ne pensa il Creatore dell’ingegno e della creatività umana? Leggendo la Torah fin dall’inizio, dal Libro della Genesi, la risposta sembra essere piuttosto sconfortante. A partire dall’industrioso Kayin, agricoltore e primo costruttore di città, passando poi alla sua stirpe di grandi inventori e artisti, sembra che ogni opera della civiltà finisca per essere volta a scopi malvagi. Kayin è infatti anche il primo omicida, e nella sua genealogia spicca il violento e sanguinario Lemekh. Anche dopo il Diluvio, con la storia degli operosi costruttori della Torre di Bavel, la Torah sembra opporsi alla tecnologia e alle imprese dell’estro degli uomini.

Al contrario di come si potrebbe credere considerando questi esempi, il modello di giustizia presentato dalla Bibbia ebraica non è quello di un’umanità nomade che rinunci all’ingegno e alle proprie abilità. Benché l’arte e la tecnologia possano essere pericolose per i loro impieghi negativi, la Torah non comanda di reprimerle. La soluzione che ci viene invece fornita dalle Scritture è contenuta nel nome di Betzalel, l’artista che diresse i lavori di costruzione del Mishkan (Tabernacolo). BeTzal El, ossia: “All’ombra di Dio”. Il Mishkan è l’esempio perfetto del lavoro umano volto a scopi positivi, un lavoro che scaturisce dal servizio divino e non dall’esaltazione materialistica delle capacità dell’uomo.

 

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