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Pesach: il significato del sacrificio pasquale nella Bibbia

E il sangue sarà un segno per voi sulle vostre case: quando io vedrò il sangue, passerò oltre e non vi sarà piaga su di voi per distruggervi, quando colpirò la terra d’Egitto (Esodo 12:13).

Nel Libro dell’Esodo, l’appassionante racconto delle dieci piaghe si interrompe nel momento decisivo per lasciare spazio alle istruzioni relative al Korban Pesach (sacrificio pasquale) e alla “festa delle azzime” che il popolo ebraico dovrà celebrare ogni anno in tutte le generazioni. I dettagli del rito compiuto in Egitto sono piuttosto noti, ma non altrettanto compresi nei loro aspetti cruenti e misteriosi.

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Scintille di Torah II: Esodo

בְּרֵאשִׁית

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dell’Esodo pubblicati nel 2019.

SHEMOT

“E Dio disse: «Io sarò con te, e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte»” (Esodo 3:12).

Che cosa intende la voce divina quando afferma che l’arrivo degli Israeliti al Monte Sinai per servire Dio sarà il “segno” per Moshè? Possiamo forse ritenere che prima di questo evento Moshè non avesse la certezza di essere stato inviato da Dio?

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Le mani di Mosè e la guerra contro Amalek

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E Moshè costruì un altare e lo chiamò «HaShem è la mia bandiera».  E disse: «Poiché una mano è sul trono di Yah: [ci sarà] guerra per HaShem contro Amalek di generazione in generazione» (Esodo 17:15-16).

La severità con cui il testo biblico si scaglia contro la nazione di Amalek non ha pari all’interno della Torah. Né gli Egizi, né i Cananei o i Moabiti sono infatti condannati in modo tanto drastico e solenne, nonostante la loro corruzione morale e le violenze da loro compiute contro Israele. Solo in riferimento ad Amalek è scritto che Dio ha giurato sul suo trono di combattere questo popolo per tutte le generazioni. Quale grande crimine hanno commesso gli Amalekiti per essere considerati i nemici di Dio per eccellenza? Continua a leggere

Pesach: perché è proibito il lievito?

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Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale. Continua a leggere

Mishpatim: La logica della Legge

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E questi sono gli statuti che tu porrai dinanzi a loro (Esodo 21:1).

La Parashah di Mishpatìm, la porzione del Libro dell’Esodo subito successiva al racconto della Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, presenta una serie di leggi civili, sociali e religiose che rappresentano il primo nucleo dell’ordinamento giuridico che il popolo d’Israele è chiamato ad adottare come conseguenza dell’accettazione del Patto divino.
Ad alcune di queste leggi, come le norme sulla schiavitù e il tanto discusso “occhio per occhio, dente per dente“, abbiamo già dedicato degli articoli in passato. Questa volta vogliamo invece concentrarci sulle leggi relative al risarcimento dei danni inflitti alle persone e ai beni materiali. Continua a leggere

“Lascia andare il mio popolo”: la frase mai detta

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“Il viaggio degli Israeliti dalla schiavitù alla terra promessa è uno dei più grandi esempi di emancipazione della storia dell’umanità, che ha avuto il suo eco nelle rivendicazioni dei diritti civili in tutto il mondo”. Con queste parole, pronunciate lo scorso anno in occasione della festa di Pesach, l’ex presidente americano Barack Obama ha ricordato la vicenda biblica dell’Esodo e la sua indiscutibile importanza storica. La celebre frase “Lascia andare il mio popolo“, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato e continua a ispirare generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.

I fatti, tuttavia, secondo il racconto biblico, non si svolsero proprio come molti ritengono. Le rappresentazioni cinematografiche e le interpretazioni semplici e riduttive del testo biblico hanno infatti diffuso nella mentalità comune una versione dell’Esodo un po’ diversa da quella presentata nella Torah. Continua a leggere

Le origini di Mosè

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Un uomo della casa di Levì andò a prendere in moglie una figlia di Levì. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era buono e lo tenne nascosto per tre mesi. Poi, non potendo più nasconderlo, prese una cesta di papiro e la rivestì di bitume e di argilla, vi mise il bambino e la depose nel canneto in riva al Nilo. La sorella [del bambino] si teneva a distanza per sapere che cosa gli sarebbe accaduto. 
La figlia del Faraone scese al Nilo a lavarsi, e le sue ancelle camminavano presso il Nilo. Ella vide la cesta nel canneto e mandò la sua ancella a prenderla; la aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullo che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «Questo è uno dei bambini ebrei!»
La sorella [del bambino] disse alla figlia del Faraone: «Vuoi che vada a chiamarti una nutrice ebrea che allatti per te il bambino?» La figlia del Faraone le disse: «Va’!» E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. […] La donna prese il bambino e lo allattò. Quando fu cresciuto, lo condusse alla figlia del Faraone, ed egli fu per lei come un figlio, ed ella lo chiamò Moshè, dicendo: «Poiché dalle acque l’ho tratto (meshitìhu)» (Esodo 2:1-10).

Come tutte le storie bibliche più famose, raccontate ai bambini nella forma di fiabe e divenute oggetto di suggestive rappresentazioni cinematografiche, anche la vicenda della nascita di Moshè (e della sua adozione da parte della figlia del Faraone) si rivela in realtà molto più complessa e ricca di significati di quanto spesso si pensi. Continua a leggere