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Scintille di Torah II: Esodo

בְּרֵאשִׁית

Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh (porzione settimanale di Torah/Pentateuco secondo il ciclo di lettura annuale ebraico) che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Di seguito troverete tutti i commenti al Libro dell’Esodo pubblicati nel 2019.

SHEMOT

“E Dio disse: «Io sarò con te, e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte»” (Esodo 3:12).

Che cosa intende la voce divina quando afferma che l’arrivo degli Israeliti al Monte Sinai per servire Dio sarà il “segno” per Moshè? Possiamo forse ritenere che prima di questo evento Moshè non avesse la certezza di essere stato inviato da Dio?

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Le mani di Mosè e la guerra contro Amalek

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E Moshè costruì un altare e lo chiamò «HaShem è la mia bandiera».  E disse: «Poiché una mano è sul trono di Yah: [ci sarà] guerra per HaShem contro Amalek di generazione in generazione» (Esodo 17:15-16).

La severità con cui il testo biblico si scaglia contro la nazione di Amalek non ha pari all’interno della Torah. Né gli Egizi, né i Cananei o i Moabiti sono infatti condannati in modo tanto drastico e solenne, nonostante la loro corruzione morale e le violenze da loro compiute contro Israele. Solo in riferimento ad Amalek è scritto che Dio ha giurato sul suo trono di combattere questo popolo per tutte le generazioni. Quale grande crimine hanno commesso gli Amalekiti per essere considerati i nemici di Dio per eccellenza? Continua a leggere

Pesach: perché è proibito il lievito?

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Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale. Continua a leggere

Mishpatim: La logica della Legge

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E questi sono gli statuti che tu porrai dinanzi a loro (Esodo 21:1).

La Parashah di Mishpatìm, la porzione del Libro dell’Esodo subito successiva al racconto della Rivelazione dei Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, presenta una serie di leggi civili, sociali e religiose che rappresentano il primo nucleo dell’ordinamento giuridico che il popolo d’Israele è chiamato ad adottare come conseguenza dell’accettazione del Patto divino.
Ad alcune di queste leggi, come le norme sulla schiavitù e il tanto discusso “occhio per occhio, dente per dente“, abbiamo già dedicato degli articoli in passato. Questa volta vogliamo invece concentrarci sulle leggi relative al risarcimento dei danni inflitti alle persone e ai beni materiali. Continua a leggere

“Lascia andare il mio popolo”: la frase mai detta

“Il viaggio degli Israeliti dalla schiavitù alla terra promessa è uno dei più grandi esempi di emancipazione della storia dell’umanità, che ha avuto il suo eco nelle rivendicazioni dei diritti civili in tutto il mondo”. Con queste parole, pronunciate lo scorso anno in occasione della festa di Pesach, l’ex presidente americano Barack Obama ha ricordato la vicenda biblica dell’Esodo e la sua indiscutibile importanza storica. La celebre frase “Lascia andare il mio popolo“, che richiama alla mente l’immagine di un Mosè coraggioso e sfrontato al cospetto del temibile Faraone, ha ispirato e continua a ispirare generazioni di individui oppressi e di comunità in lotta per l’indipendenza.

I fatti, tuttavia, secondo il racconto biblico, non si svolsero proprio come molti ritengono. Le rappresentazioni cinematografiche e le interpretazioni semplici e riduttive del testo biblico hanno infatti diffuso nella mentalità comune una versione dell’Esodo un po’ diversa da quella presentata nella Torah. Continua a leggere

Le origini di Mosè

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Un uomo della casa di Levì andò a prendere in moglie una figlia di Levì. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era buono e lo tenne nascosto per tre mesi. Poi, non potendo più nasconderlo, prese una cesta di papiro e la rivestì di bitume e di argilla, vi mise il bambino e la depose nel canneto in riva al Nilo. La sorella [del bambino] si teneva a distanza per sapere che cosa gli sarebbe accaduto. 
La figlia del Faraone scese al Nilo a lavarsi, e le sue ancelle camminavano presso il Nilo. Ella vide la cesta nel canneto e mandò la sua ancella a prenderla; la aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullo che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «Questo è uno dei bambini ebrei!»
La sorella [del bambino] disse alla figlia del Faraone: «Vuoi che vada a chiamarti una nutrice ebrea che allatti per te il bambino?» La figlia del Faraone le disse: «Va’!» E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. […] La donna prese il bambino e lo allattò. Quando fu cresciuto, lo condusse alla figlia del Faraone, ed egli fu per lei come un figlio, ed ella lo chiamò Moshè, dicendo: «Poiché dalle acque l’ho tratto (meshitìhu)» (Esodo 2:1-10).

Come tutte le storie bibliche più famose, raccontate ai bambini nella forma di fiabe e divenute oggetto di suggestive rappresentazioni cinematografiche, anche la vicenda della nascita di Moshè (e della sua adozione da parte della figlia del Faraone) si rivela in realtà molto più complessa e ricca di significati di quanto spesso si pensi. Continua a leggere

Terumah: La mensa del Tabernacolo

Fra i principali arredi sacri che la Torah comanda di costruire per la realizzazione del Santuario, oltre all’Arca del Patto, alla Menorah (candelabro a sette bracci), e all’altare dei sacrifici, troviamo anche un oggetto la cui funzione appare meno chiara. Si tratta della Tavola (Shulchàn) su cui era posto il “pane della Presenza” (Lèchem Panìm):

Farai anche una tavola di legno di acacia, lunga due cubiti, larga un cubito e alta un cubito e mezzo. […] Farai pure i suoi piatti, le sue coppe, i suoi calici e le sue tazze con cui si fanno le libazioni; li farai d’oro puro. E metterai sulla tavola il pane della Presenza, che starà sempre dinanzi a me (Esodo 25: 23-30).

Rappresentazione esplicativa realizzata da The Temple Institute

Nella Guida dei Perplessi, Maimonide ammette di non conoscere il vero senso di questo comando, che egli considera quindi un mistero:

“Lo scopo dell’altare per l’incenso e dell’altare per le offerte, e dei loro rispettivi utensili, appare ovvio; tuttavia non conosco l’utilità della Tavola e del pane posto su di essa continuamente, e fino ad oggi non sono riuscito ad attribuire alcuno scopo a questo precetto”.

La difficoltà nasce dal fatto che, nell’intera Bibbia, in nessun luogo troviamo scritto che il Creatore dell’universo abbia bisogno di cibo, né che Egli si serva di un nutrimento materiale di qualsiasi tipo. Il salmista, parlando in nome di Dio, afferma esplicitamente:  “Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio.  Mangio forse carne di tori, o bevo sangue di capri? Offri a Dio sacrifici di lode e adempi i tuoi voti fatti all’Altissimo” (Salmi 50:12-24). Perciò la funzione della Tavola del Santuario, pur essendo stata interpretata in modi diversi dai vari commentatori, non è mai stata intesa nelle fonti ebraiche come quella di una “mensa della Divinità” nel senso letterale del termine.

Secondo il Midrash Aggadah, la costruzione del Tabernacolo e dei suoi arredi non deriva da una necessità di Dio, ma dal bisogno dell’uomo di relazionarsi con la Divinità attraverso strumenti e metodi simili a quelli impiegati per onorare un sovrano umano. Di conseguenza, la Torah comanda di costruire il Santuario utilizzando gli elementi tipici di un palazzo reale. A questo proposito, Rabbi Yosef Bekhor Shor osserva che ogni area del Tabernacolo corrisponde a una stanza della residenza di un re: l’altare di bronzo, dove le offerte sacrificali venivano bruciate, rappresentava la cucina, e si trovava infatti in un luogo esterno alla residenza vera e propria. Il Luogo Santo (Kodesh), dove erano posti la Tavola, la Menorah e l’altare per l’incenso, era simile a un salone, poiché in esso si trovava cibo, luce e fragranze aromatiche. Infine, il Luogo Santissimo (Kodesh Hakodashim), con l’Arca nel suo centro, simboleggiava la dimora privata del re e la sala del trono, il cui accesso era un privilegio riservato a pochissimi.

Abravanel, nel suo Commentario, spiega che ogni elemento del Santuario rappresenta una diversa categoria di benedizione donata da Dio in virtù della Sua Legge, la Torah, simboleggiata dall’Arca del Patto, che conteneva le tavole dei Dieci Comandamenti. La Menorah con la sua luce, e la Tavola con i suoi pani, posti una di fianco all’altra, starebbero quindi a rappresentare rispettivamente le benedizioni astratte e spirituali e il sostentamento materiale con cui Dio nutre le sue creature.

Molto interessante è poi l’interpretazione proposta da Rabbi Hovav Yechieli, secondo cui la Tavola sarebbe da intendere come un segno del Patto perpetuo tra Dio e il Suo popolo. Nella Bibbia, infatti, la stipulazione di un’alleanza viene spesso accompagnata da un banchetto, come nel caso di Isacco e Avimelech in Genesi 26:28-31 e di Giacobbe e Labano in Genesi 31:44-54. La Tavola nel Santuario appare dunque come una mensa simbolica in cui i sacerdoti, in quanto rappresentanti della nazione, consumano i pani dinanzi alla Presenza di Dio per attestare il continuo rinnovamento del Patto di cui l’Arca rende testimonianza.

Tavole imbandite e offerte di cibi nei templi si trovavano, come attestano le fonti mesopotamiche ed egiziane, anche tra i culti politeisti del Medio Oriente antico. Umberto Cassuto, notando le differenze tra queste usanze pagane e i riti prescritti nella Torah, spiega a questo proposito:

“L’uso rituale della tavola fu assunto anche dagli Israeliti, ma non senza innovazioni e cambiamenti adeguati alle peculiarità della fede ebraica. Nella visione degli Israeliti sarebbe stato inconcepibile associare alla Divinità le azioni di mangiare e bere, nel senso materiale dei termini,  fino al punto che persino a riguardo di esseri umani come Mosè, quando egli si avvicinò alla sfera del Divino, è riportato che “egli non mangiò pane e non bevve acqua” (Esodo 34:28; Deuteronomio 9:9, 18). Perciò, la funzione della Tavola nel Santuario degli Israeliti non è simile a quella che tale strumento aveva nei templi idolatrici. Le porzioni dei sacrifici che erano riservate a Dio non erano fatte bollire, né arrostite, e non erano poste all’interno di piatti o vassoi sopra la Tavola. Esse erano invece bruciate sull’altare, nel cortile del Santuario, come se l’unico modo per avvicinarle alla Divinità fosse quello di trasformarle in vapori e odori, materie estremamente sottili prive di sostanza, che venivano disperse nell’aria e che ascendevano verso il cielo. I piatti sulla Tavola, menzionati al verso 29, restavano vuoti, proprio come il trono di Dio sulla kapporet (la copertura d’oro sopra l’Arca del Patto), appariva vuoto”. […]

La Tavola, tuttavia, non era completamente vuota. Dopo aver parlato dei vari recipienti d’oro (che restavano vuoti), la Torah prosegue: ‘E metterai sulla Tavola il pane della Presenza, che starà sempre dinanzi a me’ . […] Secondo il significato semplice del testo, il significato dell’espressione lechem panim (‘pane della Presenza’), si spiega tramite il termine lefanay (‘dinanzi a me’), usato subito dopo: si tratta, cioè, di pane che veniva posto dinanzi a Dio, un pane la cui funzione rituale primaria era quella di essere continuamente presente dinanzi alla Divinità, nell’ambito del Santuario, come un simbolo. Esso era sostituito periodicamente da pane fresco e consumato dai sacerdoti (Levitico 24:5-9)”.