Viva il re! – 1 Samuele 11-12

Molto più di una vittoria militare

E Nachash l’Ammonita salì e si accampò contro Yavesh-Gilad. Allora tutti gli uomini di Yavesh dissero a Nachash: «Fa’ un patto con noi e ti serviremo». Nachash l’Ammonita disse loro: «Io farò un patto con voi a questa condizione: che io cavi a tutti voi l’occhio destro, e porterò disonore su tutto Israele» (1 Samuele 11:1-2). 

Gli abitanti del villaggio di Yavèsh-Gilàd sono in pericolo: Nachàsh, re degli Ammoniti, si prepara ad attaccarli, ponendo condizioni terribili per la resa. Nessuna delle altre città di Israele sembra intenzionata ad aiutarli: solo gli abitanti della località di Ghivàh, dove Shaul risiede, mostrano empatia per la loro sorte (11:4-5); non essendo però in grado di intervenire militarmente, essi non possono far altro che piangere, almeno finché Shaul non entra in azione, convincendo l’intero popolo ad affrontare Nachash.

I nomi di Yavesh-Gilad e Ghivah, insieme al legame che unisce questi due luoghi (isolati e quasi esclusi dal resto di Israele), ci riportano al Libro dei Giudici, e in particolare alla storia più orrida e tragica che in esso è narrata: la vicenda della concubina del Levita (stuprata fino alla morte dagli uomini di Ghivah) e della guerra civile che ne scaturì, fino al massacro della tribù di Binyamin e della popolazione di Yavesh-Gilad (Giudici 19-21). La grave ferita aperta da questa storia agghiacciante sta per essere finalmente rimarginata grazie all’intervento provvidenziale di Shaul.

Per capire in che modo il racconto della guerra contro gli Ammoniti rappresenti il “rimedio” agli orrori narrati in Giudici 19-21, dobbiamo confrontare le due storie esaminando i parallelismi e i contrasti che il testo biblico, come nota Rav Amnon Bazak, utilizza ancora una volta per legare insieme due narrazioni apparentemente così diverse.

1. Dopo che la sua concubina è stata violentata e uccisa, il Levita compie un’azione raccapricciante per esortare il popolo ad agire: “Egli afferrò un coltello, prese la sua concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi, che mandò per tutto il territorio d’Israele” (Giudici 19:29).

Shaul fa lo stesso con due buoi, allo scopo di spingere gli Israeliti a entrare in guerra contro Nachash: “Ed egli prese un paio di buoi, li tagliò a pezzi e li mandò in tutto il territorio d’Israele per mezzo di messaggeri, dicendo: «Così saranno trattati i buoi di chi non seguirà Shaul e Shmuel» (1 Sam. 11:7).

Nel caso di Shaul, non c’è però alcuna vittima umana: l’azione drastica ha proprio lo scopo di evitare spargimenti di sangue tra gli abitanti di Yavesh. Inoltre, questa volta l’intervento invocato è rivolto contro l’invasore straniero, non contro dei fratelli israeliti.

2. Come il popolo aveva pianto a causa delle perdite nella guerra civile (Giudici 20:26), così ora piangono gli abitanti di Ghivah per i loro fratelli in pericolo (1 Sam. 11:4).

3. In entrambe le storie è menzionata una grave onta inflitta alla nazione. Nel primo caso, si tratta del crimine compiuto dagli abitanti di Ghivah, che il Levita chiama “un delitto e un’infamia in Israele” (Giudici 20:6); nel secondo caso, è Nachash a voler portare “disonore su tutto Israele” (1 Sam. 11:2). Ciò tuttavia non avverrà mai: grazie a Shaul, il popolo unito non teme più umiliazioni.

4. Secondo Giudici 20:1-10, nell’insorgere contro Ghivah per il delitto compiuto, il popolo si muove “come un sol uomo (keIsh echad)”. Anche in 1 Sam. 11:7 è scritto che il popolo “uscì come un sol uomo (keIsh echad)”, ma questa volta non si parla di una guerra civile, bensì di una lotta dell’intero popolo contro l’avversario esterno. Si noti che questi sono gli unici due brani narrativi della Bibbia in cui l’espressione “come un sol uomo” compare in un contesto bellico.

5. Per proteggere il Levita, l’anziano di Efrayim che l’ha ospitato fa una vile proposta agli assalitori: “Ecco mia figlia vergine e la concubina di quest’uomo: io ve le condurrò fuori, e voi umiliatele e fatene ciò che è bene ai vostri occhi»” (Giudici 19:24).

Quest’ultima espressione è impiegata anche dagli uomini di Yavesh-Gilad, i quali, dopo aver appreso del sostegno di Shaul, dicono agli Ammoniti: “Domani usciremo incontro a voi e ci farete ciò che è bene ai vostri occhi” (1 Sam 11:10). Questa volta, dunque, a “uscire” non è più una vittima sfruttata come scudo umano, ma uomini astuti e pronti ad andare incontro al nemico.

6. In Giudici 20:13, dopo la morte della concubina, i capi di Israele chiedono alla tribù di Binyamin: “Consegnateci ora quegli uomini insensati (bené beliyaal) di Ghivah e li metteremo a morte”. Ma la richiesta viene rifiutata e ha inizio così la guerra civile.

In 1 Sam. 11:12, usando le stesse espressioni, il popolo chiede a Shmuel di consegnargli gli oppositori di Shaul, anche loro denominati in precedenza (10:27) bené beliyaal (“uomini insensati”):  “Chi è che ha detto: ‘Dovrà forse Shaul regnare su di noi?’ Consegnateci quegli uomini e li metteremo a morte”. Anche in questo caso, la tribù di Binyamin, rappresentata ora da Shaul, rifiuta la richiesta.

Questa volta, però, tale rifiuto non avviene per proteggere dei malfattori e scatenare uno scontro all’interno del popolo: all’opposto, Shaul agisce così proprio allo scopo di preservare l’armonia nella nazione dopo la grande vittoria: “Nessuno sarà messo a morte in questo giorno, perché oggi HaShem ha operato una grande liberazione in Israele” (11:13).

Mentre in passato la città di Ghivah e l’intera tribù di Byniamin avevano prodotto una grande infamia, facendo poi sprofondare Israele in un abisso di discordia e distruzione, ora il riscatto giunge proprio da Byniamin e da Ghivah, tramite Shaul. Guidato dalla volontà divina, egli riesce a placare le vecchie animosità e a riunire tutto il popolo contro un nemico che adesso arriva solo dall’esterno.

“In quel tempo non c’era alcun re in Israele: ognuno faceva ciò che era bene ai propri occhi”, ripete più volte il Libro dei Giudici (17:6; 18:1; 19:1; 21:25) denunciando una pericolosa condizione di smarrimento e anarchia. Il Libro di Samuele fornisce la risposta a questo bisogno: ora Israele ha finalmente un re, un uomo scelto da Dio per condurre la nazione verso la giustizia.

L’addio dell’ultimo giudice

E Shmuel disse a tutto Israele: «Ecco, io vi ho dato ascolto in tutto ciò che mi avete detto e ho stabilito un re su di voi. E ora, ecco il re che procede davanti a voi. […] Io invocherò HaShem ed Egli manderà tuoni e pioggia, e voi comprenderete e vedrete che il male che avete fatto chiedendo per voi un re è grande agli occhi di HaShem (1 Sam. 12:1-17).

Come abbiamo già avuto modo di notare, nel Libro di Samuele coesistono due prospettive diverse in merito alla monarchia. Subito dopo averci illustrato un quadro ottimistico e trionfale del regno appena nato, ecco che il testo interrompe l’atmosfera celebrativa per dare voce al punto di vista opposto, tornando a descrivere la monarchia come un’istituzione voluta da un popolo infedele che desidera ribellarsi a Dio.

Nel presentare pubblicamente le sue dimissioni da giudice di Israele, Shmuel pronuncia un discorso aspro e severo. Il profeta comincia l’arringa difendendo il proprio operato e la propria onestà, suggerendo chiaramente una contrapposizione tra la sua autorità di giudice e quella del re.

Shmuel dichiara infatti: “Io ho proceduto davanti a voi” (12:2), mentre ora “il re procede davanti a voi” (12:1). Poi afferma: “A chi ho preso il bue? A chi ho preso l’asino? Chi ho trattato con prepotenza?” (12:3), mentre in precedenza aveva detto, a proposito del re: “Egli prenderà i vostri servi, le vostre serve, i vostri giovani migliori e i vostri asini per usarli nei suoi lavori” (8:16). E ancora: “I miei figli, ecco, sono con voi” (12:2), come a intendere che il popolo non avesse alcun bisogno di un monarca, avendo già dei giovani pronti a governare (il fatto che questi fossero corrotti sembra convenientemente sfuggirgli dalla mente).

Nella seconda parte del discorso (12:7-17), adottando un linguaggio tipicamente deuteronomico, Shmuel non parla più del rigetto della propria autorità da parte del popolo, ma del rigetto di Dio, ribadendo l’idea secondo cui la scelta della monarchia rappresenti un atto di ribellione.

Nel brano ricorrono insistentemente le parole “re” e “regnare”: la radice ebraica malakh (מלך), che indica appunto il regno, compare nel discorso di Shmuel ben quindici volte, e significativamente, proprio a metà del testo (v. 12), essa compare nella frase emblematica “HaShem, vostro Dio, è il vostro re”.

Nonostante gli ammonimenti, il profeta congeda il popolo assicurando comunque che egli continuerà a pregare per Israele e a impegnarsi per insegnare alla nazione “la via buona e retta” (12:24).

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