Il primo peccato di Saul – 1 Samuele 13-14

“Il tuo regno non durerà”

E Shaul era ancora a Ghilgal, e tutto l’esercito lo seguiva tremando. Ed egli aspettò sette giorni, secondo il tempo fissato da Shmuel. Ma Shmuel non giungeva a Ghilgal e l’esercito si disperdeva [lontano] da lui. E Shaul disse: «Portatemi l’olocausto e i sacrifici di pace». Ed egli offrì l’olocausto (1 Samuele 13:7-9). 

Dopo essere ufficialmente salito al trono con l’approvazione dell’intero popolo, Shaul si ritrova a fronteggiare i temibili Filistei. Il nemico è in netto vantaggio, l’esercito d’Israele è spaventato e Shaul stesso non sa come agire. Nel tentativo di ridare forza alle truppe, egli offre un sacrificio a Dio, disobbedendo così alle indicazioni di Shmuel, che gli aveva comandato di attendere il suo arrivo nel campo (vedi 1 Sam. 10:8).

È a questo punto che il profeta, giunto proprio subito dopo il compimento del rito, rimprovera il re per l’atto di disobbedienza. Anzi, fa molto di più: gli predice addirittura la fine del suo regno, affermando che Dio l’ha irrimediabilmente rigettato.

E Shmuel disse a Shaul: «Tu hai agito con stoltezza, non hai osservato il comandamento che HaShem, il tuo Dio, ti aveva prescritto. HaShem infatti avrebbe stabilito il tuo regno su Israele in perpetuo. Ora invece il tuo regno non durerà. HaShem si è cercato un uomo secondo il suo cuore, e HaShem l’ha stabilito come principe del suo popolo, perché tu non hai osservato ciò che HaShem ti aveva comandato» (1 Sam. 13:13-14).

Come spiegare tanta severità? Com’è possibile che Shaul, che poco prima ci è stato presentato come un grande liberatore scelto da Dio, vada incontro a una simile condanna a causa di un errore che non appare in fondo così grave?

Torniamo un po’ indietro e ricostruiamo il contesto in cui si colloca questo drammatico avvenimento.

Fin dall’inizio, il testo ci ha rivelato che Shaul è stato consacrato allo scopo di liberare Israele dai Filistei (9:16). Questa guerra rappresenta dunque un momento chiave per la sua carriera e per la missione stabilita dal volere divino.

Il Libro attribuisce ai Filistei un’enorme potenza militare. Secondo il v. 5 di questo stesso capitolo, il loro esercito contava addirittura “tremila carri, seimila cavalieri e una moltitudine numerosa come la sabbia del mare”. In contrasto, gli Israeliti erano privi di spade e lance e dovevano perciò combattere con strumenti agricoli (vv. 19-22).

Come per accrescere ancora di più il divario tra la forza dei Filistei e quella degli Israeliti, Shmuel aggiunge anche uno svantaggio tattico imponendo a Shaul di restare a Ghilgal ad attendere passivamente il suo arrivo. A questo proposito, Rav Amnon Bazak spiega che “la prima guerra del primo re di Israele fu condotta intenzionalmente sotto queste condizioni [svantaggiose] allo scopo di porre enfasi sul fatto che è Dio a determinare l’esito di tutte le guerre di Israele, e che la vittoria in battaglia potrà essere ottenuta solo se il re e il popolo ne saranno degni”.

Shaul è quindi messo alla prova dal profeta, che lo pone davanti a due possibilità: confidare nel Creatore con fermezza, adempiendo il suo volere anche nelle circostanze più sfavorevoli in modo da ottenere una vittoria miracolosa, oppure cedere alle pressioni esterne, facendosi ingannare dall’idea che sia la forza militare (non il volere divino) a determinare l’esito della guerra.

In effetti, Shaul non compie in questo caso alcuna azione aberrante: egli agisce semplicemente come un comandante qualsiasi, non come il leader di una nazione scelta per rappresentare la Presenza divina fra gli uomini. E a Dio non serve un comandante qualsiasi, ma qualcuno che sappia pensare e agire secondo una logica trascendente, cogliendo una realtà che va oltre gli eserciti e le armi.

La risposta di Shaul al rimprovero di Shmuel, inoltre, complica le cose: il re punta il dito contro il popolo e contro il profeta, cercando attenuanti (v. 11), per poi dare espressione alla propria mancanza di fede dichiarando il suo timore dell’attacco imminente dei Filistei (v. 12).

Come spesso accade, la Bibbia ci presenta dunque una singola azione (in apparenza poco rilevante) come l’emblema di un intero sistema di comportamento e come il sintomo di una problematica ben più ampia.

Il giuramento

E in quel giorno gli uomini d’Israele erano stremati, perché Shaul aveva fatto fare all’esercito questo giuramento: «Maledetto l’uomo che toccherà cibo prima di sera, prima che mi sia vendicato dei miei nemici». E nessuno del popolo toccò cibo (1 Sam. 14:24).

La condanna espressa da Shmuel nel capitolo precedente non ha alcun effetto immediato: di fatto, Shaul continua a regnare e a condurre con successo la guerra contro i Filistei. Proprio in questo contesto, alla vigilia della vittoria definitiva sui nemici (14:22-23), Shaul pronuncia una maledizione per imporre alle truppe di non toccare cibo fino al termine della guerra. Evidentemente, il re spera che in questo modo i soldati possano concentrarsi solo sulla battaglia invece di godere del bottino già raccolto.

Il giuramento ha però conseguenze disastrose: Yehonatàn (Gionata), figlio di Shaul, non avendo udito le parole del padre, assaggia un po’ di miele trovato in una foresta, finendo involontariamente sotto la maledizione del re (vv. 27-28). Inoltre, subito dopo la vittoria, le truppe ormai esauste si avventano senza contegno sul bestiame dei nemici e divorano la carne insieme al sangue (vv. 32-33), compiendo un atto severamente proibito dalla Torah (Levitico 17:12).

Sembra quindi che la disobbedienza al comando di Shmuel abbia innescato in Shaul un processo progressivo di degrado morale e spirituale. L’uomo che in precedenza era stato descritto come il condottiero provvidenziale che pone rimedio alle atrocità del tempo dei Giudici, ora comincia invece a commettere degli errori che ci ricordano proprio quell’epoca buia della storia biblica.

In particolare, Shaul assomiglia in questa vicenda al personaggio problematico del giudice Yiftach (Iefte), a cui abbiamo dedicato il nostro articolo “La figlia di Iefte: storia di un sacrificio umano“. Le storie di questi due capi d’Israele presentano infatti notevoli analogie:

  1. In entrambi i casi, si narra di un capo militare che, pur essendo già a un passo dal trionfo, pronuncia un voto (o “giuramento”) non richiesto e non necessario.
  2. Le conseguenze del voto di Yiftach ricadono tragicamente su sua figlia; quelle del giuramento di Shaul ricadono su suo figlio Yehonatan.
  3. In entrambe le storie, il padre annuncia al proprio figlio che dovrà morire (Giudici 11:35; 1 Sam. 14:44).
  4. Sia la figlia di Yiftach che Yehontan accettano la loro sorte senza alcuna opposizione (Giudici 11:36; 1 Sam. 14:43).   

In questi episodi, Yiftach e Shaul sono entrambi dipinti dal testo in maniera negativa; dal confronto tra i due, tuttavia, emerge come Shaul sia ancora più insensibile di Yiftach, il quale almeno aveva pianto e si era strappato le vesti nell’annunciare alla figlia la sua triste sorte. Il re, al contrario, dichiara risoluto: “Dio faccia questo e anche peggio, perché tu certamente morirai, Yehonatan!” (14:44).

Inoltre, a creare un divario tra le due vicende sono i rispettivi finali: nel caso di Yiftach, il voto è portato tragicamente a compimento, e dunque la fanciulla viene effettivamente sacrificata (Giudici 11:39); Yehonatan, invece, riesce a salvarsi grazie all’intervento dell’esercito, che sfruttando una norma introdotta in passato proprio da Shaul (1 Sam. 11:13), dichiara: “Dovrà forse Yehonatan, che ha operato questa grande liberazione in Israele, morire? Non sia mai!  […] non cadrà in terra un solo capello del suo capo, perché oggi egli ha operato con Dio»!” (14:45).

Questa svolta narrativa sembra rappresentare una prima allusione alla debolezza di Shaul, la cui autorità comincia già a decadere; ma potrebbe anche racchiudere una critica alla società del tempo di Yiftach, poiché in quel caso nessuno era intervenuto con un simile espediente per salvare la povera fanciulla innocente.

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