Sukkot: che cosa si commemora realmente?

E HaShem disse a Moshè: Parla ai figli d'Israele dicendo: Il quindicesimo giorno di questo settimo mese sarà la Festa di Sukkot per sette giorni, per HaShem (Levitico 23:33-34).

Quella di Sukkòt, come altre festività bibliche, è una celebrazione con un doppio significato: uno di carattere agricolo, legato al mondo della natura, e uno invece di carattere storico, in quanto commemorazione di un evento vissuto dal popolo ebraico.

Il primo significato è chiaramente espresso nella Torah, laddove si afferma che Sukkot è la “festa del raccolto” (Esodo 23:16; 34:22; Deut. 16:13), e che gli Israeliti sono chiamati a celebrare tale solennità ringraziando il Creatore per i prodotti della terra (Deut. 16:15).

Il significato storico è anch’esso illustrato nella Torah, precisamente nel Levitico, che a questo proposito dichiara:

Celebrerete questa festa in onore di HaShem per sette giorni, ogni anno. È una legge perenne, di generazione in generazione. La celebrerete il settimo mese. Abiterete in capanne (sukkot) per sette giorni, tutti quelli che saranno nativi d'Israele abiteranno in capanne, affinché le vostre generazioni sappiano che io feci abitare in capanne i figli d'Israele, quando li feci uscire dalla terra d'Egitto (Levitico 23:42-43).

Secondo il testo biblico, gli Israeliti dovranno quindi lasciare le loro case e trasferirsi in semplici capanne (in ebraico chiamate appunto sukkòt) in ricordo del tempo in cui Dio fece “abitare in capanne” i loro antenati.

Ma a quale evento o periodo si riferisce precisamente la Torah? Che cosa sono davvero queste “capanne” in cui il popolo ha dimorato? E per quale motivo ciò è ritenuto talmente importante da richiedere una sacra commemorazione annuale?

Queste domande non hanno una risposta ovvia né condivisa da tutto l’Ebraismo. Eppure, si tratta di questioni fondamentali per poter comprendere il senso di Sukkot, una festività gioiosa che da millenni affascina e incuriosisce, ma che ha anche un importante insegnamento da trasmettere.

Cosa sono le “sukkot”?

La parola sukkot, tradotta di solito con “capanne”, si riferisce spesso a rifugi temporanei come quelli usati comunemente dagli eserciti (2 Samuele 11:11), dal bestiame (Genesi 33:17), o da chi cerca riparo dal sole (Giona 4:5).

I Maestri d’Israele si sono interrogati sul significato della parola sukkot nella Torah e hanno formulato risposte differenti, come riportato nella Mekhilta DeRabbi Yishmael, un’antica opera rabbinica.

L’opinione che sembra più scontata è quella di Rabbi Elièzer: le sukkot sono semplicemente capanne, in accordo con il senso letterale di questa parola. In modo più poetico, Rabbi Akiva sostiene invece che si tratti delle Anané HaKavòd, le “nubi della gloria”, cioè la miracolosa protezione divina che circondava l’accampamento degli Israeliti nel deserto.

L’interpretazione di Rabbi Akiva si basa su un brano del profeta Isaia, che recita:

E HaShem creerà su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria di HaShem sarà sopra ogni cosa come protezione, come una sukkàh sarà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro la bufera e contro la pioggia (Isaia 4:5-6).

Qui la parola sukkàh (singolare di sukkot) è usata in maniera metaforica come un’immagine di cura e protezione, esplicitamente collegata alla colonna di nube e di fuoco che guidava gli Israeliti nell’Esodo.

Queste due opinioni dei Maestri rappresentano due idee diverse sul significato della festa e del precetto di abitare in capanne:

  • Rabbi Eliezer pone al centro l’elemento umano, storico e concreto, ovvero il passaggio degli Israeliti dalla civiltà progredita ma corrotta dell’Egitto alla condizione umile e instabile della vita nelle capanne;
  • Rabbi Akiva esalta l’idea dell’aiuto di Dio che fornisce un riparo metafisico al popolo. Dalla sua prospettiva, la sukkah non è quindi un’opera umana, ma divina.

Entrambe le interpretazioni condividono tuttavia lo stesso problema: non sono basate su ciò che il testo biblico dice esplicitamente, e non sembrano perciò aderire al meglio al senso letterale del comandamento.

Se, come sostiene Rabbi Akiva, la Torah avesse voluto alludere alle “nubi di gloria” create da Dio, perché mai avrebbe usato l’espressione “feci abitare in capanne i figli d’Israele”, che sembra riferirsi appunto a delle normali capanne?

Anche l’opinione di Rabbi Eliezer, benché sia più concreta, presenta una difficoltà: in quale occasione gli Israeliti abitarono in delle capanne? Il termine sukkot non è mai utilizzato nella Bibbia per indicare le abitazioni del popolo ebraico durante il periodo trascorso nel deserto: queste sono invece designate con i termini mishkàn (“dimora”, che indica spesso anche il Tabernacolo) e òhel (“tenda”).

Il profeta pagano Bil’am, volgendo lo sguardo all’accampamento di Israele, dichiara infatti: “Come sono belle le tue tende (ohalekha), o Giacobbe, le tue dimore (mishkenotekha), o Israele” (Numeri 24:5). Delle famose “capanne” (sukkot) non sembra invece esserci alcuna traccia.

La terza opinione

Oltre alle opinioni di Rabbi Eliezer e Rabbi Akiva, la Mekhilta DeRabbi Yishmael ne riporta anche una terza, la meno conosciuta e apparentemente meno suggestiva, nonostante si tratti dell’opinione presentata come maggioritaria, essendo formulata collettivamente dai Saggi e non da un singolo maestro.

I Saggi dichiarano: “Sukkot non è altro che un luogo“. Ciò si basa su ciò che il Libro dell’Esodo (12:37) racconta subito dopo aver narrato l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto: “I figli d’Israele partirono da Ramses diretti verso Sukkot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini”.

Il termine Sukkot compare qui come nome proprio di una località egiziana, la prima in cui il popolo d’Israele si accampò dopo la fine della schiavitù. Fu in questo luogo che gli Israeliti trascorsero la loro prima notte di libertà, per spostarsi in seguito a Etam, al confine con il deserto (Esodo 13:20).

Il verso di Levitico 23:43, come spiega Rabbi David Fohrman, potrebbe allora essere tradotto anche in questo modo: “…affinché le vostre generazioni sappiano che io feci abitare a Sukkot i figli d’Israele, quando li feci uscire dalla terra d’Egitto”. Con questo nuovo significato, la frase assume un senso perfettamente coerente con quanto la Torah narra a proposito dell’uscita dall’Egitto.

Ma perché la misteriosa località in cui gli Ebrei si accamparono si chiamava proprio “Capanne”? Nonostante il testo biblico non lo spieghi esplicitamente, un indizio importante ci giunge grazie a un altro luogo menzionato nella Torah (questa volta nella Genesi), chiamato anch’esso Sukkot. In riferimento al ritorno in patria di Yaakòv (Giacobbe), si legge infatti: “Yaakov partì verso Sukkot, costruì una casa per sé e fece delle capanne per il suo bestiame; per questo quel luogo fu chiamato Sukkot” (Genesi 33:17).

Il patriarca Yaakov, dopo essere sfuggito dalla sua “schiavitù personale” (cioè dall’oppressione del suocero Lavàn), parte per tornare nella sua terra, e durante il viaggio si ferma in un certo luogo e lì costruisce delle capanne (sukkot) per il suo bestiame. Allo stesso modo i suoi discendenti, in fuga dalla loro schiavitù collettiva, trovano riparo in delle capanne, in un territorio che, come è facile dedurre, fu poi chiamato Sukkot proprio per questo motivo.

Traducendo la parola Sukkot in Levitico come il nome di un luogo, possiamo scoprire così come le opinioni opposte di Rabbi Eliezer e Rabbi Akiva possano coesistere e diventare complementari: quando erano accampati in tale località, gli Israeliti abitarono in umili “capanne” o “rifugi” , e proprio in quell’occasione poterono godere per la prima volta della protezione di Dio attraverso la colonna di fuoco e di nube (Esodo 13:21). L’elemento umano e quello divino si congiungono in un unico evento.

Sukkot, festa della Redenzione

Alla luce di tutto ciò, possiamo quindi comprendere che il significato storico originario della festa di Sukkot sia legato in realtà a un evento preciso, accaduto durante l’uscita dall’Egitto. Pesach (La Pasqua) e Sukkot sembrano perciò commemorare due aspetti diversi e al contempo simili di un unico grande avvenimento: la Redenzione di Israele dalla schiavitù.

Mentre uno degli elementi centrali di Pesach è la matzah, il “pane dell’afflizione” che non aveva avuto il tempo di lievitare a causa della fuga dall’Egitto (Esodo 12:39), a Sukkot ci si focalizza invece sulla sukkah, la capanna, residenza provvisoria dove si vive in condizioni instabili. Il pane azzimo e la capanna sono due simboli di precarietà e insicurezza, due immagini umili ed effimere dei bisogni più elementari di ogni essere umano: il nutrimento per sopravvivere e un tetto dove trovare riparo.

Proprio durante la “festa del raccolto”, nei giorni in cui si gioisce per i prodotti della terra e per l’abbondanza accumulata, la Torah comanda agli Israeliti di non concentrarsi sulla ricchezza e sui beni materiali, ma di uscire dalle proprie case per stabilirsi temporaneamente in capanne, in memoria di quell’antica precarietà vissuta dai loro antenati, ricordando che la loro sopravvivenza, in Egitto come nel deserto, come nella terra promessa, non deriva dal possesso o dall’agiatezza materiale, ma da Dio che ha tratto in salvo un popolo di schiavi per farne un “regno di sacerdoti e una nazione santa”.

6 commenti

  1. Grazie per il semplice , chiaro e bell’articolo. L’uomo vive in uno stato di perebbe precarietà ed instabilità in questo mondo, ma solo quando mette tutto se stesso nelle mani di Dio, diventa libero e non più prigioniero del mondo, La legge di DIo è stabile nei cieli, diceva Davide, ed anche l’uomo vivrà nella stabilità e nella certezza restando fedele ed attaccandosi a DIo

    1. Interessante domanda. Secondo Rabbi David Fohrman ciò non è casuale: la Torah pone le due commemorazioni della stessa notte nei punti diametralmente opposti del calendario, in modo da creare una simmetria. Sukkot cade proprio nel periodo in cui il popolo è più suscettibile all’illusione che la sicurezza del proprio futuro risieda nei beni materiali, perciò è anche la festa del raccolto.

      1. Però tutte le altre ricorrenze religiose, Pesach, Shavuot, Purim, Tisha beAv ecc. ricorrono nella data corrispondente all’evento che si celebra: non è singolare che una, e una sola, venga spostata? Soprattutto se si considera che tutte le ricorrenze, oltre al mero ricordare e festeggiare, hanno anche la funzione di insegnare e ammonire, perché mai celebrare un evento in una data diversa allo scopo di insegnare qualcosa che potrebbe essere insegnato in qualunque data, oppure celebrato in una data maggiormente evocativa, ma non con il nome di un evento lontano?

  2. Se Sukkot ricorresse nella data dell’evento storico commemorato, la festa avrebbe coinciso con Pesach, e dunque non avremmo due feste separate ma una sola. Ma l’uscita dall’Egitto non è un evento da commemorare una volta l’anno: è la fonte dell’identità di Israele, da rievocare costantemente. Perciò si può ipotizzare che la Torah abbia posto Sukkot nel punto esattamente opposto del calendario per “distribuire” in modo equo e simmetrico il ricordo di quell’evento. È significativo che l’uscita dall’Egitto sia commemorata proprio nei due punti diametralmente opposti dell’anno ebraico.

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