Nella Torah, ciò che lega il popolo d’Israele al suo Dio non è la “fede”, ma un’esperienza nazionale collettiva, una Rivelazione che si fonda sulla storia del popolo, non sull’accettazione di dottrine predicate da un singolo visionario.
Nella Torah, ciò che lega il popolo d’Israele al suo Dio non è la “fede”, ma un’esperienza nazionale collettiva, una Rivelazione che si fonda sulla storia del popolo, non sull’accettazione di dottrine predicate da un singolo visionario.
“Scintille di Torah” è la raccolta di brevi commenti alla parashàh che pubblichiamo ogni settimana sulla nostra pagina Facebook.
Il singolare profeta e indovino Bilàm, convocato dal re di Moav per maledire Israele, non potendo però resistere al volere di Dio, si ritrova alla fine a pronunciare splendide benedizioni e profezie.
Siamo nell’era buia dei Giudici, un tempo di corruzione morale per il popolo d’Israele. Yiftach (Iefte), intrepido giudice chiamato a liberare la nazione dai nemici Ammoniti, assume spontaneamente un impegno avventato dinanzi a Dio.
Oggi molto più che in passato, parlare di “popolo eletto” non è per niente facile. Gli orrori compiuti dai regimi totalitari nel secolo scorso, insieme alla crescente sensibilità egualitaria, ci mostrano quanto possa essere aberrante credere che una nazione, ma anche una qualsiasi comunità, sia intrinsecamente “superiore”.
È possibile che, dal punto di vista strettamente biblico, una festività importante come Shavuot abbia soltanto un significato agricolo? E da dove nasce l’idea della “festa del Dono della Torah”, divenuta da millenni predominante?