La schiavitù degli Ebrei in Egitto, evento cruciale nella Bibbia, non è mai presentata come una punizione divina, al contrario di tutte le altre catastrofi della storia biblica. Come spiegarlo?
La schiavitù degli Ebrei in Egitto, evento cruciale nella Bibbia, non è mai presentata come una punizione divina, al contrario di tutte le altre catastrofi della storia biblica. Come spiegarlo?
Benché non esista alcun precetto biblico dedicato alla masturbazione, in molti sono convinti che il punto di vista della Torah su questo tema emerga dalla storia di Onan e Tamar nella Genesi. Ma è davvero così?
Davvero il rapporto tra l’Ebraismo e la cultura greca si può ridurre soltanto a una violenta contrapposizione? La questione diviene interessante se esaminiamo la storia del primo incontro tra le due civiltà.
Il Libro delle Lamentazioni (Eichah) non è una cronaca né una semplice testimonianza diretta di fatti storici: è un testo religioso che vuole fornire una risposta teologica alla grave catastrofe della rovina di Gerusalemme.
Quando alla fine dell’Ottocento Theodor Herzl fondò il sionismo – il movimento politico volto a restituire agli Ebrei una patria e un’identità nazionale –, il mondo religioso ebraico scelse la strada dell’indifferenza o, in molti casi, quella della severa condanna.
L’espressione “nel luogo che Dio sceglierà” è ripetuta in questa parashah per ben diciotto volte. Attraverso tale enfasi, Moshè intende stabilire un centro di gravità rituale per la nuova nazione nella sua terra.