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Il Diluvio: confronto tra la Bibbia e i miti pagani

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Dal Medio Oriente alla Grecia, all’India e fino al continente americano, molti popoli e molte culture diverse hanno conservato, nelle loro tradizioni mitiche, storie incentrate su un terribile cataclisma che avrebbe sommerso il mondo nelle acque in tempi remotissimi. La storia del Diluvio universale contenuta nella Torah, per i suoi temi e il suo sviluppo, presenta infatti numerose somiglianze con altri racconti più antichi, in particolare con quelli che troviamo nelle fonti mesopotamiche. Ricordiamo tra questi l’Epopea di Gilgmesh, le cui prime versioni risalgono a ben 4500 ani fa, che include la storia di Utnapishtim, l’eroe babilonese salvato dal Diluvio grazie a una divinità benevola; ma anche il poema di Atrahasis, anch’esso di matrice babilonese, e il testo sumero noto come “La Genesi di Eridu”.

A rendere il racconto biblico simile alle versioni mesopotamiche non è soltanto la trama generale, ma anche alcuni dettagli che ricorrono nella varie storie: una tempesta devastante scatenata dalle divinità per distruggere la razza umana, un eroe messo in salvo su un’imbarcazione da lui costruita – assieme alla sua famiglia e ad alcuni animali -, l’offerta di sacrifici da parte dell’eroe al termine del Diluvio. L’Epopea di Gilgamesh descrive persino l’invio di una colomba e di altri uccelli fuori dalla nave, da parte di Utnapishtim, per verificare che le acque si fossero ritirate dal suolo, esattamente come la Bibbia ci narra a proposito di Noach (Noè).

Fin dagli ultimi anni dell’Ottocento, alcuni studiosi hanno preso in esame le molte affinità tra questi racconti per cercare di risalire a un possibile evento storico reale: un cataclisma di vasta portata che avrebbe ispirato le varie narrazioni leggendarie tra le diverse culture. Lo scopo di questo articolo, però, non è quello di indagare sulle origini dei miti del Diluvio dal punto di vista storico o scientifico; ci interessa invece comprendere la relazione che esiste tra la narrazione della Bibbia e i miti babilonesi e sumeri, con l’obiettivo di fare luce sul messaggio autentico della Torah. A questo proposito, il grande ebraista Umberto Cassuto ha scritto:

“In generale, possiamo affermare che i vari tentativi di collegare il racconto del Diluvio a un evento reale non rispecchiano la natura e lo scopo del racconto stesso. La storia del Diluvio ha un carattere poetico, ed il suo obiettivo è quello di spiegare come possiamo comprendere ed interpretare, in accordo con la concezione israelitica, le antiche tradizioni sul Diluvio, per ricavare degli insegnamenti dal testo. Perciò tutti i tentativi di razionalizzazione risultano inaccettabili” (U. Cassuto, A Commentary on the Book of Genesis, Volume II, p. 47).

Vediamo allora di scoprire come si colloca la versione della Genesi fra le altre storie del Diluvio e quali conclusioni si possano trarre da questo confronto. Continua a leggere

Il mondo di Dio e il mondo dell’uomo

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E le acque si innalzarono con grande forza sopra la terra, e tutte le alte montagne che erano sotto tutto il cielo furono coperte (Genesi 7:19).

L’immagine della terra senza abitanti, completamente sommersa dalle acque e dominata dal caos, compare nella Torah sia nel racconto della Creazione che in quello del Diluvio, due eventi che sembrano tanto differenti e immensamente distanti. Il primo è associato ai concetti di vita, di nascita e di benedizione; il secondo è legato invece alla distruzione, alla morte e al fallimento. Eppure,  Dal punto di vista tematico e letterario, le due storie bibliche presentano molte somiglianze e possono addirittura essere lette in parallelo.

Le varie fasi che si succedono nei sei giorni della Creazione (Genesi 1) saranno poi ripetute fedelmente nell’avvicendarsi degli eventi legati al Diluvio universale (Genesi 8), secondo lo stesso ordine cronologico, come si comprende da un confronto tra i due diversi capitoli:

La Creazione Il Diluvio
…E il vento (Ruach) di Dio si librava sopra le acque (1:2). Dio fece passare un vento (Ruach) sulla terra e le acque si abbassarono (8:1).
“Via sia un firmamento tra le acque e separi le acque dalle acque” (1:6). Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo (8:2).
“Le acque che sono sotto il cielo si riuniscano in un solo luogo e appaia l’asciutto” (1:9). E le acque andarono diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le vette dei monti (8:5).
“Faccia la terra germogliare l’erba, le piante che producano seme e gli alberi da frutto” (1:11). E la colomba tornò da lui (Noè) verso sera; ed ecco, essa aveva nel becco una foglia d’ulivo (8:11)
“…E volino gli uccelli sopra la terra per l’ampio firmamento del cielo” (1:20). Poi [Noè] mandò fuori la colomba; ma essa non ritornò più da lui (8:12).
“Produca la terra esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e fiere della terra” […] E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine” (1:24-26). “Esci dall’arca tu, tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. Fa’ uscire con te tutti gli animali con te, di ogni carne: uccelli, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra” (8:16)
“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e dominatela” (1:28). “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e moltiplicatevi in essa” (9:7).

Dopo la fine delle piogge del Diluvio, come si nota chiaramente dallo schema, le varie forme di vita riprendono il loro posto sulla terra nello stesso ordine in cui erano state create secondo il racconto di Genesi 1. Dalle corrispondenze sono logicamente esclusi gli astri e gli animali marini, poiché la loro esistenza non era stata compromessa dal terribile cataclisma.

Dunque il Diluvio universale, oltre a rappresentare il giudizio contro la corruzione della terra, è da considerarsi soprattutto come una sorta di ri-Creazione del mondo, che si differenzia dalla prima Creazione per il ruolo assunto dall’essere umano. Mentre all’inizio della Genesi l’artefice dell’ordine del cosmo è unicamente Dio, nel racconto successivo anche l’uomo svolge una parte attiva nella rinascita della terra, come mostrano le tante azioni compiute da Noach (Noè).
Ciò sembra causare un’alterazione dell’equilibrio dei rapporti tra la specie umana e gli animali. È probabilmente questo il motivo per cui, se in Genesi 1 Dio aveva stabilito che l’uomo fosse vegetariano (vedi Genesi 1:29), ora Noach e i suoi discendenti ricevono anche il permesso di cibarsi di carne, sebbene tale concessione sia sottoposta a una norma etica basilare (vedi “Ever MinHaChai“).
Prima del Diluvio, la Torah ci racconta che “Il Signore chiuse la porta dell’arca” (Genesi 7:16). Ma in seguito, nella nuova Creazione, leggiamo che “Noach aprì la copertura dell’arca” (Genesi 8;13). Il mondo di Dio ha lasciato il posto al mondo dell’uomo.

Il sistema di parallelismi di cui abbiamo parlato, già messo in luce da autori come Joshua Berman e Yitzchak Etshalom, pone una vera e propria sfida alle ipotesi formulate dalla critica biblica accademica negli ultimi duecento anni. La struttura letteraria dei due brani analizzati dimostra infatti che, al contrario di come sostengono molti studiosi, i racconti della Creazione e del Diluvio sono il frutto di un progetto coerente e unitario. Le varie corrispondenze che abbiamo elencato sono in contraddizione con la teoria secondo cui la Genesi sia stata composta dall’unione di testi differenti, scritti da autori in conflitto fra loro, con numerose aggiunte e manipolazioni successive.

Nella prima Creazione c’era però un componente fondamentale che non abbiamo ancora menzionato: lo Shabbat, il settimo giorno. Secondo Rabbi David Fohrman, anche quest’ultimo elemento ha un suo parallelo nel racconto del Diluvio: “l’arco fra le nubi” (Genesi 9:8-17).
Mentre lo Shabbat rappresenta la cessazione dell’opera divina della Creazione, l’arcobaleno segna invece la fine della ri-Creazione seguente al Diluvio, ma è anche il simbolo della promessa secondo cui: “Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai” (Genesi 8:22). In ebraico, il verbo cessare è qui espresso con la radice Sh-b-t, la stessa che forma la parola Shabbat e che appare due volte in Genesi 2:1-3.
Inoltre, è interessante notare che il passo relativo all’arcobaleno presenta molte somiglianze con la descrizione dello Shabbat riportata nel Libro dell’Esodo. Sia lo Shabbat che l’arcobaleno sono infatti definiti brit (patto), brit olam (patto perpetuo), ot brit (segno del patto), ledorot olam (per tutte le generazioni), beini ubeineichem (“fra me e voi”). Ciò conferma l’esistenza di un certo legame tra i due concetti, anche al di là della Genesi.

Shabbat Arcobaleno
I figli d’Israele perciò osserveranno il Sabato, celebrando il Sabato di generazione in generazione, come un patto perpetuo. Esso è un segno perpetuo fra me e i figli d’Israele, poiché in sei giorni il Signore fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò (Esodo 31:16-17) “Questo è il segno del patto che io faccio tra me e voi, e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni future. […] E io mi ricorderò del mio patto fra me e voi ed ogni essere vivente di ogni carne, e le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni carne. L’arco dunque sarà nelle nuvole e io lo guarderò per ricordarmi del patto perpetuo fra Dio e ogni essere vivente di qualunque carne che è sulla terra”. E Dio disse a Noè: “Questo è il segno del patto che io ho stabilito fra me e ogni carne che è sulla terra” (Genesi 9:15-17).

È doveroso a questo punto chiedersi se i parallelismi finiscano qui, con la corrispondenza tra il settimo giorno e l’arcobaleno, o se vadano addirittura oltre. La domanda assume un’importanza cruciale poiché, se  davvero questa linea di continuità strutturale si estendesse fino a comprendere anche il racconto del Giardino dell’Eden (Genesi 2:4 – 3:24), ciò costituirebbe una clamorosa prova dell’unità e della coerenza del Libro della Genesi, in aperto contrasto con quanto affermato dalle teorie critiche più accreditate. Uno dei capisaldi dell’ipotesi documentale è infatti l’assunto secondo cui il racconto dei sette giorni della Creazione e quello di Adamo ed Eva derivino da fonti diverse e riflettano idee contrastanti sull’origine dell’umanità. I due brani, secondo la stessa teoria, sarebbero stati raccolti in un unico testo dopo secoli dalla loro composizione originale. Similmente, si ritiene che anche il racconto del Diluvio, assieme a tante altre sezioni della Torah, abbia raggiunto la sua forma attuale attraverso l’unione di documenti diversi da parte di vari redattori. Le argomentazioni alla base di questa ipotesi critica meritano certamente di essere studiate a fondo e in modo dettagliato, ma ciò su cui ora intendiamo concentrarci sono le corrispondenze strutturali tra i vari capitoli della Genesi.

Dunque, fino a che punto arriva realmente lo schema dei parallelismi?

Dopo il passo relativo all’arcobaleno, la Bibbia ci presenta una vicenda alquanto strana che toglie al personaggio di Noach qualsiasi aura di eroismo:

E Noach, uomo della terra, cominciò e piantò una vigna e bevve del vino e si ubriacò, e si scoprì in mezzo alla sua tenda. E Cham, padre di Kenan, vide la nudità di suo padre e andò a dirlo ai suoi due fratelli di fuori. Ma Shem e Yefet presero un mantello, se lo misero sulle loro spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre; e, siccome avevano le loro facce rivolte dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre (Genesi 9:20-23)

Siamo davanti alla storia di un fallimento che segue immediatamente la ri-Creazione del mondo. È impossibile allora non pensare al fatto che anche la Creazione originaria era stata seguita da un fallimento: quello della prima coppia umana nel Giardino dell’Eden. Tra i due racconti, già legati concettualmente dai Maestri del Talmud (vedi Sanhedrin 70a-b), David Fohrman ha individuato le seguenti affinità linguistiche e tematiche:

  • In Genesi 2:7 è scritto che l’uomo fu creato dalla polvere della terra, in ebraico: afar min-haadamah; In Genesi 9:20 Noach è chiamato ish haadamah (uomo della terra).
  • Il verbo Vayita (“e piantò”), estremamente raro nella Torah, compare la prima volta in Genesi 2:8: “E piantò il Signore Dio un giardino in Eden”, e la seconda in Genesi 9:20: “E Noach […] piantò una vigna”.
  • In entrambi i racconti, il fallimento avviene a causa di un frutto: quello dell’albero della conoscenza del bene e del male nella prima storia e quello della vite nella seconda.
  • Entrambe le vicende sono accomunate dal tema della nudità (Genesi 2:25; 9:20) e della vergogna che deriva da essa (Genesi 3:7: 9:24).
  • Dopo il peccato di Adamo, Dio maledice il serpente condannandolo ad essere il più infimo delle bestie (Genesi 3:14). Impiegando un linguaggio simile, Noach maledice Kenan dichiarando che egli sarà il “servo dei servi dei suoi fratelli” (9:25).

Anche in questo caso, le differenze tra i due racconti riguardano il ruolo dell’uomo nella nuova Creazione. Nel mondo di Dio, era il Sovrano dell’universo a piantare il giardino, a coprire la nudità degli esseri umani con delle tuniche e a pronunciare la maledizione. Nel mondo dell’uomo qualcosa è cambiato: Noach pianta la vigna, i suoi figli coprono la sua nudità, e Noach stesso maledice Kenan. L’umanità diviene protagonista e il paesaggio assume tratti più terreni e concreti.

Bisogna tuttavia osservare che, nonostante i parallelismi presenti nella storia della vigna, il brano risulta privo di alcuni fra gli elementi più importanti che caratterizzano la vicenda dell’Eden, come il concetto dell’espulsione dell’uomo. Sembrerebbe quindi che tali elementi siano rimasti senza una corrispondenza nel mondo della seconda Creazione, ma in realtà, come spiega Rabbi Fohrman, non è così. Esiste infatti un’altra storia nella Genesi che sembra anch’essa ricollegarsi al racconto dell’Eden, una storia che è separata da quella della vigna di Noach soltanto da un elenco di genealogie. Si tratta del racconto della Torre di Babele (Genesi 11:1-9).

In un articolo precedente, ci siamo già occupati del brano di Babele e dei suoi affascinanti significati. Eviteremo perciò di esprimere qualsiasi commento sull’interpretazione del racconto, ma ci limiteremo unicamente a far notare come in esso siano rintracciabili alcuni richiami tematici e linguistici alla vicenda di Adamo ed Eva.

  • Genesi 2:8  ci narra che il Giardino dell’Eden fu piantato mikedem (“da oriente”). Secondo Genesi 11:2, gli uomini che edificarono la Torre erano giunti anch’essi mikedem.
  • Prima di esiliare Adamo ed Eva dall’Eden, Dio dichiara: “Ecco, l’uomo è diventato unico come noi” (Genesi 3:22, traduzione basata su Targum Yonathan e Rashi). Prima di disperdere gli abitanti di Babele, Egli dichiara invece: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua” (11:6). La punizione deriva in entrambi i casi dall’essere unici (achad in ebraico).
  • Adamo conferisce nomi agli animali (Genesi 2:19). I costruttori della Torre sono mossi dall’intento di “farsi un nome” (11:6).
  • Il verbo utilizzato per descrivere la creazione della donna (Vayiven, letteralmente: “costruire”) è lo stesso utilizzato per la costruzione della Torre (Genesi 11:5).
  • In entrambe le storie, Dio sembra esprimere un’insolita preoccupazione per gli intenti dell’uomo: “Ecco l’uomo è diventato unico come noi, per la conoscenza del bene e del male. E ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita” (Genesi 3:22); “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. E ora scendiamo e confondiamo la loro lingua” (Genesi 11:6-7). Nel testo ebraico, i due discorsi di Dio presentano alcuni termini in comune: Hen (ecco), V’atah (e ora), Achad (uno), oltre all’uso del plurale d’eccellenza in riferimento alla Divinità.
  • In entrambe le vicende, l’umanità è punita con l’esilio.

Per ragioni misteriose, la storia dell’Eden subisce una “rifrazione” nel mondo post-diluviano e si divide nei due racconti della vigna di Noach e della Torre di Babele, che tuttavia non hanno assolutamente nulla in comune tra loro.

Lungi dall’essere un testo nato dall’accorpamento disordinato di documenti diversi, la Torah appare dunque costruita secondo una struttura letteraria complessa, come un disegno che si sviluppa a poco a poco pagina dopo pagina. Ma su questa struttura, e sui significati che ad essa sono affidati, c’è sicuramente ancora molto da scoprire e da rivelare.

La Torre di Babele

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Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. E avvenne che, mentre viaggiavano dall’oriente, essi trovarono una pianura nella terra di Shinar, e vi si stabilirono. E si dissero l’un l’altro: «Orsù, facciamo dei mattoni e cuociamoli col fuoco!». E usarono mattoni come pietre e bitume come malta. E dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una torre la cui cima sia in cielo, e facciamoci un nome per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra» (Genesi 11:1-4).

Qual è il vero significato della storia della Torre di Babele? Si tratta di un mito primitivo nato per spiegare l’origine delle nazioni e delle differenze linguistiche, come molti ritengono, o c’è qualcosa di più profondo? La grande città, con la sua celebre torre, è divenuta da millenni un simbolo di presunzione, di idolatria, del potere umano svincolato da ogni limite. Attraverso uno studio accurato del testo biblico e il contributo importantissimo dell’archeologia, è possibile rivolgere uno sguardo nuovo all’immagine di Babele, che riesce ad essere al contempo leggendaria e reale, antica quanto la civiltà eppure sorprendentemente attuale.

La struttura

Da un punto di vista prettamente letterario, il racconto di Babele è un vero e proprio capolavoro artistico condensato in soli 9 versi. La struttura del brano è composta da sequenze parallele in contrapposizione fra loro, disposte secondo uno schema speculare. Si tratta di un tipico esempio di chiasmo biblico:

A Tutta la terra ha una sola lingua (v. 1)

       B Gli uomini si riuniscono nella valle di Shinar (v. 2)

            C Progetto umano (vv. 3-4)

                 D “Discesa” di Dio (v. 5)

            C’ Progetto divino (vv. 6-7)

       B’ Gli uomini si disperdono su tutta la terra (v. 8)

A’ Fine dell’uniformità linguistica (v. 9)

La prima metà del testo (sequenze A, B, C) descrive la situazione iniziale e l’operato degli uomini. La seconda metà è invece il “rovesciamento” della prima, e segna perciò una totale inversione degli avvenimenti narrati. A fare da “spartiacque” tra le due sezioni è la frase riportata in Genesi 11:5: Ma il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il testo sottolinea in questo modo il fatto che sia proprio l’intervento di Dio a far capovolgere bruscamente la situazione.
L’affermazione secondo cui “Il Signore discese” non è da intendere alla lettera. Cassuto spiega infatti che si tratta probabilmente di un’espressione idiomatica impiegata negli scritti dell’epoca per indicare l’azione delle divinità. Inoltre, la frase è chiaramente utilizzata in opposizione al folle desiderio dei costruttori della Torre di “salire fino al cielo”.

All’interno del testo ebraico, le lettere Bet (b, v), Lamed (l) e Nun (n) ricorrono frequentemente in associazione tra loro, creando allitterazioni che sembrano dare forza all’aspetto ironico del racconto: Havah nilbenah levenim (v. 3); lahem hallevenah leaven (v. 3); Havah nibnè lanu (v. 4); banù benè (v. 5); Bavèlbalàl (v. 9).
Per lo stesso motivo, sono da notare i due impieghi di paronomasia al v. 3: nilbenah lavenim ; venisrefah lisrefah.

Lo sviluppo delle lingue

Che i racconti della Genesi non siano dei resoconti storiografici né delle trattazioni scientifiche è un fatto certamente innegabile. È tuttavia altrettanto vero che le interpretazioni più diffuse di molti passi biblici tendano molto spesso ad accrescere gli aspetti miracolosi e soprannaturali delle storie narrate oltre i limiti consentiti dal testo. Per quanto riguarda la vicenda di Babele, si ritiene comunemente che la confusione delle lingue sia avvenuta in maniera istantanea, per mezzo di un fenomeno prodigioso. Tuttavia, come fa notare Abraham Ibn Ezra, l’immagine degli uomini che all’improvviso non riescono più a comprendersi a vicenda non corrisponde a ciò che il testo biblico afferma. La Genesi infatti racconta semplicemente che Dio, per realizzare il suo proposito di confondere le lingue dell’umanità, disperse gli abitanti della valle di Shinar:

E il Signore li disperse di là sulla faccia di tutta la terra, ed essi cessarono di costruire la città (Genesi 11:8).

Le diverse famiglie umane si stabilirono così in luoghi diversi del mondo, sviluppando poi ognuna un proprio linguaggio in modo del tutto naturale. Questa sembra essere l’interpretazione più vicina al significato letterale del racconto della Genesi, che riassume in poche parole e con una terminologia semplice un processo ben più complesso e graduale.

L’imperialismo babilonese

Quella di cui parla il racconto di Babele è un’umanità che sembra non conoscere alcuna discordia. Per la prima volta nel Libro della Genesi, l’armonia regna incontrastata nei rapporti umani. Può dunque risultare difficile comprendere il motivo per cui la generazione di Babele sia presentata come un esempio negativo degno della punizione divina. Qual era la colpa dei costruttori della Torre?
La scelta delle genti di radunarsi nella pianura di Shinar (che, non a caso, è il territorio in cui si sviluppò la prima civiltà sedentaria della Storia, quella dei Sumeri), e di costruire  lì una città con una torre “la cui cima sia in cielo”, è stata interpretata dai Maestri del Midrash come una folle rivolta contro il Creatore. Il desiderio di “farsi un nome”, che anima i costruttori durante la loro impresa, può inoltre essere inteso come un segno dell’arroganza umana. “La polemica del racconto”, scrive Robert Alter, “è rivolta contro l’urbanesimo e la fiducia presuntuosa nelle conquiste tecnologia”.

Per riuscire a capire pienamente l’autentico messaggio di questo brano è necessario considerare il contesto storico e culturale a cui esso fa riferimento. Lungi dall’essere un semplice mito sulla nascita della differenziazione linguistica, il racconto di Babele è infatti una critica all’imperialismo babilonese e alle sue elevate pretese politiche e religiose.

Quasi quattromila anni fa, il re Hammurabi (probabilmente citato nella Bibbia con il nome di Amraphel) sottomise tutta la Mesopotamia e conquistò molte città, trasformando così Babilonia nel centro di un grande impero multietnico. Le popolazioni assoggettate, secondo alcune iscrizioni dell’epoca di Ashurbanipal II  e Sargon II, erano costrette ad accettare “un unico linguaggio”.
Il poema mesopotamico noto come Enuma Elish narra che la città di Babilonia fu costruita dalle divinità al termine della creazione del mondo. A mettere in contatto gli esseri umani con le divinità erano alcune maestose costruzioni chiamate ziggurat, le cui rovine possono essere osservate ancora oggi. Molti studiosi hanno identificato la Torre di Babele con l’Etemenanki, un’antichissima ziggurat edificata a Babilonia il cui nome significa “casa delle fondamenta del cielo e della terra”. Questa imponente struttura, che superava i novanta metri di altezza, ospitava sulla sua cima un tempio consacrato al dio Marduk. Tali edifici rappresentavano l’orgoglio di un potere totalitario volto all’unificazione del mondo sotto il dominio di un solo regno e di una sola cultura.

Contro questa concezione si scaglia l’aspra critica del racconto biblico che, con espressioni satiriche e dissacranti, demolisce letteralmente il mito della supremazia babilonese. Lo studioso Paolo Brusasco, nel suo libro Babilonia, All’origine del mito, spiega in proposito:

“La torre – meraviglia tanto esaltata dal sovrano – il simbolo stesso di Babilonia come capitale multietnica del mondo, diventa emblema di arroganza e prevaricazione di un potere schiacciante che sottomette i popoli, e genera confusione e divisione. La deplorazione della torre si combina quindi con la condanna di Babilonia (e della Mesopotamia tutta) quale archetipo della civiltà urbana e multirazziale, fittizia e viziosa costruzione umana”.

Mentre i costruttori della Torre aspirano ad elevarsi fino al cielo, il testo ci narra che è in realtà il Sovrano dell’universo a “scendere” per giudicare l’operato degli uomini. Un chiaro elemento di satira è costituito da ciò che il brano ci dice sul nome della città:
“Perciò a questa fu dato il nome di Bavèl, perché lì il Signore confuse (balàl) la lingua di tutta la terra” (Genesi 11:9).
La Torah quindi fa derivare Bavèl da balàl (confondere), ma questa semplice affinità fonetica non ha nulla a che fare con la vera origine del nome di Babilonia. In lingua sumera, Bavèl significa infatti “Porta di Dio”. Ciò ci riporta al già menzionato mito sulla fondazione della città mesopotamica da parte delle divinità, un mito che la Bibbia intende negare con forza. Collegare il nome di Babele al verbo confondere significa quindi deridere l’idolatria e screditare le leggende imposte dai sovrani babilonesi.

L’intento della Torah sta dunque nel metterci in guardia dal pericolo (ancora fortemente attuale) di una forzata omogeneità spacciata per armonia, e nel contrastare le pretese di chi vuole sopprimere le legittime differenze attraverso il proprio potere, come è sempre avvenuto in ogni dittatura totalitaria.
Ma a tutto ciò si contrappone la promessa divina di un’epoca futura in cui l’umanità sarà davvero unita, non allo scopo di “farsi un nome” o di raggiungere il cielo con le proprie forze, ma spinta finalmente da intenti lodevoli e sinceri:
“Poiché allora darò ai popoli un linguaggio puro, affinché tutti invochino il Nome del Signore, per servirlo di comune accordo” (Sofonia 3:9).

Introduzione al Noachismo

Riportiamo di seguito una breve introduzione ai concetti di Noachismo e universalesimo ebraico, scritta dal rabbino Elio Toaff.

L’uomo creato da Dio a Sua immagine e somiglianza, alla prova dei fatti non si dimostrò degno della fiducia che Dio aveva riposto in lui e quindi non meritava di continuare a vivere. Il diluvio universale fu il castigo che colpì un’umanità perversa e sanguinaria, e solo Noè con la sua famiglia venne risparmiato perché, dice il testo della Genesi: “Noè era un uomo giusto per i tempi che correvano”. E a lui il Signore si rivela per la prima volta dopo la rivelazione ad Adamo nel giardino dell’Eden, per fare un patto: non manderà più un diluvio sterminatore per punire gli uomini anche se malvagi e l’arcobaleno nel cielo ricorderà questo suo impegno. Continua a leggere

Noach: L’individuo e la responsabilità collettiva

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Un’interessante interpretazione del racconto del Diluvio e della Torre di Babele, da un articolo di Rabbi Jonathan Sacks.
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La parashah inizia e finisce con due grandi avvenimenti. Da una parte il Diluvio, dall’altra Babele e la sua torre. Superficialmente, questi due eventi non hanno nulla in comune. Il fallimento della generazione del Diluvio è esplicito: “Il mondo era corrotto davanti a Dio, e la terra era piena di violenza. Dio vide il mondo, ed esso era corrotto. Ogni carne era divenuta perversa sulla terra” (Genesi 6:11-12). Malvagità, violenza, corruzione, perversione: questa è la descrizione di un fallimento morale sistematico.
Babele, al contrario, appare quasi idillica. “Tutta la terra aveva una sola lingua e un unico linguaggio” (11:1). I costruttori sono occupati ad edificare, non a distruggere. Non è per nulla chiaro quale fosse il loro peccato. Eppure, dal punto di vista della Torah, Babele rappresenta un altro grave errore, poiché subito dopo Dio chiama Abramo per iniziare un capitolo del tutto nuovo nella storia religiosa dell’umanità. Non c’è alcun Diluvio (Dio ha giurato che non punirà mai più l’umanità in questo modo), ma è chiaro che dopo Babele Dio giunge alla conclusione che per gli uomini sia necessario un modo diverso per vivere.
Sia il Diluvio che la Torre di Babele hanno le loro radici in eventi storici reali, anche se la narrazione non è espressa in un linguaggio storiografico. La Mesopotamia possiede molti miti che parlano di un diluvio, ed ognuno di essi testimonia il ricordo di disastrose inondazioni, soprattutto nei territori pianeggianti della valle del Tigri e dell’Eufrate (vedi il Commentario di R. David Zvi Hoffman su Genesi 6, che ipotizza che il Diluvio possa essere stato limitato ai centri abitati umani, piuttosto che aver coperto tutta la Terra).
Gli scavi effettuati a Shurrupak, Kish, Uruk e Ur (la terra dove nacque Abramo) rivelano la presenza di argilla depositata dalle alluvioni.
Allo stesso modo, la Torre di Babele fu una realtà storica. Erodoto parla del recinto sacro di Babilonia, nel cui centro c’era una ziggurat (o torre) alta trecento piedi. I resti di più di trenta di simili torri sono stati ritrovati soprattutto nella bassa Mesopotamia, e molti riferimenti sono presenti anche nella letteratura del tempo, in cui si parla di torri che “raggiungevano il cielo”.
Tuttavia, i racconti del Diluvio e di Babele non sono puramente storici, poiché la Torah non è un libro di Storia, ma di insegnamento e di norme etiche. Tali racconti trasmettono una profonda verità morale, sociale, politica e spirituale sulla condizione umana dal punto di vista dalla Torah. La storia del Diluvio serve a spiegare cosa accade alla civiltà quando a comandare è l’individuo e non esiste collettività, mentre Babele rappresenta la collettività che domina gli individui e li costringe a sacrificare la propria identità.
Secondo Thomas Hobbes (1588 – 1679), il pensatore che ha posto le fondamenta della politica moderna, prima che nascessero le istituzioni politiche gli esseri umani erano in uno “stato di natura”. Senza un’autorità stabile, un govenro effettivo e leggi esecutive, la gente si troverebbe in una condizione di caos violento e permanente, “una guerra di tutti contro tutti”, e gli uomini lotterebbero per le risorse più rare. Questa situazione esiste ancora oggi in molti Stati crollati o che stanno crollando. Si tratta dell’esatta descrizione della Torah prima del Diluvio. Quando non c’è un governo che vincola gli individui, il mondo si riempie di violenza.
Babele è l’opposto, ed ora possediamo importanti prove storiche per capire il significato della frase “Tutta la terra aveva una sola lingua e un unico linguaggio”. Ciò non può riferirsi all’umanità primitiva precedentemente alla divisione delle lingue. Di fatto, nel capitolo precedente la Torah aveva già affermato: “Da essi derivarono le nazioni disperse per le isole nei loro territori, ciascuno secondo la propria lingua” (Genesi 10:5). Il Talmud Yerushalmi (Megillah 1:11, 71b) registra una disputa tra R. Eliezer e R. Yochanan, uno dei quali sostiene che la divisione dell’umanità in settanta linguaggi risalga a prima del Diluvio.
Il testo di Genesi sembra invece riferirsi all’uso imperiale dei neo-Assiri di imporre la loro lingua ai popoli conquistati. Un’iscrizione dell’epoca testimonia che Ashurbanipal II “Fece adottare lo stesso linguaggio alla totalità dei popoli”. Un’iscrizione su un cilindro di Sargon II riporta: “Popolazioni dei quattro angoli del mondo, con lingue strane e parole incomprensibili… che avevo conquistato come bottino al comando di Ashur mio signore con la forza del mio scettro, ho costretto ad accettare una sola voce”.
I neo-Assiri rivendicavano la loro supremazia pretendendo che la loro lingua fosse la sola che dovesse essere utilizzata dalle popolazioni che avevano sconfitto. In questo contesto, la storia di Babele è una critica all’imperialismo.
Babele, come l’Egitto, rappresenta un impero che sottomette intere popolazioni calpestando la loro identità e le loro libertà.
Se tutto ciò è corretto, dovremmo rileggere l’intero racconto di Babele in una maniera molto più convincente. L’ordine è dunque questo: Genesi 10 descrive la divisione dell’umanità in settanta nazioni e settanta lingue. Genesi 11 spiega in che modo un potere imperiale conquistò nazioni più piccole e impose il proprio linguaggio e la propria cultura, contrastando il volere Divino secondo cui ogni uomo dovrebbe rispettare l’integrità delle nazioni e degli individui.
Quando alla fine del racconto Dio “confonde le lingue” dei costruttori, Egli non sta creando una nuova condizione, ma sta ripristinando quella precedente.
Così interpretata, la storia di Babele è una critica al potere della collettività che schiaccia l’individuo.
Il miracolo del monoteismo è che l’Unità in Cielo crea diversità sulla terra, e Dio ci chiede (ad ovvie condizioni) di rispettare tale diversità.
Dopo i due grandi fallimenti del Diluvio e di Babele, Abramo fu chiamato a creare una nuova forma di ordine sociale che avrebbe dato lo stesso onore all’individuo e alla collettività, unendo la responsabilità personale e il bene comune. Questo rimane il dono straordinario che gli Ebrei e l’Ebraismo hanno fatto al mondo.