Ha’azinu: una versione diversa della storia di Israele

Ora scrivete per voi questo cantico e insegnatelo ai figli d’Israele. Mettetelo sulla loro bocca, affinché questo cantico sia per me un testimone contro i figli d’Israele. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai padri loro con giuramento, dove scorre latte e miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati, allora essi si rivolgeranno ad altri dèi per servirli, e disprezzeranno me e violeranno il mio Patto. Allora avverrà che quando molti mali e molte calamità saranno cadute loro addosso, questo cantico testimonierà contro di loro, perché esso non sarà dimenticato e rimarrà sulle labbra dei loro discendenti (Deuteronomio 31:19).

Il cantico di Ha’azinu (che significa “dare ascolto”), messo per iscritto da Moshè poco prima della sua morte, è introdotto dalla voce divina come una testimonianza che deve essere custodita in ogni generazione. Le parole del canto accompagneranno Israele durante i suoi periodi di corruzione e infedeltà a Dio, mettendo in guardia il popolo e rispondendo alle sue obiezioni ancora prima che esse vengano formulate. Questo componimento poetico ricopre quindi una grande importanza, evidenziata dal fatto che l’intero universo – il cielo e la terra – è chiamato a prestare ascolto ai suoi versi (Deut. 32:1).
Se anche noi presteremo ascolto, potremo scoprire alcuni dettagli interessanti che ci riveleranno la vera natura di questo poema.

L’incontro nel deserto

Dopo alcune frasi introduttive che enfatizzano la solennità del cantico e contrappongono la giustizia di Dio alle colpe del popolo, il testo invita gli Israeliti a “ricordare i giorni antichi e considerare le epoche passate” (32:7). Inizia così quello che appare come un breve riassunto poetico della storia di Israele e della sua relazione con Dio, ma che, di fatto, sembra presentarci tale storia in una versione molto diversa da quella che conosciamo:

Poiché la parte di HaShem è il Suo popolo, Giacobbe è la porzione della Sua eredità. Egli li trovò in una terra deserta e vuota, in un luogo di ululati solitari. Egli li circondò, ne ebbe cura e li custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila veglia la sua nidiata, si libra sopra i suoi piccoli, spiega le sue ali, li prende e li porta sulle sue ali, HaShem li guidò da solo, e non c’era con lui alcun dio straniero (32:9-12).

Sorprendentemente, il cantico di Ha’azinu non menziona eventi fondamentali come la schiavitù in Egitto, l’Esodo e la Rivelazione della Torah sul Sinai, e tralascia completamente anche il Patto stabilito con i patriarchi. Il testo ci presenta invece l’incontro tra Dio e Israele come qualcosa di fortuito e inatteso, affermando che il Creatore “trovò [il suo popolo] in una terra deserta e vuota”. Non era stato forse Dio stesso a condurre gli Israeliti nel deserto per adempiere le Sue promesse? Com’è possibile che questi versi ignorino tutto ciò?

Il brano dovette suscitare perplessità già nelle menti dei commentatori antichi e medievali, che lo interpretarono in maniera non molto coerente con il suo senso letterale. Secondo il Targum Onkelos (II secolo e.v.) e Rashbam (10851 – 1158), l’espressione “Egli li trovò in una terra deserta e vuota” significa in realtà “Dio era lì per loro, per soddisfare i loro bisogni”. Rashi (1040 – 1105) commenta affermando che “Dio trovò [gli Israeliti] fedeli a lui nel deserto, poiché essi accettarono la Torah”. A mantenersi fedele al contesto è invece Ibn Ezra (1089 – 1167), che scrive: “Egli li trovò in una terra deserta – poiché essi erano come qualcuno che si è smarrito nel deserto, lì dove nessuno passa”. Il problema, quindi, rimane irrisolto.

Una redenzione atipica

Proseguendo nella lettura del cantico, ci imbattiamo ben presto in un altro elemento insolito.
Dinanzi all’ingratitudine e al traviamento morale degli Israeliti, Dio condanna il popolo dichiarando: “Io nasconderò loro la mia faccia e vedrò quale sarà la loro fine, perché sono una generazione perversa, figli in cui non vi è alcuna fedeltà” (32:20). Poco dopo, Egli arriva addirittura a contemplare la possibilità di annientare del tutto la nazione ebraica cancellando la sua memoria dalla terra, ma tale scenario viene subito escluso per un motivo ben preciso:

Io ho detto: «Li spazzerò via, farò scomparire il loro ricordo di mezzo agli uomini». Se non temessi la rabbia del nemico, poiché i loro avversari, illudendosi, direbbero: «La nostra mano potente ha fatto tutto ciò, non HaShem» (32:26-27).

Secondo questi versi, Dio impedisce alle nazioni avversarie di distruggere del tutto il popolo ebraico poiché una simile impresa darebbe ai nemici l’illusione di essere più potenti del Creatore del mondo, provocando così una dissacrazione del Nome divino. Dunque, a quanto pare, Dio salva Israele solo per evitare un danno al proprio onore. Questa idea risulta molto diversa dalla promessa di redenzione e restaurazione che il Deuteronomio stesso aveva espresso precedentemente, e che era legata al ravvedimento degli Israeliti e alla misericordia divina:

 HaShem, il tuo Dio,  ti farà ritornare dalla schiavitù, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo fra tutti i popoli, fra i quali HaShem, il tuo Dio, ti aveva disperso. […] Poiché HaShem si compiacerà di nuovo nel farti del bene, come si compiacque nel farlo ai tuoi padri, perché ubbidirai alla voce di HaShem, il tuo Dio, osservando i suoi comandamenti e i suoi statuti scritti in questo libro della Legge, perché sarai ritornato ad HaShem, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima (30:3-10).

Nel cantico di Ha’azinu, in contrasto, non si parla di alcun pentimento da parte del popolo, né delle benedizioni di HaShem che ne scaturiranno. La Redenzione viene descritta quasi unicamente come una vendetta divina contro i nemici di Israele (32:41-43), piuttosto che come un atto di salvezza. Lo stesso evento ci viene dunque mostrato da una prospettiva differente.

Il messaggio di Ha’azinu

Possiamo a questo punto chiederci: che cos’hanno in comune le varie stranezze che abbiamo notato? C’è forse una logica che le unisce?
Il cantico di Ha’azinu ci presenta un rapporto tra Dio e Israele che nasce in maniera quasi casuale, senza alcun merito umano, senza il Patto con i patriarchi né il privilegio di udire la voce divina sul Monte Sinai. Il poema ci parla inoltre di una Redenzione che non deriva dal ravvedimento e dalla giustizia del popolo, ma solo dal bisogno di tutelare l’onore di Dio e di placare l’arroganza dei nemici. In sostanza, il cantico non fa altro che ignorare ogni azione meritevole e qualsiasi motivo di vanto da parte degli Israeliti. Il popolo divenuto infedele viene privato di tutto ciò che lo rende speciale o degno di ammirazione, per diventare un semplice viandante smarrito nel deserto, che è stato soccorso e tratto in salvo gratuitamente da una mano benevola.

Tutto questo ha però uno scopo: il cantico di Ha’azinu è stato composto per accompagnare gli Israeliti in ogni generazione e per parlare ai loro cuori proprio nei periodi bui, quando essi saranno ormai sprofondati nella corruzione e non avranno più alcun merito da esibire. Se il popolo d’Israele rigetta la Torah, recide i legami con i suoi antenati virtuosi e non si ravvede, i versi di Ha’azinu lo seguiranno ugualmente, e gli mostreranno che esiste una dimensione basilare del suo rapporto con Dio che prescinde persino dall’Esodo dall’Egitto, dal Sinai e da ogni privilegio spirituale. Anche nell’abisso della degradazione più profonda, questo rapporto non potrà mai venire meno.

Tale messaggio è stato colto da alcuni profeti, e in particolare da Ezechiele, che l’ha sviluppato ulteriormente descrivendo Israele come una bambina abbandonata con disprezzo appena nata, gettata nella campagna a dimenarsi nel sangue finché Dio non le “passò accanto” (anche qui, apparentemente, in maniera fortuita) e la salvò dalla morte (vedi Ezechiele 16:3-6). L’immagine del viandante nel deserto si trasforma così in un’allegoria ancora più aspra e suggestiva.
Anche la Redenzione, nel libro di Ezechiele, è vista dalla stessa prospettiva di Ha’azinu, poiché non scaturisce dal pentimento del popolo, ma dall’onore di Dio che è stato compromesso agli occhi delle nazioni:

Così dice il Signore, HaShem: «Io agisco così non a motivo di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio santo nome, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati. Io santificherò il mio grande nome profanato fra le nazioni, che avete profanato nel loro mezzo. Le nazioni riconosceranno che io sono HaShem» dice il Signore, HaShem, «quando sarò santificato tramite voi davanti ai loro occhi» (36:22-23).

Al tempo di Ezechiele, un’epoca di esilio, sofferenza e confusione, le parole dell’antico cantico continuavano a risuonare nel profondo dell’anima ebraica, per rimanere vive come lo sono ancora oggi.

 

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