Korach: tutti sono santi

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E Korach, figlio di Itzhar, figlio di Kehat, figlio di Levì, insieme con Datan e Aviram, figlio di Eliav, e On, figlio di Pelet, figli di Reuven, presero con loro [altri uomini d’Israele] e si levarono davanti a Moshè. […] Essi si radunarono contro Moshè e contro Aharon, e dissero loro: «Questo è troppo! Perché tutta la congregazione è santa, ciascuno dei suoi membri, e HaShem è in mezzo a loro; come potete dunque innalzarvi sopra l’assemblea di HaShem?» (Numeri 16:1-3).

Con questi versi del Libro di Bemidbar (Numeri) inizia il racconto del più grave tentativo di delegittimazione dell’autorità di Moshè e dell’Esodo stesso, un tentativo che darà luogo a uno dei maggiori momenti di crisi di tutta la storia della permanenza di Israele nel deserto.
Nonostante il testo ci lasci intendere che le vere motivazioni che spingono Kòrach a fomentare la sua rivolta siano in realtà tutt’altro che pure (vedi Numeri 16:9-10), le sue parole appaiono però fondate su un principio che potrebbe sembrare pienamente condivisibile: se tutto il popolo d’Israele è un “regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6), perché mai dovrebbe esistere al suo interno una classe sacerdotale detentrice della santità? Korach si presenta quindi come un rivoluzionario pronto a battersi per l’uguaglianza e la parità dei diritti nell’ambito religioso, avanzando una rivendicazione che rischia di attirare le simpatie di molti lettori moderni. Vediamo dunque di approfondire la questione e di comprendere il punto di vista della Torah su questo argomento.

Korach e gli tzitzit

Nel testo biblico, la storia della ribellione di Korach è narrata subito dopo il precetto degli tzitzìt, le frange rituali che la Torah comanda di annodare agli angoli della veste di ogni Israelita:

E HaShem parlò a Moshè dicendo: «Parla ai figli d’Israele e di’ loro che si facciano, di generazione in generazione, delle frange agli angoli delle loro vesti e che mettano alle frange di ogni angolo un filo di Tekhelet. E quando lo guarderete, vi ricoredeete di tutti i precetti di HaShem e li metterete in pratica […] e sarete santi per il vostro Dio (Numeri 15:37-40).

Il fatto che il precetto degli tzitzit preceda immediatamente la vicenda di Korach non sembra essere un caso: il Tekhèlet, la tinta pregiatissima utilizzata per le frange, era presente anche nelle vesti del Sommo Sacerdote (Esodo 28:5) e nel Tabernacolo (26:1). Il colore azzurro del Tekhelet era comunemente associato alla nobiltà e alla ricchezza (Ezechiele 23:6; Ester 1:6), e il fatto che la Torah comandi a tutti gli Ebrei di indossare un tessuto di questa tinta è un segno del grande onore che è stato concesso a ogni singolo individuo della “nazione santa”. Proprio da tale onore sembra avere origine l’argomentazione di Korach, secondo cui la dignità sacra rappresentata dal Tekhelet dovrebbe appartenere pienamente e in egual modo a tutto il popolo.

Nel Midrash Tanchumà, i Maestri affermano che Korach si presentò a Moshè con una domanda astuta: “Se un abito è interamente colorato con la tinta del Tekhelet, non è forse esente dall’obbligo degli tzitzit?”. Moshè gli rispose che anche in quel caso sarebbe comunque necessario indossare gli tzitzit, provocando così il disappunto di Korach.
Quella che potrebbe apparire solo una fantasiosa elaborazione rabbinica, ci conduce invece nelle profondità del messaggio biblico: secondo Korach, proprio come un abito interamente azzurro non ha bisogno del “filo di Tekhelet”, così una comunità interamente santa non necessita di alcuna autorità sacerdotale. Secondo Moshè, al contrario, la vicinanza a Dio sperimentata da ogni Israelita non elimina il bisogno di una guida che si faccia garante di una dignità che appartiene a tutti.

Le barriere della santità

Narrandoci del disastroso fallimento della rivolta, la Torah ci mostra che Korach non poteva avere ragione. Tuttavia, il testo non ci fornisce alcuna confutazione esplicita della legittimità delle rivendicazioni egualitarie dei ribelli. Spetta invece ai lettori trovare delle risposte che chiariscano la questione. Di tali risposte, senza andare troppo lontano, noi ne abbiamo individuate due che si integrano a vicenda:

  1. Il concetto di “santità” (kedushah) implica imprescindibilmente una “separazione”. Il popolo d’Israele ha bisogno di barriere e di limiti per rapportarsi con la realtà distante e totalizzante della santità. Come abbiamo compreso studiando la vicenda di Nadav e Avihù, quella di avvicinarsi al mondo della Divinità è un’azione che presenta grandi rischi e che necessita di cautela, nonché dell’osservanza delle rigide leggi del Santuario. I sacerdoti, educati fin dalla nascita nel rispetto di queste leggi, eseguono il servizio divino in maniera esclusiva, ma lo fanno in quanto rappresentanti dell’intera nazione. Come nei moderni sistemi democratici, la sovranità del popolo è esercitata attraverso un principio di rappresentanza, non tramite un effettivo “governo di tutti” che scatenerebbe il caos nella società.
  2. Benché il sacerdozio, secondo la Torah, appartenga solo alla stirpe di Aharon, proprio il Libro dei Numeri ci insegna che ogni individuo, attraverso il voto di nazireato, può raggiungere un “livello di santità” pari a quello del Sommo Sacerdote (vedi il nostro commento alla Parashah di Nasò). La santità non è dunque un monopolio esclusivo di una cerchia aristocratica, ma una via aperta a ogni uomo o donna d’Israele.
    In questa direzione sembra essersi mosso in effetti l’Ebraismo negli ultimi due millenni. Pur non avendo mai promosso la diffusione del modello ascetico del nazireo, i Maestri hanno infatti richiesto all’intero popolo ebraico di conformarsi a un livello di santità simile a quello dei sacerdoti, in particolare attraverso riti come quello della Netilat Yadaim (lavaggio rituale delle mani), che ricorda le abluzioni prescritte dalla Torah ai sacerdoti prima di eseguire i loro sacrifici nel Santuario (Esodo 30:20-21).

Se Korach fosse stato un non-Ebreo

Ampliando l’argomentazione dei ribelli del racconto, potremmo porre una questione ancora più radicale: se tutta l’umanità, secondo la concezione biblica, è stata creata a immagine di Dio (Genesi 5:1-2), è davvero giusto che esista un “popolo santo” scelto da Dio fra tutte le nazioni?

Le due risposte che abbiamo fornito in merito alla legittimità del ruolo dei sacerdoti possono ugualmente essere applicate anche a questa seconda questione poiché, come scrive Isaia (61:6), il ruolo degli Ebrei è quello di essere “sacerdoti di HaShem” dinanzi agli altri popoli. Se il sacerdozio implica rappresentanza, si può affermare che Israele svolga nei confronti delle altre nazioni lo stesso compito che, in scala minore e in un contesto più ristretto, i sacerdoti svolgono all’interno del popolo ebraico, come in un insieme armonioso di cerchi concentrici che hanno il loro centro comune nel Santuario.
Che la via della santità più elevata sia aperta anche ai non-Ebrei è del resto da sempre riconosciuto, non solo grazie alla possibilità della conversione all’Ebraismo, ma anche in virtù dell’insegnamento di Rabbi Meir riportato nel Talmud (Bava Kamma 38a), secondo cui “Il non-Ebreo che si occupa della Torah è considerato come il Sommo Sacerdote”.

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