Morire nel Santuario: lo strano caso di Nadav e Avihù (e Uzza)

Dopo essere stati impegnati per alcuni mesi nei lavori di costruzione del Tabernacolo (Mishkàn) nel deserto, gli Israeliti possono finalmente celebrare il compimento della loro opera con una solenne cerimonia di inaugurazione. Il Santuario è pronto in ogni suo dettaglio, la gioia cresce e la presenza di Dio si manifesta suscitando la riverenza di tutto il popolo. Ma proprio nel momento di massima euforia, l’atmosfera lieta viene spezzata da un avvenimento sconcertante:

E Nadav e Avihù, figli di Aharon, presero ciascuno il proprio turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra l’incenso e offrirono alla presenza di HaShem un fuoco estraneo, che Egli non aveva loro comandato. E un fuoco uscì dalla presenza di HaShem e li divorò, ed essi morirono alla presenza di HaShem. E Moshè disse ad Aharon: «Questo è ciò di cui ha parlato HaShem, dicendo: “Per mezzo di coloro che mi sono vicini sarò santificato, e davanti a tutto il popolo sarò glorificato”». E Aharon tacque (Levitico 10:1-3).

La tragica morte di Nadàv e Avihù, figli del sommo sacerdote Aharòn, richiede una spiegazione. La brevità del racconto e la presenza di espressioni criptiche nel testo hanno favorito la nascita di molte interpretazioni, anche diametralmente opposte, di questo episodio biblico su cui ci apprestiamo ora a riflettere.

Alla ricerca di un grave peccato

L’interpretazione più conosciuta, riportata da Rashi sulla base del Midrash (Vayikra Rabbah 20:9), sostiene che Nadav e Avihù sarebbero stati puniti per essere entrati nel Santuario in stato di ebrezza. Questa ipotesi si fonda sul fatto che, subito dopo il tragico episodio dei due sacerdoti, Dio stesso parla ad Aharon dicendo: “Tu e i tuoi figli non berrete vino né bevande alcoliche quando entrerete nella tenda di convegno, altrimenti morirete […] e questo perché possiate discernere ciò che è santo da ciò che è profano e ciò che è impuro da ciò che è puro” (10:8-10).
In alternativa, il Midrash suppone che i due fratelli non avessero rispettato le norme di decoro esteriore imposte ai sacerdoti (10:6), o che essi fossero indegni agli occhi di Dio a causa della loro negligenza nell’adempiere la mitzvah della procreazione.
Alcuni commentatori si focalizzano invece sul “fuoco estraneo” (esh zarah) offerto da Nadav e Avihu (10:1), che ricorda in qualche modo l’espressione comunemente utilizzata per riferirsi all’idolatria, cioè avodah zarah (alla lettera: “servizio estraneo”).
Non mancano poi interpretazioni più moderne (come quella proposta da Rav Shlomo Riskin) che scorgono nei due sacerdoti l’archetipo di quel fondamentalismo religioso praticato da chi estremizza il fervore devozionale fino al punto di andare incontro alla morte.

Benché molte di queste spiegazioni racchiudano elementi interessanti di cui potremmo fare tesoro, non ci soffermeremo ora su alcuna di esse. Piuttosto che imputare a Nadav e Avihù un peccato non esplicitamente indicato dal testo biblico, proviamo a focalizzarci sul Santuario e sulla Divinità alla cui presenza i figli di Aharon esalarono l’ultimo respiro.

“Nessuno può vedermi e vivere”

Poco prima della grandiosa rivelazione dei Dieci Comandamenti, Moshè ricevette da Dio l’ordine di mettere in guardia il popolo per evitare che qualcuno tentasse di salire sul Monte Sinai allo scopo di avvicinarsi alla manifestazione della gloria divina:

E HaShem disse a Moshè: «Scendi e ammonisci il popolo, affinché non si precipiti verso HaShem per guardare, e molti non abbiano a perire. Anche i sacerdoti che si avvicinano ad HaShem si santifichino, affinché HaShem non irrompa contro di loro» (Esodo 19:21-22).

Come nota Nachmanide (vedi il nostro ultimo commento alla parashah di Pekudei), il Tabernacolo costruito dagli Israeliti nel deserto rappresenta una versione “artificiale” e “portatile” del Sinai: la Rivelazione e la comunione con la Divinità che il popolo ha sperimentato ai piedi del monte proseguono attraverso l’edificazione del Santuario e il culto che in esso la nazione d’Israele è chiamata a svolgere.
Se accostarsi al Monte Sinai significava mettere a rischio la propria vita, lo stesso pericolo esiste all’interno del Tabernacolo nel momento in cui la presenza del Creatore si manifesta. Varcare il confine tra la Divinità e il mondo terreno costituisce un errore fatale: morire è l’effetto immediato e automatico di qualsiasi tentativo umano di sconfinare nel mondo divino rappresentato dal Santuario. Tale sconfinamento, con le sue tragiche conseguenze, può avvenire anche se si è mossi da buone intenzioni o dal fervore religioso, eseguendo un’azione di culto non richiesta.

Dunque ciò che Nadav e Avihù commettono nel racconto dell’inaugurazione del Mishkan non è un vero e proprio peccato. A motivare le loro azioni non è un intento malvagio, ma una mancanza di cautela: l’inosservanza di quel limite posto all’iniziativa umana, un errore forse scaturito dal fatto che, in passato, proprio ai due giovani sacerdoti (insieme ad Aharon e agli anziani d’Israele) era stato concesso di salire sul Sinai con Moshè per assistere occasionalmente a una visione della gloria divina (vedi Esodo 24:9-11).

L’episodio di Uzza

Gli antichi rabbini hanno colto una certa connessione tra il racconto della morte dei figli di Aharon e un’altra storia biblica, narrata nel libro di Samuele:

David radunò di nuovo tutti gli uomini scelti d’Israele in numero di trentamila. E si levò e partì con tutto il popolo che era con lui da Baalè Yehudah, per trasportare di là l’Arca di Dio […] E posero l’Arca di Dio sopra un carro nuovo e la tolsero dalla casa di Avinadav che era sul colle; Uzza e Achio, figli di Avinadav, guidavano il carro nuovo. […] Quando giunsero all’aia di Nakhon, Uzza stese la mano verso l’Arca di Dio e la sostenne, perché i buoi la facevano inclinare. E l’ira di HaShem si accese contro Uzza, e là Dio lo colpì per il suo errore; ed egli morì in quel luogo presso l’Arca di Dio (2 Samuele 6:1-7).

Lo sfortunato Uzza paga qui il prezzo di un errore compiuto dall’intero popolo: leggendo il testo accuratamente, si comprende infatti che le modalità con cui l’Arca del Patto venne trasportata verso Gerusalemme non rispettavano le norme stabilite dalla Torah, secondo cui l’Arca poteva essere mossa soltanto dai Leviti, e doveva essere trasportata in spalla, non su un carro trainato da buoi (Numeri 7:6-9). In riferimento a questo episodio, il primo libro delle Cronache (15:13-15) riporta esplicitamente che i Leviti non erano presenti durante il trasporto dell’Arca, e che da tale mancanza derivò una disgrazia per il popolo.
Proprio come nel caso dell’inaugurazione del Tabernacolo, anche qui la gioia e l’eccessivo entusiasmo provocano un abbassamento del livello di cautela e uno sconfinamento dell’iniziativa umana nel mondo del sacro. L’accostamento tra i due episodi è del resto suggerito anche dal nome di Avinadav, il padre di Uzza, che appare come l’unione dei nomi Avihù e Nadav.

Tra i due racconti esiste però anche un’interessante differenza che riguarda la reazione che l’improvvisa morte dei personaggi suscita negli eroi biblici che assistono all’evento.
Al contrario dei commentatori che avrebbero poi imputato svariate colpe a Nadav e Avihù, Moshè interpreta la loro terribile fine esaltando i due giovani, dicendo ad Aharon: “Questo è ciò di cui ha parlato HaShem, dicendo: Per mezzo di coloro che mi sono vicini sarò santificato, e davanti a tutto il popolo sarò glorificato” (10:3). Secondo quanto afferma Moshè, Nadav e Avihù sono “coloro che sono vicini ad HaShem”, e la loro morte, pur essendo un avvenimento sconvolgente, rappresenta agli occhi della nazione una prova della gloria divina. Aharon, dopo aver udito queste parole, rimane in silenzio, dimostrando con austerità la sua tacita accettazione del doloroso accaduto.
Il re David, invece, si comporta diversamente. La morte di Uzza genera in lui tristezza, ed egli rende onore al defunto conferendo al luogo della disgrazia il nome di Perez-Uzza, ossia “Breccia di Uzza” (2 Samuele 6:8). Lo stupore da egli verosimilmente provato dinanzi a tale avvenimento attraversa i secoli e i millenni, per rinnovarsi nella mente di tutti coloro che hanno letto e che leggeranno queste storie bibliche su cui, possiamo esserne certi, non si cesserà mai di interrogarsi.

12 pensieri su “Morire nel Santuario: lo strano caso di Nadav e Avihù (e Uzza)

  1. Luciano Rutigliano

    Leggo sempre con interesse i commenti alle parashot, ricchi di spunti e riferimenti. Mi piacerebbe conoscere qualcosa sull’autore.

    Rispondi
      1. Mattia

        Salve. Grazie anche per questo articolo. Rispondendo al vostro ultimo commento: prendete in considerazione anche domande dei lettori?

  2. Mattia

    Le domande sono sempre molte. Devono essere inerenti alla parashà della settimana oppure possono sconfinare anche in altri argomenti? Perché tempo fa vi chiedi qualcosa sull’Aqedat Yitzach e mi avete risposto di aspettare la parashà d’un Vayerà 😊

    Rispondi
  3. Mattia

    Elia Kopciowski Interpreta la morte di Nadav e Avihù come “spirituale” e non fisica. Dice, la morte avviene “di fronte ad HaShèm”, quindi morì nei Suoi confronti e non in maniera materiale. Può essere una teoria valida o da scartare subito?

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    1. Sguardo a Sion Autore articolo

      Direi assolutamente da escludere. Lifnè HaShem (“davanti ad HaShem”) è un’espressione molto comune che significa semplicemente “davanti al Santuario”. Inoltre il testo ci racconta anche di come i cadaveri di Nadav e Avihù furono rimossi dal Tabernacolo.

      Rispondi
  4. Mattia

    Rav Elia Kopciowski ha scritto un libro “Introduzione alla lettura della Torah”, edito dalla Giuntina. Riguardo alla parashà di Sheminì qui in questione, se cerchi su Google il nome del rav e della parashà Sheminì ti trova il suo commento. Non so se posso pubblicarlo qui facendo spam.

    Rispondi

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