Pesach: perché è proibito il lievito?

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Per sette giorni mangerai pane senza lievito, e il settimo giorno si farà una festa ad HaShem. Si mangerà pane senza lievito per sette giorni; e non si vedrà pane lievitato presso di te, né si vedrà lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu spiegherai la cosa a tuo figlio, dicendo: “Si fa così, a motivo di quello che HaShem fece per me quando uscii dall’Egitto” (Esodo 13:6-8).

La matzah (al plurale matzot), il pane azzimo preparato con acqua e farina, è senza dubbio il simbolo più conosciuto e rappresentativo della festa di Pesach. Nella Bibbia, non a caso, tale festività è chiamata Chag HaMatzot (“festa degli azzimi”), mentre il termine Pesach si riferisce più propriamente al sacrificio pasquale. Ma per quale motivo la Torah prescrive di astenersi dal lievito (chametz) durante i sette giorni di questa importante celebrazione? Sembra una domanda elementare, se non addirittura ovvia, una domanda a cui chiunque osservi i riti della Pasqua ebraica non dovrebbe avere difficoltà a rispondere. Eppure, se ci riflettiamo attentamente, la questione si rivela in realtà tutt’altro che banale.

L’opinione più tradizionale, che sembra essere supportata da un verso del Deuteronomio (16:3) e dalla Haggadah di Pesach, sostiene che questo precetto abbia lo scopo di far rivivere l’atmosfera della notte in cui gli Israeliti lasciarono dall’Egitto, quando essi, come si legge in Esodo 12:39, furono scacciati dal Faraone e non ebbero il tempo di far lievitare il pane di cui disponevano. Tuttavia, se davvero il precetto derivasse unicamente dalle particolari circostanze in cui il popolo si trovò al momento della Redenzione, da ciò scaturirebbero alcune difficoltà:

  • Come nota Nachmanide, la proibizione del lievito fu comunicata agli Israeliti molto prima della notte della decima piaga (vedi Esodo 12:15): si tratta quindi di una prescrizione divina indipendente dalla successiva partenza frettolosa dall’Egitto.
  • La Torah non comanda solo di mangiare pane azzimo insieme al sacrificio pasquale, ma anche di bandire per sette giorni il lievito presente nelle abitazioni degli Israeliti, eliminandone in maniera scrupolosa ogni traccia per non incorrere in un severo anatema (Esodo 12:15). Non è concepibile che una semplice usanza commemorativa sia associata a misure tanto drastiche.
  • Il chametz ricopre una valenza negativa anche nel contesto delle norme rituali presentate nel Levitico. In merito all’oblazione di cibo (minchah) offerta sull’altare, leggiamo infatti: “Qualunque oblazione di cibo che porterete ad HaShem sarà senza lievito” (Levitico 2:11). Il versetto successivo ci informa che è invece ammesso presentare prodotti lievitati al Santuario come “offerta di primizie”.

Qual è dunque il vero senso di questo precetto?
Rabbi Menachem Leibtag spiega che esistono chiare analogie tra la proibizione del chametz e quella dell’idolatria. Sia il lievito (durante Pesach) che gli idoli (in perpetuo), secondo la Legge ebraica, devono infatti essere completamente banditi, rimossi e bruciati, e non è consentito possederli o trarre un qualsiasi beneficio da essi. A questo proposito, lo Zohar (2:182) allude a una connessione spirituale tra i due concetti: “Chiunque si nutra di lievito durante Pesach è come se pregasse un idolo”.
Nel libro di Amos (4:5) è scritto che gli Israeliti che si erano volti all’idolatria offrivano prodotti lievitati in sacrificio nella città di Betel. Nella Guida dei Perplessi (3:46), Maimonide afferma che la proibizione del chametz espressa dal Levitico nasce proprio dal conflitto fra la Torah e i riti pagani:

“A causa del fatto che gli idolatri sacrificavano solo pane lievitato e ogni tipo di cibo dolce, e spalmavano miele sui loro sacrifici animali […], Dio ci ha messi in guardia dall’offrire a Lui tutte queste cose”.

Si può dunque dedurre che la messa al bando del lievito durante i sette giorni di Pesach rappresenti l’assoluto rifiuto, da parte del popolo ebraico, di ogni forma di culto idolatrico, un rifiuto che costituisce un requisito essenziale per poter abbandonare l’Egitto e assumere la nuova identità di nazione degna di ricevere il dono della Torah. Mangiare matzot e liberarsi completamente del chametz sono dunque azioni che dimostrano una presa di posizione in contrasto con la cultura dominante e un impegno di lealtà nei confronti dell’autorità divina.
Con la santificazione collettiva che deriva da questo impegno, tutto il popolo d’Israele diviene come un vero e proprio “sacrificio” presentato sull’altare: in quanto offerta consacrata, esso non può quindi contenere in sé alcuna traccia di lievito.

Bisogna inoltre considerare il fatto che il pane lievitato ricopriva una grande importanza nella cultura egizia all’epoca dell’Esodo. Gli Egizi furono infatti tra i primi popoli a scoprire i segreti della fermentazione dell’impasto, e si ritiene che essi siano stati gli inventori dei forni utilizzati per cuocere il pane. Del resto, la Bibbia stessa ci informa dell’esistenza di un “panettiere del re” alla corte del Faraone (Genesi 40:1).
In contrasto al pane lievitato, alimento tipico della società progredita dell’Egitto, la matzah è chiamata lechem oni, ossia “pane dell’afflizione” (Deut. 16:3): essa è anche il pane dei nomadi, un cibo umile che può essere preparato in tempi rapidi e che non necessita di processi elaborati. La fretta con cui gli Israeliti lasciarono l’Egitto non è il semplice frutto di una particolare situazione, ma l’espressione di un mutamento, cioè del passaggio dalla condizione di staticità degli Ebrei all’interno della civiltà egizia alla dinamicità del viaggio verso la terra promessa. In altre parole, il passaggio dalla schiavitù alla libertà.

 

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