Abramo non fu il vero padre del monoteismo

Riportiamo per i nostri lettori un brano del libro Biblical Images di Rabbi Adin Steinsaltz, in cui l’autore ci offre un interessante ritratto della figura del patriarca Avrahàm (Abramo), spesso ricordato come il “padre del monoteismo”.

Abramo è l’eroe di un’epopea peculiare di Israele e si distingue con una grandezza unica nella storia dell’umanità. Il racconto biblico ci dice molto su questo personaggio e sulle sue idee, sul modo in cui visse, i suoi amici e nemici, la sua famiglia e tanto altro. Dopo aver appreso tutto ciò, sorge spontanea la domanda: che cosa fece davvero Abramo, in fin dei conti? Cosa lo rende una figura centrale nella memoria dell’umanità?

Le figure chiave della storia non sono persone comuni. Di solito, ogni grande personaggio storico è associato a un epíteto descrittivo: nobile conquistatore, genio artistico, intrepido esploratore, fondatore di un impero e altri. Come possiamo allora definire la grandezza di Abramo?

La risposta più comunemente accettata, nel corso delle generazioni, è quella secondo cui Abramo fu l’innovatore del monoteismo, cioè colui che ha dato al mondo la fede in un solo Dio. Si sostiene in proposito che egli sia stato il primo a concepire e sviluppare questa idea, fondando così il popolo ebraico e tutte le religioni monoteiste, e, di conseguenza, diventando l’ispiratore di numerose filosofie e sistemi di pensiero che sono alla base della nostra civiltà.

Tuttavia, nonostante la celebre leggenda del giovane Abramo che distrugge gli idoli, una simile visione del padre della nazione ebraica non è accettata dagli studiosi seri. È sufficiente una rilettura del testo biblico per rendersi conto che Abramo non viene mai presentato nel suo ruolo di grande profeta che porta al mondo la fede in un unico Dio.

Eppure, la Bibbia ci racconta molte cose meravigliose su di lui, e la sua levatura resiste a qualsiasi esame critico. Con amore e rispetto, molti racconti ci parlano delle azioni e del carattere di Abramo, con descrizioni della sua fede e devozione, dei suoi viaggi, del suo coraggio, della sua ospitalità e perfino delle sue debolezze. Ma il fatto che egli sia stato l’originatore del monoteismo non viene mai menzionato.

In realtà, un riesame più attento del racconto della Genesi e delle sue numerose esegesi conduce a una visione diversa di questa figura e getta luce sullo sviluppo della storia della religione.

Innanzitutto, secondo la Bibbia stessa, la fede in un solo Dio non è affatto una novità, né rappresenta il culmine di un’evoluzione. Il monoteismo non è uno stadio superiore che segue a uno inferiore di politeismo. Il monoteismo è originario e fondamentale; è stato la modalità dominante di culto da tempi remoti, secondo quanto la memoria umana è in grado di ricordare. Tutte le altre forme di fede religiosa sono venute dopo, non prima. A dimostrarlo è lo stesso testo sacro, sebbene non lo affermi esplicitamente in questi termini.

Come Maimonide e altri saggi dell’Ebraismo, anche la moderna antropologia tende a domandarsi se il politeismo (persino nelle sue forme più primitive come il feticismo o il voodoo) non sia forse una degenerazione di culti monoteistici originari. In altre parole, anche i popoli più primitivi mostrano una fede in una potenza superiore, per quanto possa essere considerato eccessivo chiamare queste credenze con il termine “monoteismo” nel senso moderno, poiché la mente primitiva non era in grado di raggiungere un alto livello di astrazione.

Tuttavia, una fede di base in un unico potere supremo, il quale è la causa di ogni fenomeno nell’universo, è comune a tutti, anche ai boscimani dell’Africa o agli abitanti della Terra del Fuoco in Sud America, popoli completamente isolati da influenze culturali esterne. La loro fede fondamentale non è in molti dèi o in forze della natura da placare, ma in un’unica potenza, una essenza o entità che assume le dimensioni di massima grandezza concepibile secondo la loro psiche.

Questa prospettiva dell’essere umano davanti al sacro, che è al tempo stesso interiore e inconcepibile, non riguarda necessariamente una forza naturale specifica, né una persona o immagine terrificante, né dèi o demoni. È la sensazione primaria del “sentirsi piccoli” davanti al mistero e alla vastità della vita nel mondo.

Questo è il punto di origine nell’anima, e da qui possono prendere forma due percorsi diversi: si può preservare questa unità primordiale, affrontando tutto ciò che essa comporta, arrivando così alla fede in un Dio unico; oppure, si può sviluppare da questa unità una molteplicità, passando dal monoteismo più essenziale (come la fede di un bambino) a una fede complessa, derivata dallo sforzo di isolare forze e soggetti specifici.

Si parte quindi dal concetto del tutto, in una fase in cui l’uomo non può ancora distinguere forze specifiche. Poi, questo “tutto” comincia a essere analizzato, suddiviso in parti: fuoco, acqua, aria, terra, sole, ecc. I sentimenti di paura, gratitudine e vergogna portano ai riti di culto verso la forza naturale più viva e cosciente. Questa a sua volta si trasforma in un sistema complesso di forze, ciascuna con un proprio carattere, e infine si concepisce un dio che la rappresenta ciascuna di tali forze.

Alla fine, si arriva all’immagine o figura scolpita: non è il dio a generare l’idolo, ma l’idolo a diventare il sostituto del dio. All’inizio l’immagine è solo il simbolo del divino, finché l’uomo non si relaziona più con la forza primordiale, bensì con l’immagine fisica, la statua.

L’idolatria, dunque, non è lo stadio più antico della religione, ma uno sviluppo successivo, un passaggio dalla fede originaria in un Dio sconosciuto al culto di dèi tangibili e comprensibili. È più facile rivolgersi a un’immagine concreta, offrirle doni e aspettarsi ricompense o punizioni. Il politeismo, quindi, è un sistema complicato e sofisticato nato dalla necessità di stabilire un rapporto diretto e “razionale” con il divino, attraverso intermediari come dèi specifici o forze semi-divine. […]

Abramo non proveniva da un mondo pastorale di pastori erranti e incolti, ma da grandi città, centri di cultura e commercio. In queste città esistevano banche e lettere di credito, anche se scritte su mattoni d’argilla. Era il mondo di una civiltà elaborata, già antica e sapiente: Ur dei Caldei, Babilonia, l’Egitto…. un’urbanità politeista e idolatra, all’apice di un’antica cultura, che rappresentava le idee più avanzate e i concetti più raffinati in scienza, arte e filosofia.

In questo mondo “moderno” del lontano passato, Abramo si ritrovò a credere in un solo Dio. Non fu una sua scoperta originale; al contrario, fu una riaffermazione di una verità arcaica, quasi dimenticata, probabilmente ritenuta barbara e primitiva dai suoi contemporanei. Abramo non fu dunque un innovatore, ma un ultraconservatore, quasi come un appartenente a un culto di origine antichissima.

D’altra parte, Abramo rappresentava anche qualcosa di nuovo: fu un profeta, nel senso che egli chiamò al rinnovamento della fede, a un ritorno (quasi a un pentimento) all’unità divina. Cercò di restaurare la fede di un passato remoto, ma i suoi contemporanei, probabilmente, lo vedevano come un predicatore rozzo e antiquato.

Una delle prove offerte dalla Bibbia stessa è l’incontro con Melchisedek, re di Salem (Gerusalemme), sacerdote del Dio Altissimo. Questo racconto implica che Abramo aveva compagni nella fede, e che la sua religione non era una sua invenzione privata. Tali compagni si trovavano sparsi in luoghi isolati nel mondo, come questa piccola città posta tra due grandi centri culturali, la Mesopotamia e l’Egitto.

Inoltre, nel corso di tutto il suo viaggio, Abramo invocava il nome di Dio, costruiva altari e santuari e insegnava alla gente la natura dell’unità divina. Quello che fece fu una rivoluzione culturale per il suo tempo: cercò di rivitalizzare un’antica fede ormai vista come primitiva e di trasformarla in un nuovo sistema di fede.

Perciò, Abramo non fu davvero un innovatore che proclamava un’idea completamente inedita. Fu semmai il primo, dopo molto tempo, a prendere sul serio una visione religiosa antica, primaria e autentica. Fu un grande uomo nel suo tempo, un capo tribale, una figura di successo, un conquistatore in battaglia, un uomo realizzato nella vita privata, e un pensatore che non si lasciava condizionare dall’opinione pubblica. In altre parole, fu un grande leader, che svolse il ruolo che nelle generazioni successive sarebbe poi stato attribuito al messia: il ripristino del giusto rapporto tra l’uomo e il divino.

Abramo cercò di liberare questa verità preziosa dalle mani di pochi fedeli, per costruire un nuovo “contenitore” in cui custodirla e viverla: una tribù, una comunità e una struttura familiare che sarebbe diventata una nazione speciale. E questa unità nazionale sarebbe riuscita a rinnovare la fede in un unico Dio e a mantenerla viva.

Per questo, Abramo fu una figura errante, che raccolse attorno a sé tutti coloro che ancora credevano, e che cercò di far risvegliare negli altri la fede nell’unità divina. Egli invocava il nome di Dio e predicava a tutti di “tornare” a Lui. Abramo fu insomma il primo profeta a emergere da quell’antica fede e a insegnarla come qualcosa di vitale e autentico, come qualcosa per cui vivere.

Rabbi Adin Steinsaltz

10 commenti

  1. Inoltre per Abramo a questo punto si può parlare più di un “enoteismo” (preferenza di un dio sugli altri) che di un vero e proprio monoteismo esclusivo?

      1. L’enoteismo (dal greco antico “heîs” che significa “uno” e “theós” che significa “dio”) è una forma di culto in cui si adora una singola divinità come preminente, pur non negando l’esistenza di altri dei. In altre parole, un enoteista riconosce che potrebbero esistere altre divinità, ma concentra la propria venerazione e culto solo esclusivamente su un dio in particolare. E questo non potrebbe essere il caso di Abramo nella sua fase intermedia? Cioè l’ adorazione di un dio principale, ma con il riconoscimento dell’esistenza di altre divinità, che però non sono oggetto di culto esclusivo che era tipico degli abitanti della regione?

      2. Il fatto è che nella Torah non troviamo prova del fatto che Avraham riconoscesse altri dei, seppure senza adorarli. Avraham parla solo dell’unico Dio e non ne menziona mai altri.

  2. E poi volevo sapere, chi fu il primo popolo strettamente monoteista in assoluto nella storia? se ci fu…..☺️

    1. Il monoteismo rigoroso vero e proprio credo appartenesse in origine solo agli Israeliti. L’autore del brano qui riportato parla dell’intuizione dell’esistenza di una realtà superiore unica, ma non è il monoteismo come lo intendiamo oggi.

  3. Abramo è dipinto da Rabbi Adin Steinsaltz quale predicatore del monoteismo, e talmente attivo da realizzare perfino una rivoluzione culturale (direi piuttosto religiosa). Ma dove? Proprio tra quelle genti le cui pratiche religiose perverse non stavano scemando affatto come sarebbe dovuto accadere se si fosse avverata quella rivoluzione. Al contrario, l’empietà locale si accresceva, almeno stando alle seguenti parole di HaShem rivolte ad Abramo: «l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo» (Gn 15:16).

    Si direbbe anzi che nella stessa famiglia di Abramo il concetto di monoteismo non fosse per nulla chiaro: suo nipote Esaù prese in moglie due donne pagane, e l’altro nipote, Giacobbe, quando si trovò in gravi difficoltà perché era in fuga, anziché invocare aiuto al solo dio esistente, fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio». (Gn 28:20-21). Da tutti quei SE si comprende che per lui HaShem, ossia quella divinità che Abramo e Isacco gli avevano insegnato a venerare, non era Dio, l’unico vero, ma semplicemente un dio privilegiato fra tanti altri. Privilegio che Giacobbe gli avrebbe tolto se i suoi desiderata non fossero stati esauditi. La religiosità che gli era stata inculcata in famiglia non si configurerebbe quindi come monoteista, ma piuttosto quale enoteismo.

    A mio parere l’entrata in scena di Melchisedek nel racconto di Genesi è un’interpolazione aggiunta allo scopo di sacralizzare il versamento della decima al sacerdozio levitico.

    Questo personaggio troppo insolito è presentato quale sacerdote e anche monarca di una città ubicata nel cuore di una regione – la perversa Canaan – popolata da politeisti della peggior specie, dediti ai sacrifici umani di bambini. Melchisedek, quindi, non poteva che essere sacerdote di Baal, o di Dagon, oppure di Astarte. Invece no. Lo era del dio vero e unico, geloso e intollerante dei culti idolatri.  

    Stando al salmo 109 (o 110) verso 4, Melchisedek appartiene a un ordine sacerdotale molto speciale, evidentemente istituito da HaShem, che però a un certo punto deve essere scomparso nel nulla se si considera la sua totale assenza in Canaan nell’epoca della conquista israelita di quella terra.   

  4. Vino veritas, ogni tanto fa bene un po’ di leggerezza, e magari può dare pure ispirazioni inebrianti.

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