Alla ricerca di un nuovo re – 1 Samuele 16

“Dio guarda il cuore”

E HaShem disse a Shmuel: «Fino a quando farai cordoglio per Shaul, mentre io l’ho rigettato perché non regni sopra Israele? Riempi il tuo corno di olio e va’. Ti mando da Yishai il Betlemita, perché mi sono scelto un re tra i suoi figli»  (1 Samuele 16:1). 

La reazione di Shmuel in seguito al rigetto di Shaul da parte di Dio è sorprendente: pur essendo stato fin dall’inizio un fermo oppositore della monarchia, il profeta non proclama con fierezza il fallimento del re, né mostra compiacimento per quanto è avvenuto. Nonostante tutto, Shmuel ama Shaul e piange per lui, fino al punto che Dio stesso deve intervenire per far cessare il suo cordoglio.

Anche dopo aver ricevuto l’esortazione divina, il profeta non va subito in cerca del futuro sovrano, ma solleva un’obiezione: “Come posso andare? Shaul lo verrà a sapere e mi ucciderà” (v. 2). HaShem gli risponde a questo punto ordinandogli di portare con sé una giovenca per compiere un sacrificio, in modo che Shaul non si insospettisca.

Secondo Abravanel, Shmuel in questo verso non è mosso da un timore sincero: in fondo, Shaul lo rispettava grandemente, perciò non avrebbe mai cercato di ucciderlo, e in ogni caso Dio non avrebbe di certo lasciato morire il proprio emissario nell’atto di compiere il Suo volere. Piuttosto, quella di Shmuel sembra una manifestazione di riluttanza: egli non vuole eleggere un nuovo re, poiché non riesce ancora ad accettare che Shaul sia stato irrimediabilmente rigettato.

Anche quando finalmente si reca a Betlemme come richiesto dalla voce divina, di fatto Shmuel non va in cerca di un nuovo re, ma di un “nuovo Shaul”. In altre parole, egli cerca l’immagine dell’amato Shaul, credendo che Eliàv, il più alto e possente dei figli di Yishai, sia il candidato ideale a salire al trono per il solo fatto che il suo aspetto fisico ricorda l’attuale sovrano:

Quando furono entrati, egli osservò Eliav e chiese: «È forse davanti ad HaShem il suo consacrato?». HaShem rispose a Shmuel: «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura, perché io l’ho rigettato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, HaShem guarda il cuore» (16:6-7).

L’espressione “perché io l’ho rigettato (m’astihu)” appare un po’ troppo aspra in riferimento al giovane Eliav. Dio, infatti, non dice semplicemente “Io non l’ho scelto”, ma usa quello che Robert Alter definisce “il linguaggio del rifiuto”. Lo stesso verbo era stato impiegato in questo stesso capitolo in riferimento a Shaul, del quale HaShem aveva detto: “Io l’ho rigettato (m’astiv) perché non regni sopra Israele”. Sembra quindi che, secondo il significato profondo del verso, Dio non stia parlando qui di Eliav, ma di Shaul, allo scopo di ricordare ancora una volta a Shmuel che colui che ora siede sul trono non gode più del favore divino.

Il racconto ci fa comprendere dunque che un profeta, malgrado la sua elevatezza spirituale e il su rapporto diretto con il Creatore, non perde la sua soggettività. Shmuel non è un semplice messaggero di Dio senza un proprio carattere, ma conserva, anche nel momento in cui compie la sua missione, una certa personalità individuale che non sempre si allinea alla perfezione con i propositi divini.

David al servizio di Shaul

E lo spirito di HaShem venne su David da quel giorno in poi. E Shmuel si alzò e tornò a Ramah. E lo spirito di HaShem si era ritirato da Shaul, e lo atterrì uno spirito cattivo da parte di HaShem (1 Sam. 16:13-14).

Con questi versi, il testo biblico narra la “transizione” dello spirito di Dio da Shaul a David. Subito dopo averci detto che questo spirito (ruach) è disceso sul nuovo candidato al trono, il racconto ci rivela che esso si era (forse contemporaneamente) ritirato dal sovrano ormai corrotto. È davvero l’inizio della fine per Shaul: pur restando ancora a lungo sul trono, il re vedrà ora una continua e irreversibile degenerazione del suo carattere e del suo livello morale.

Il vuoto lasciato dallo spirito di HaShem è colmato, nell’anima di Shaul, da un ruach ra’à (“spirito cattivo”) che lo turba e lo fa agire in modo sempre più violento e irragionevole.

Se da un lato non è possibile definire in termini precisi questo “spirito cattivo“, dall’altro il testo sottolinea che anche questa influenza negativa proviene dal Dio unico: non si tratta quindi di un demone, di un spirito infernale che appartiene a un regno demoniaco in contrasto con il Creatore. La Bibbia ebraica, al contrario delle tradizioni religiose successive, non concepisce un’entità simile e ci presenta invece Dio come il sovrano assoluto di tutte le forze invisibili, ossia come colui che, secondo le parole di Isaia (45:7), “forma la luce e crea le tenebre, fa la pace e crea il male”.

Al di là della questione teologica sull’origine del bene e del male e sulla natura degli esseri spirituali, un tema che sembra rientrare ben poco nell’intento originario del narratore, è interessante soffermarsi sull’effetto che lo spirito divino ha su David: colui che prima era un semplice pastore, ora è presentato alla corte di Shaul come un individuo valoroso, abile nell’usare le armi e nel suonare la cetra (16:18).

Queste due qualità di David, la forza sul campo di battaglia e il talento come musicista, ci dipingono già una delle figure più illustri della storia di Israele nelle sue due incarnazioni che saranno ricordate nel corso dei millenni: il guerriero intrepido e il sublime artista ispirato da Dio.

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